ROMA. Florence è il film di Natale per quelli che vanno al cinema tutto l'anno. Infatti l'ha diretto Stephen Frears. Storia divertente, arguta: molte risate e anche qualche pensiero. Attori perfetti. A New York, negli anni Quaranta, Florence Foster Jenkins (Meryl Streep), una ricca ereditiera che uno screanzato definirebbe una vecchia pazza – ma nel suo ambiente raffinato nessuno oserebbe – ha un'incontenibile passione per la musica: ex pianista da salotto, mecenate di talenti, Toscanini compreso, delizia i suoi tanti amici e conoscenti con improbabili esibizioni canore e macchinosi taubleaux vivants nei quali un argano la cala in scena conciata, appunto, da vecchia pazza. Fornita di ali.
Dopo un remoto e breve matrimonio con un tipaccio che le ha attaccato la sifilide, da decenni Florence ha una casta relazione paraconiugale con un damerino inglese, St. Clair Bayfield (Hugh Grant), attore di poco successo, più giovane, che qualche altro screanzato definirebbe un mantenuto, visto che non lavora, ma si occupa solo di assecondare gli infiniti capricci di Florence e la sera, quando torna a casa, trova ad attenderlo una fidanzata assai fresca e più o meno comprensiva.
Ma le cose non stanno proprio così: nonostante il palese ménage à trois, Bayfield è profondamente devoto alla sua dama, che protegge da ogni spiacevolezza: per esempio, non le ha mai detto che è stonata come una campana. E forse non lo pensa neanche. Le cose si complicano quando Florence decide di debuttare, a 76 anni, alla Carnegie Hall. S'ingaggia urgentemente lo sfigato pianista Cosme McMoon (Simon Helberg) per accompagnarla nelle sue sconfortanti prove di canto.
Quella di Florence Foster Jenkins è una storia vera che, dagli anni Novanta, ha ispirato cinque diversi lavori teatrali (in Italia Florence era Katia Ricciarelli) e, nel 1915, con robuste modifiche, è già passata al cinema con Marguerite, di Xavier Gianoli. E c'è anche il libro: Florence, scritto dallo sceneggiatore del film di Frears, Nicholas Martin, e da Jasper Rees.
Tanto interesse postumo potrebbe far pensare che l'esibizionismo in mancanza di talento sia un tema forte dei nostri tempi. Anche David Bowie era un fan di Florence: The Glory of the Human Voice figurava nella sua personale Top 25 in vinile, e va detto che i 78 giri incisi da lei per la Melotone furono i più venduti dalla casa discografica.
Meryl Streep ha adorato la sua vecchia pazza e sebbene dal vivo appaia molto più fresca, sobria e disincantata di lei, attacca con un proclama: «La mia prossima aspirazione è diventare anch'io una vecchia pazza e conto di farlo in breve».
Naturalmente, l'impareggiabile Streep ha un ottimo orecchio musicale, ha studiato canto da piccola, con l'aspirazione di diventare soprano, e ha già dimostrato le sue capacità vocali in altri film: da Cartoline dall'inferno a Dove eravamo rimasti, passando per Mamma mia!, ma stavolta doveva cantare male.
Come si fa a cantare male? È difficile come farlo bene per chi è stonato? Con un vocal coach, ha cominciato a interpretare come si deve i brani prediletti di Florence, peraltro impegnativi come l'aria della Regina della notte dal Flauto magico di Mozart e l'Aria delle campanelle dalla Lakme di Délibes. Poi è passata al deragliamento. Faticoso più del previsto, perché ci vuole del metodo per sbagliare.
«Ho ascoltato le registrazioni, che si trovano anche su YouTube: nel suo canto non c'erano solo stecche, ma anche un vero entusiasmo, uno zelo genuino, un costante desiderio. Non era proprio pessima, era un soprano di coloritura che beccava quasi sempre la nota: su quelle alte, anche le più difficili, non aveva grandi problemi, ma su quelle basse sbrodolava. Non se ne accorgeva, continuava per la sua strada: questi inciampi producevano un effetto irresistibile, la gente non riusciva a smettere di ridere. E lei era felice di spargere gioia e divertimento. Spargeva anche fiori sul pubblico. Con troppa generosità: una volta che le rose erano finite le andò a riprendere in sala per lanciarle di nuovo sugli spettatori. Una scena impagabile, una perfetta combinazione di cattivo gusto e delizia».
L'America un po' ingenua e provinciale che non aveva ancora perso la sua innocenza, si potrebbe dire. Ma Streep scuote la testa: «Tutta questa innocenza nella storia americana non l'ho mai vista. C'è sempre stata la crudeltà: contro i nativi, contro le donne, contro i neri. E quello di Florence non era un pubblico sprovveduto, ma sofisticato ed eventualmente camp, con quel deliberato spostamento dei gusti artistici verso il kitsch. Il film cattura molto bene questo atteggiamento, nuovo per l'epoca, quando i fan incitano Florence a dare il peggio, dichiarando che l'adorano. È anche un po' quella morbosità di quando ti fermi per guardare un incidente. Ma non poteva essere solo perfidia: nessun spettatore regge uno strazio di due ore solo per divertirsi alle spalle dell'artista».
Un film sulla mediocrità, quindi? La tragicomica vicenda di una grassa dilettante che sfoggia improponibili parrucche perché le cure di arsenico e mercurio contro la sifilide l'hanno privata dei capelli e, forse, anche di alcune funzioni uditive? La parabola di un'egocentrica riccona talmente viziata e accecata di sé da dar retta a chi la paragona a un usignolo?
Anche stavolta Streep scuote la testa. «La mediocrità è il seme da cui germoglia lo humour, ma questo è un film sulla devozione. Sull'amore dilettantesco per la musica di Florence, con tutto il cattivo gusto che il dilettantismo comporta. Sulla venerazione di St. Clair per Florence e anche sull'impegno di Cosme, il pianista accompagnatore che all'inizio affronta l'impresa con un inevitabile cinismo, ma poi ci si butta con passione. Oltre che pianista, Cosme era un sollevatore di pesi; abbiamo trovato una sua vecchia foto meravigliosa scattata durante un torneo di culturismo: lui era giudice di gara e il concorrente Arnold Schwarzenegger lo sollevava come un bilanciere».
Come si sarà intuito, questi tre erano degli outsider, seppure con diversi piazzamenti sulla scala sociale. E anche la relazione tra Florence e St.Clair era piuttosto eccentrica. Per la terza volta Streep scuote la testa: «Non si può giudicare: ho visto tante coppie di cui ti domandi come facciano a stare insieme e invece durano, resistono da decenni. Ci dev'essere un segreto che nessuno può scoprire».
Tutta questa benevolenza dell'attrice per il suo personaggio ha delle ragioni affettive. «Per costruirlo, ho pensato a mia madre: Florence dispensa divertimento e allegria e anche mia madre era così, quando entrava in una stanza la accendeva come una lampadina, tirava su l'umore a tutti. Era una missione di vita che si era data e che voleva passare anche a me. Una volta mi disse: "Meryl tu puoi decidere di essere felice". Il guaio è che io ho preso da mio padre, un tipo molto più melanconico».
Sempre in famiglia, si potrebbe indagare se le è mai successo, come a Florence, che per affetto acritico o per il bene della pace domestica abbiano lodato una sua performance non proprio meritevole. «A parte il fatto che i miei figli non me le mandano a dire, non credo sia prudente dipendere dal giudizio di chi mi ama. Per sentirmi dire la verità mi rivolgo agli amici. E ne ho alcuni molto, molto sinceri».
PS. In questa intervista, che si è svolta subito prima delle elezioni americane, c'è stata un'ultima domanda, su Trump. Streep ha detto che la sua scalata è un prodotto dell'ansia, e che invece la politica ha il compito di tranquillizzare. Così lei è stata tranquillizzante: «Trump è una storia finita». Per questa profezia irrealizzata, i suoi amici molto, molto sinceri la candiderebbero ai Razzie Awards.
(2 dicembre 2016)
Dopo un remoto e breve matrimonio con un tipaccio che le ha attaccato la sifilide, da decenni Florence ha una casta relazione paraconiugale con un damerino inglese, St. Clair Bayfield (Hugh Grant), attore di poco successo, più giovane, che qualche altro screanzato definirebbe un mantenuto, visto che non lavora, ma si occupa solo di assecondare gli infiniti capricci di Florence e la sera, quando torna a casa, trova ad attenderlo una fidanzata assai fresca e più o meno comprensiva.
Ma le cose non stanno proprio così: nonostante il palese ménage à trois, Bayfield è profondamente devoto alla sua dama, che protegge da ogni spiacevolezza: per esempio, non le ha mai detto che è stonata come una campana. E forse non lo pensa neanche. Le cose si complicano quando Florence decide di debuttare, a 76 anni, alla Carnegie Hall. S'ingaggia urgentemente lo sfigato pianista Cosme McMoon (Simon Helberg) per accompagnarla nelle sue sconfortanti prove di canto.
Quella di Florence Foster Jenkins è una storia vera che, dagli anni Novanta, ha ispirato cinque diversi lavori teatrali (in Italia Florence era Katia Ricciarelli) e, nel 1915, con robuste modifiche, è già passata al cinema con Marguerite, di Xavier Gianoli. E c'è anche il libro: Florence, scritto dallo sceneggiatore del film di Frears, Nicholas Martin, e da Jasper Rees.
Tanto interesse postumo potrebbe far pensare che l'esibizionismo in mancanza di talento sia un tema forte dei nostri tempi. Anche David Bowie era un fan di Florence: The Glory of the Human Voice figurava nella sua personale Top 25 in vinile, e va detto che i 78 giri incisi da lei per la Melotone furono i più venduti dalla casa discografica.
Meryl Streep ha adorato la sua vecchia pazza e sebbene dal vivo appaia molto più fresca, sobria e disincantata di lei, attacca con un proclama: «La mia prossima aspirazione è diventare anch'io una vecchia pazza e conto di farlo in breve».
Naturalmente, l'impareggiabile Streep ha un ottimo orecchio musicale, ha studiato canto da piccola, con l'aspirazione di diventare soprano, e ha già dimostrato le sue capacità vocali in altri film: da Cartoline dall'inferno a Dove eravamo rimasti, passando per Mamma mia!, ma stavolta doveva cantare male.
Come si fa a cantare male? È difficile come farlo bene per chi è stonato? Con un vocal coach, ha cominciato a interpretare come si deve i brani prediletti di Florence, peraltro impegnativi come l'aria della Regina della notte dal Flauto magico di Mozart e l'Aria delle campanelle dalla Lakme di Délibes. Poi è passata al deragliamento. Faticoso più del previsto, perché ci vuole del metodo per sbagliare.
«Ho ascoltato le registrazioni, che si trovano anche su YouTube: nel suo canto non c'erano solo stecche, ma anche un vero entusiasmo, uno zelo genuino, un costante desiderio. Non era proprio pessima, era un soprano di coloritura che beccava quasi sempre la nota: su quelle alte, anche le più difficili, non aveva grandi problemi, ma su quelle basse sbrodolava. Non se ne accorgeva, continuava per la sua strada: questi inciampi producevano un effetto irresistibile, la gente non riusciva a smettere di ridere. E lei era felice di spargere gioia e divertimento. Spargeva anche fiori sul pubblico. Con troppa generosità: una volta che le rose erano finite le andò a riprendere in sala per lanciarle di nuovo sugli spettatori. Una scena impagabile, una perfetta combinazione di cattivo gusto e delizia».
L'America un po' ingenua e provinciale che non aveva ancora perso la sua innocenza, si potrebbe dire. Ma Streep scuote la testa: «Tutta questa innocenza nella storia americana non l'ho mai vista. C'è sempre stata la crudeltà: contro i nativi, contro le donne, contro i neri. E quello di Florence non era un pubblico sprovveduto, ma sofisticato ed eventualmente camp, con quel deliberato spostamento dei gusti artistici verso il kitsch. Il film cattura molto bene questo atteggiamento, nuovo per l'epoca, quando i fan incitano Florence a dare il peggio, dichiarando che l'adorano. È anche un po' quella morbosità di quando ti fermi per guardare un incidente. Ma non poteva essere solo perfidia: nessun spettatore regge uno strazio di due ore solo per divertirsi alle spalle dell'artista».
Un film sulla mediocrità, quindi? La tragicomica vicenda di una grassa dilettante che sfoggia improponibili parrucche perché le cure di arsenico e mercurio contro la sifilide l'hanno privata dei capelli e, forse, anche di alcune funzioni uditive? La parabola di un'egocentrica riccona talmente viziata e accecata di sé da dar retta a chi la paragona a un usignolo?
Anche stavolta Streep scuote la testa. «La mediocrità è il seme da cui germoglia lo humour, ma questo è un film sulla devozione. Sull'amore dilettantesco per la musica di Florence, con tutto il cattivo gusto che il dilettantismo comporta. Sulla venerazione di St. Clair per Florence e anche sull'impegno di Cosme, il pianista accompagnatore che all'inizio affronta l'impresa con un inevitabile cinismo, ma poi ci si butta con passione. Oltre che pianista, Cosme era un sollevatore di pesi; abbiamo trovato una sua vecchia foto meravigliosa scattata durante un torneo di culturismo: lui era giudice di gara e il concorrente Arnold Schwarzenegger lo sollevava come un bilanciere».
Come si sarà intuito, questi tre erano degli outsider, seppure con diversi piazzamenti sulla scala sociale. E anche la relazione tra Florence e St.Clair era piuttosto eccentrica. Per la terza volta Streep scuote la testa: «Non si può giudicare: ho visto tante coppie di cui ti domandi come facciano a stare insieme e invece durano, resistono da decenni. Ci dev'essere un segreto che nessuno può scoprire».
Tutta questa benevolenza dell'attrice per il suo personaggio ha delle ragioni affettive. «Per costruirlo, ho pensato a mia madre: Florence dispensa divertimento e allegria e anche mia madre era così, quando entrava in una stanza la accendeva come una lampadina, tirava su l'umore a tutti. Era una missione di vita che si era data e che voleva passare anche a me. Una volta mi disse: "Meryl tu puoi decidere di essere felice". Il guaio è che io ho preso da mio padre, un tipo molto più melanconico».
Sempre in famiglia, si potrebbe indagare se le è mai successo, come a Florence, che per affetto acritico o per il bene della pace domestica abbiano lodato una sua performance non proprio meritevole. «A parte il fatto che i miei figli non me le mandano a dire, non credo sia prudente dipendere dal giudizio di chi mi ama. Per sentirmi dire la verità mi rivolgo agli amici. E ne ho alcuni molto, molto sinceri».
PS. In questa intervista, che si è svolta subito prima delle elezioni americane, c'è stata un'ultima domanda, su Trump. Streep ha detto che la sua scalata è un prodotto dell'ansia, e che invece la politica ha il compito di tranquillizzare. Così lei è stata tranquillizzante: «Trump è una storia finita». Per questa profezia irrealizzata, i suoi amici molto, molto sinceri la candiderebbero ai Razzie Awards.
(2 dicembre 2016)