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L'azzardo di Manzini: congelare Schiavone

Antonio Manzini (elaborazione di Stefano Savi Scarponi) 
Lo scrittore famoso per la saga noir del vicequestore cambia registro e scrive "Orfani bianchi", una storia durissima. Protagonista una badante moldava umiliata dagli italiani per cui lavora
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«Nella disperazione siamo tutti uguali». Esiste una classifica dell'infelicità? Soffre di più l'anziana, ricchissima signora che brama la morte tra letto, sedia a rotelle, pappette iperproteiche e vagonate di medicine o la moldava di 36 anni che la accudisce fino alla fine, col cuore straziato per il figlio in istituto? Un tema aspro, difficile, quello che Antonio Manzini, scrittore, attore, regista e sceneggiatore, affronta con garbo, disinvoltura e un pizzico di temerarietà nel suo Orfani bianchi, romanzo sconcertante e fuori dalle righe.

Mirta Mitea, la protagonista, è una di quelle donne che incrociamo senza vederle alle fermate del tram o sulla metropolitana, prostrate da sveglie antelucane, lavoro massacrante, interminabili tragitti. Sua madre, che accudiva il figlioletto in patria, è morta in un incendio provocato da una stufa difettosa e il bambino è finito in un Internat, uno di quei lugubri orfanotrofi dove la sp…
«Nella disperazione siamo tutti uguali». Esiste una classifica dell'infelicità? Soffre di più l'anziana, ricchissima signora che brama la morte tra letto, sedia a rotelle, pappette iperproteiche e vagonate di medicine o la moldava di 36 anni che la accudisce fino alla fine, col cuore straziato per il figlio in istituto? Un tema aspro, difficile, quello che Antonio Manzini, scrittore, attore, regista e sceneggiatore, affronta con garbo, disinvoltura e un pizzico di temerarietà nel suo Orfani bianchi, romanzo sconcertante e fuori dalle righe.

Mirta Mitea, la protagonista, è una di quelle donne che incrociamo senza vederle alle fermate del tram o sulla metropolitana, prostrate da sveglie antelucane, lavoro massacrante, interminabili tragitti. Sua madre, che accudiva il figlioletto in patria, è morta in un incendio provocato da una stufa difettosa e il bambino è finito in un Internat, uno di quei lugubri orfanotrofi dove la spesa media, per ogni ospite, si aggira sui 5 euro al mese. Attorno a Mirta, un universo di badanti, colf, giardinieri, domestici, immigrati europei, asiatici, nordafricani, sudamericani che tirano la vita coi denti e si arrabattano per arrivare a fine mese e spedire qualche soldo alla famiglia. Quando arriva l'occasione di una svolta, un lavoro da 2.200 euro al mese, Mirta l'afferra al volo senza troppi scrupoli, ruba il cellulare della candidata favorita, si spaccia per infermiera, rimedia qualche referenza fasulla e si aggiudica il posto.

Quello che l'aspetta la spingerà al rimorso e alla disperazione: insulti, insofferenza, umiliazioni. Per i suoi datori di lavoro Mirta non è una persona, non ha dignità, non ha esigenze o sentimenti. Finale, ovviamente, impossibile da raccontare ma terribile. E se qualcuno s'aspettava un briciolo di umanità, un pizzico di compassione, un barlume di gioia diciamo subito che resterà deluso.Argomenti poderosi, stile secco e tagliente come in un noir. Già perché Antonio Manzini è un autore di thriller. Il successo gli è piombato addosso, forse inaspettato, con la serie del vicequestore (meno male, non il solito commissario) Rocco Schiavone, sbirro che se ogni mattina non si fa una canna di marijuana non riesce a mettere in moto le meningi. Con questo romanzo, Manzini tenta una svolta e un azzardo.

Avete presente lo stereotipo dello scrittore di romanzi "neri"? Antonio Manzini è l'opposto: un ragazzone di 52 anni dal sorriso solare e dall'aria pacata che beve poco, fuma meno e vive a Soriano del Cimino, vicino Viterbo, in una sorta di perenne buen retiro con la moglie, i due figli e un imprecisato numero di cani. Sembra placidamente soddisfatto della sua vita e del suo lavoro. Punzecchiarlo è come prendere a calci un blocco di granito: non lo smuovi di un millimetro. Gli stranieri, nel libro, sono tutti buoni, solidali, disponibili.

Gli italiani delle gran carogne.
«Non è buonismo. È che non ne posso più dei luoghi comuni sugli immigrati ladri e delinquenti. La realtà è diversa, la gran parte della gente che viene in Italia sfugge alla fame o a condizioni di vita impossibili».

Sembra di sentire papa Francesco.Tutti santi non saranno.
«Certo che no. Ma lei m'insegna che in galera, spesso, ci va chi non ha i soldi per pagarsi un avvocato. I grandi corruttori spesso la sfangano, giusto?».

Cambiare genere, per un autore, è sempre un rischio… Cos'hanno detto alla casa editrice?
«Con Sellerio, l'editore di Schiavone, ho un rapporto fantastico, mi hanno sempre dato fiducia. E poi avevo già scritto Sangue marcio , che non è un giallo: anche se gli omicidi non mancano, parla del rapporto tra due fratelli. Quanto alla saga di Rocco Schiavone, penso che ogni tanto bisogna staccarsi da un personaggio seriale».

Ci ha messo tre anni per sfornare un romanzo di 300 pagine. Se l'è presa comoda. Carenza d'ispirazione?
«Ho lavorato con calma. Ma nel frattempo ho scritto altre cose. L'idea mi è venuta guardando la badante che ha assistito mia nonna fino alla morte. Aveva un figlio in patria e anche lui viveva in uno di quegli istituti spaventosi. Io mi domandavo quanta sofferenza doveva nascondere, per stare appresso a una donna anziana che si spegneva giorno dopo giorno a distanza di centinaia di chilometri dai suoi affetti più cari. È un dramma che neanche possiamo immaginare».

Anche i ricchi soffrono: Agnelli, Kennedy, una catena di tragedie familiari. La disperazione non si misura sulla denuncia dei redditi. Ci ha pensato?
«Certo. Forse è uno dei temi centrali del libro. Eleonora dei Bardi Vedovati, la signora che Mirta accudisce, ha avuto una vita scintillante, è stata bella, ricca, amata e vezzeggiata e, alla fine, è un pezzo di carne addolorato e ignorato da tutti, che chiede soltanto di morire… Ma Mirta è sola, giovane, lontana da casa. Nessuna possibilità. La vita non può offrirle altro che lavoro, stanchezza e dolore».

Perché una ragazza moldava?
«Credo che la Moldavia sia uno dei Paesi più sfortunati d'Europa. Gran parte di noi non sa neanche dove sta. Un posto di inverni terribili, strade di fango, carretti con gli pneumatici ma tirati da asini. La capitale è Chisinau, un nome che la maggior parte degli iitaliani non ha sentito dire nemmeno una volta».

Gli ultimi tra gli ultimi?
«Qualcosa di simile. Ma quello degli orfani bianchi, dei bambini lasciati a casa, è un dramma che coinvolge giovani madri che arrivano dalle Filippine, dal Nord Africa, dalla Romania, da tante altre nazioni. Una tragedia internazionale».

E adesso? Tornerà a Schiavone?
«Mai dire mai. Mica l'ho fatto morire o mandato in pensione. Ma ho in mente anche qualche altra storia».

Tipo?
«Un padre che indaga sulla vita e sulla morte di un figlio che non ha mai conosciuto e di cui scoprirà molti aspetti diversi. Immagino un titolo come I 24 Mario ».

E il cinema?
«Vengo da lì, non escludo di tornarci».

Un libro da isola deserta?
«Bel Ami di Guy de Maupassant. C'è tutto».

Il film?
«Non so se troverei un lettore dvd su un'isola deserta. Direi L'armata Brancaleone».

Lo scrittore che vorrebbe essere?
«Thomas Mann».

Non si può dire che voli basso…
«La domanda l'ha fatta lei. E se proprio devo sognare, tanto vale sognare alla grande. O no?».

(21 ottobre 2016)