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Eddie Redmayne: volevo essere Harry Potter

E invece ha vinto l'Oscar con "La teoria del tutto". Ma ora l'attore inglese pluripremiato si è preso la rivincita: è il protagonista di "Animali fantastici e dove trovarli", prequel della saga del maghetto
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LOS ANGELES. Trentaquattro anni. Un Oscar intascato nel 2015 al suo primo ruolo cinematografico da protagonista in La teoria del tutto, dove interpreta il grande fisico e cosmologo malato di sclerosi laterale amiotrofica Stephen Hawking (una parte che gli è valsa anche un Golden Globe e uno Screen Actors Guild Award). Una nomination come migliore attore, sempre agli Oscar, per la sua versione di Lili Elbe in The Danish Girl (sulla vita del pittore danese Einar Wegener, che negli anni Trenta fu uno dei primi ad affrontare l'intervento per il cambiamento di sesso). Un considerevole numero di altri importanti riconoscimenti come attore di teatro, shakespeariano e non, dal 2002 in avanti. Ma Eddie Redmayne ha anche una carriera secondaria come modello per Burberry e, recentemente, come testimonial per Omega («Trovo gli orologi romantici. Mi piace» spiega «l'idea di registrare la storia e il passare del tempo, e al tempo stesso mi affascina il racconto diet…
LOS ANGELES. Trentaquattro anni. Un Oscar intascato nel 2015 al suo primo ruolo cinematografico da protagonista in La teoria del tutto, dove interpreta il grande fisico e cosmologo malato di sclerosi laterale amiotrofica Stephen Hawking (una parte che gli è valsa anche un Golden Globe e uno Screen Actors Guild Award). Una nomination come migliore attore, sempre agli Oscar, per la sua versione di Lili Elbe in The Danish Girl (sulla vita del pittore danese Einar Wegener, che negli anni Trenta fu uno dei primi ad affrontare l'intervento per il cambiamento di sesso). Un considerevole numero di altri importanti riconoscimenti come attore di teatro, shakespeariano e non, dal 2002 in avanti. Ma Eddie Redmayne ha anche una carriera secondaria come modello per Burberry e, recentemente, come testimonial per Omega («Trovo gli orologi romantici. Mi piace» spiega «l'idea di registrare la storia e il passare del tempo, e al tempo stesso mi affascina il racconto dietro a ogni singolo pezzo e i mutamenti del gusto e del costume»). Un talento aggiuntivo: l'abilità di cantare, come si vide, o meglio si ascoltò, in Les Misérables di Tom Hooper. E un personalissimo stile casual/elegante che gli ha fatto assegnare dalla rivista GQ il titolo di «uomo britannico meglio vestito». Incontriamo Redmayne a Los Angeles, dove è venuto a presentare il trailer di Animali fantastici e dove trovarli, nelle sale italiane dal 17 novembre.

Il film, primo capitolo di una nuova trilogia cinematografica, segna il debutto alla sceneggiatura di J.K. Rowling, che ha adattato il suo libro omonimo (scritto con lo pseudonimo di Newt Scamander). È una sorta di prequel di Harry Potter: si svolge infatti nella seconda metà degli anni Venti (54 anni prima che il piccolo Harry emettesse il primo vagito) e in America. In comune con la saga del maghetto ha i mirabolanti effetti speciali e soprattutto lo stile, visto che alla regia è stato chiamato David Yates, che aveva già girato gli ultimi quattro film di Harry Potter.Il luogo prescelto per l'intervista è il minimalista London Hotel, lontano anni luce dallo sfarzoso stile hollywoodiano.

Redmayne è affabile e disponibile. Alto e magro, ha il volto pieno di lentiggini che gli danno un'aria simpatica. Appena si siede aggiusta la posizione della sedia, per far spazio alle gambe lunghissime. Ci tiene molto al suo dna britannico, tanto da definirsi «quasi più inglese della Regina», e gli piace raccontare di avere frequentato Eton, lo stesso college del principe William («giocavamo nella stessa squadra di rugby»), dove ha sviluppato anche la passione per il teatro. Poi si è spostato al Trinity College di Cambridge per studiare storia dell'arte.

Come sopravvive un inglese a Los Angeles?
«Adoro questa città. È un universo parallelo. Una sorta di realtà "aumentata" e alterata in cui mi piace immergermi. Ma è anche una sorta di bolla da cui è una buona idea uscire spesso per riprendere fiato. E per non perdere il contatto con l'esistenza quotidiana, la normalità. La mia vita è a Londra, dove ci sono la mia famiglia, i miei amici e dove faccio cose normalissime come prendere il metrò, portare i vestiti in tintoria, andare a prendere il caffè con mia figlia in passeggino e mia moglie sottobraccio, senza essere inseguito da un nugolo di paparazzi».

Viene qui solo per lavoro?
«Non proprio. La luce e i tramonti di Los Angeles sono impagabili. Le prime volte che ci ho messo piede vivevo a casa del mio agente. Scendevo per la prima colazione e la luce che entrava dalla finestra dava un alone dorato a tutto l'ambiente. Sul tavolo, accanto a caffè, uova e pancetta, c'era il giornale. Credevo fosse il quotidiano locale invece era la bibbia dell'industria del cinema, Variety. Non ci capivo una parola, quegli articoli erano scritti in gergo da addetti ai lavori. Mi ci vollero tre settimane per cominciare a padroneggiare le notizie».

In questo film, intitolato come il libro di testo su cui studiano gli studenti di Hogwarts, lei interpreta il «magizoologo» Newt Scamander, arrivato a New York nel 1926 con una valigia piena di creature magiche nascoste sotto innocue apparenze. Che cosa l'ha attratta del personaggio?
«La storia di per sé è ipnotizzante. Il regista David Yates me la raccontò in un pub di Soho, circa un anno prima di cominciare le riprese. Alla fine della serata ne ero conquistato. Da bambino ero ossessionato dalla magia. Proprio in questi giorni mia nonna mi ha ricordato che, quando andavo a trovarla a Edimburgo, la costringevo a portarmi in un negozio per illusionisti dove m'innamoravo di ogni bacchetta, cappello a cilindro e mazzo di carte truccato. Avrei dato qualsiasi cosa per entrare a far parte della Weasley family (che nei film di Harry Potter includeva Ron, il suo migliore amico, Ginny, la sua futura moglie, i gemelli Fred e George, Percy e Bill ). Ma non mi venne mai concesso neppure un provino. Ero disperato! Praticamente ogni attore inglese recitava negli Harry Potter, ma io continuavo a non ricevere neppure una chiamata. Ora, finalmente, è venuto il mio momento».

Le confesso che è difficile credere che un attore che vince l'Oscar per la sua interpretazione di Stephen Hawking smani di recitare in Harry Potter... Perché sceglie sempre personaggi non comuni?
«Per istinto. Devono coinvolgermi emotivamente, avere qualcosa che mi spinga a esplorarli a fondo, a capire la loro fragilità, la diversità, l'intensità. È in quel momento che sento salire il desiderio di farli passare dalla carta di una sceneggiatura alla vita in palcoscenico o sullo schermo, di dar loro una voce e un volto. E questo anche se richiede trasformazioni penose, come nel caso di The Danish Girl. Per interpretare Lili Elbe ho dovuto perdere diversi chili, ho mangiato un pasto e mezzo al giorno per mesi, e ho collezionato decine d'incontri con transessuali per farmi rivelare desideri e timori. Ne valeva la pena, però. È stato un grande processo d'apprendimento, che mi ha aperto ulteriormente la mente».

Anche il suo debutto teatrale, nel 2002, fu in panni femminili: interpretava Viola nello shakespeariano La dodicesima notte…
«Nel teatro tradizionale inglese, i ruoli femminili venivano sempre interpretati da attori uomini. È stata un'ottima scuola, che mi ha spinto a migliorarmi fino a che non sentivo che ogni personaggio diventava "vero". Quando recito non occhieggio alla performance, cerco di rimanere rilassato. Sono stato fortunato anche sui set cinematografici perché ho incontrato registi come David Yates o Tom Hooper, che apprezzano il mio contributo e mi hanno dato fiducia, lasciandomi sperimentare, e anche fallire. Rimanere autentici e gentili a dispetto del successo è importante. Aiuta anche un filo di umiltà».

Umiltà?
«Nel caso di La teoria del tutto ero quasi in fondo alla lista dei candidati al ruolo di Hawking. Sono stato scelto grazie a parecchi "no" arrivati da altri attori. Sono stato molto fortunato e non lo posso dimenticare. Il successo e la fama sono temporanei, le tue quotazioni vanno su e giù per fattori imprevedibili, proprio come in borsa. Del resto, la mia convinzione è che tutto quello che va su a un certo punto inizia a precipitare. Se ti prendi troppo sul serio, se ti crogioli appuntandoti medaglie, non riesci più ad accedere alla complessità dei personaggi che devi interpretare. Non riesci più ad ascoltarli».

Lei è l'unico attore della sua generazione, quella dei nati negli anni Ottanta, ad avere conquistato un Oscar. Ha qualche modello tra i suoi colleghi?
«L'unico? Davvero? Non ci avevo fatto caso. Non ho dei veri modelli di riferimento, ma senz'altro ho diversi colleghi che stimo, con cui ho lavorato e che ho avuto occasione di apprezzare. Per esempio, Julianne Moore, Kristen Stewart o Colin Farrell, che recita con me anche in Animali fantastici e dove trovarli nel ruolo di Percival Graves».

Quando non lavora e quando non è il suo turno di cambiare pannolini a sua figlia Iris Mary, che cosa fa per rilassarsi?
«Dipingo. Ma faccio schifo. Suono il piano, anche quello non brillantemente, e ascolto musica. Poi leggo e mi cimento nel fai-da-te. Mi piace lavorare con le mani».

L'uomo britannico meglio vestito, come l'ha definita GQ, ha uno stilista preferito?
«Non mi piacciono le "uniformi" e non scelgo i vestiti per la firma. Mi piace mescolare, scovare un cappello sui banchi di un mercatino delle pulci e un impermeabile al supermercato da Sainsbury's. Però confesso di avere un debole per Prada e di apprezzare, tra gli inglesi, il brillante talento di McQueen».

Tra i film di Harry Potter qual è il suo preferito? E tra i libri?
«Tra i film, probabilmente gli ultimi due, I doni della morte 1 e 2: non riuscivo a smettere di guardarli. Continuavo a volere rivedere quel duello straordinario tra Ralph Fiennes e Daniel Radcliffe. Tra i libri scritti da J.K. Rowling, invece, sceglierei il primo: ha una qualità davvero magica, è capace di trasportarti in un istante nel suo mondo. Mio fratello più piccolo lo ha letto a sei anni e non ha avuto bisogno di nessuna spiegazione. La dice lunga sul potere della storia. E di come è stata scritta».

(16 settembre 2015)