Il Venerdì

Kevin Costner e lo spazio delle donne nere

"Il diritto di contare" è una storia vera: anni 60, tre matematiche in un team Nasa, tra razzismo e maschilismo. Nel film l'attore è il il loro capo, segregazionista pentito. Intervista
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NEW YORK. Hidden Figures è un titolo con due significati. Figures può voler dire figure, come in italiano, ma anche numeri. Dunque l'ambivalenza del titolo inglese allude a dei personaggi nascosti, oppure alle cifre nascoste. È una storia vera e sconcertante. La conquista dello spazio ebbe dei protagonisti segreti, anzi delle protagoniste segrete. Donne. E afroamericane. Figure nascoste, perché costrette a lavorare nell'ombra: l'America dei primi anni Sessanta era un Paese misogino e razzista, la Nasa ha le sue principali sedi nel Sud, in quell'epoca dilaniato dalla battaglia per i diritti civili e la resistenza dei segregazionisti. Queste afroamericane non facevano lavori umili: erano delle matematiche. "Calcolatrici umane", in un'epoca in cui l'Ibm forniva i suoi primi super-computer alla Nasa, ma erano oggetti che pochi sapevano maneggiare, e molti calcoli venivano ancora fatti da menti super-allenate, veri campioni olimpici di matematica. Tra cui la squadra "segregata" nella West Area Computers Division, al Langley Research Center (Hampton, Virginia), con le tre protagoniste di questa storia: Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson.

Il film Hidden Figures (che in Italia uscirà con il titolo Il diritto di contare) ricostruisce la loro vicenda incredibile. Senza i loro calcoli sui numeri top secret della Nasa l'astronauta John Glenn (morto di recente) non sarebbe stato il primo essere umano a fare un'orbita completa attorno alla Terra nel 1962 cancellando l'umiliazione dell'exploit sovietico (Sputnik e Gagarin). Se l'America alla fine ha vinto la corsa allo spazio è anche grazie a queste donne nere, il cui ruolo fu accuratamente nascosto. Il film mostra fin dalle prime immagini l'incongruità della loro situazione: l'incredulità del poliziotto bianco che le interroga in un controllo stradale; l'umiliazione che una di loro subisce perché nell'area dei matematici bianchi le è proibito usare la toilette per le signore. Ne parlo con l'attore (oltre che regista, produttore, musicista e cantante) Kevin Costner.

Californiano, 61 anni e due Oscar, Costner in questo film interpreta il ruolo del capo della divisione scientifica a Langley, quello che dirige le operazioni di calcolo per la messa in orbita delle missioni spaziali. Costner, ex repubblicano pentito (da giovane giocava a golf con Ronald Reagan), sostenitore di Obama, che appoggiò nella prima campagna elettorale del 2008, fa parte di quell'America liberal che oggi deve adattarsi a vivere in un contesto politico irriconoscibile rispetto a quello degli ultimi otto anni. Il diritto di contare racconta una storia molto bella e anche un po' inquietante: per certi aspetti ci trasporta in un'America lontanissima nel tempo, dove i sedili degli autobus, le toilette, o i ristoranti, erano rigidamente separati tra le razze, e alcuni luoghi erano vietati ai neri. Al tempo stesso esce in una fase in cui la questione razziale è lungi dall'essere superata, nonostante gli otto anni di presidenza di Barack Obama...

«L'America che vediamo in questo film, all'epoca delle prime battaglie per i diritti civili, è un Paese segnato da errori catastrofici. Era l'epoca in cui negli Stati del Sud, se un uomo nero gettava uno sguardo su una donna bianca, poteva finire ucciso in un linciaggio. Il bello del film è che rispetta in modo scrupoloso il contesto storico. Ci porta nelle case e nelle famiglie di queste donne, ci fa vedere anche la loro normalità, l'aspirazione a un futuro migliore per i loro figli. Non c'è ideologia, il film non è un comizio, per questo è più efficace. Bisogna goderselo come una testimonianza di quell'epoca».

Quanti di quei problemi razziali non le sembrano risolti nel 2017?
«Abbiamo fatto tanti progressi, e se ci rispecchiamo in questo film vediamo in modo più oggettivo cos'è diventata l'America di oggi. E tuttavia è vero che a cinquant'anni di distanza restano problemi giganteschi. Tutto risale alla nascita stessa di questa nazione, fondata sullo schiavismo. L'abbiamo raccontata come una terra di opportunità, ma quell'ideale per molto tempo non fu alla portata di tutti. E ancora oggi ci sono degli americani che vivono in quel passato. Io non credo che i razzisti fra noi siano diventati più numerosi negli ultimi anni, però è vero che le loro voci sono più urlate».

La recrudescenza delle violenze poliziesche, proprio durante la presidenza Obama, ha portato alla nascita del movimento di protesta BlackLivesMatter. Anche Hollywood è stata accusata, per la scarsa presenza di artisti afroamericani nelle premiazioni. Ora di colpo stanno uscendo molti film su questi temi, da Il diritto di contare a Moonlight e The Birth of a Nation. È una sorta di pentimento, espiazione, da parte del mondo del cinema?
«Guardi, io non ho aspettato che tutti scoprissero il problema. Investendo soldi miei avevo già prodotto sul tema razziale Black or White nel 2014. Non seguo le mode. Mi occupo di queste cose da una vita».

Lei è noto anche per il suo impegno ambientalista, ispirato dal suo amore per la natura e per il mare, che lei ha sempre frequentato come pescatore. Risale a più di vent'anni fa il suo investimento in una società che fabbrica macchinari per ripulire gli oceani dalle "maree nere" degli incidenti petroliferi. Fu un lavoro pionieristico in cui lei collaborò con suo fratello Dan, scienziato ambientalista. Le vostre macchine furono adottate su vasta scala per ripulire i danni del disastro Deepwater Horizon, la macchia petrolifera della Bp nel Golfo del Messico. Continua a occuparsene?
«Certo. La nostra società ora opera anche in Canada, Germania, Kuwait. E non si occupa solo di ripulire le maree nere, le nostre macchine purificano l'acqua in generale. Spesso dobbiamo sopperire con l'iniziativa privata perché le leggi in questo campo sono inadeguate. Non mi fermo mai, il mio interesse si estende all'alimentazione umana, come possiamo cambiarla per vivere meglio e al tempo stesso rispettare l'ambiente. So bene di non essere un esperto, quando si parla di queste cose non sono certo io "il cervello", però ho tempo e denaro da dedicare a queste cause e aiutare chi ha le idee e le invenzioni giuste. Nella vita bisogna accontentarsi, non volersi accaparrare sempre i meriti. Bisogna lasciare la gloria a chi ha fatto davvero le cose. Non come Trump che vuole sempre tutto il merito per sé...».

Eccolo. Abbiamo un nuovo presidente che sull'ambiente ha cavalcato le campagne negazioniste, di chi rifiuta l'evidenza scientifica del cambiamento climatico. Trump ha nominato in posti chiave della sua Amministrazione uomini legati alle energie fossili. Ci riporterà indietro, a prima degli accordi di Parigi?
«Io non credo che sia veramente possibile tornare indietro, anche se c'è chi vorrebbe farlo. Il mondo intero ha aperto gli occhi. Perfino la Cina! Possiamo fare in modo che le cose vadano per il verso giusto, se le donne e gli uomini che hanno una forte volontà e determinazione scendono in campo, e mettono i propri ideali davanti al proprio ego. La lezione del Diritto di contare è che quando l'America ha dato spazio alle persone migliori, siamo riusciti a realizzare cose inimmaginabili».

Il personaggio che lei interpreta nel film, il leader dello Space Task Group, non è un ideologo, non è a priori un progressista. Eppure pragmaticamente si ribella ai pregiudizi della sua epoca, agli stereotipi dei bianchi che lo circondano.
«Il mio personaggio ha una sfida da vincere, ha una missione: conquistare lo spazio. È tutto concentrato su quell'obiettivo. Ma di colpo è costretto a chiedersi perché la sua squadra di scienziati non riesca a lavorare meglio. Si accorge che tra loro c'è una donna che perde un sacco di tempo ogni giorno per andare al bagno: a un'ora di distanza dall'ufficio. Quando lo scopre è deluso: da tutti quelli che lo circondano, e anche da se stesso. Poi vede la caffettiera "segregata", perché i bianchi non volevano che lei bevesse lo stesso caffè: e si vergogna di quello che sta succedendo sotto i suoi occhi. A quel punto decide che le assurde barriere vanno spazzate via. La lezione per me è questa: se sei una persona aperta, prima o poi riuscirai a raggiungere la verità».

(30 dicembre 2016)