MILANO. Alla fine, nella vita, qualcuno che ti mette ko lo trovi sempre. Anche se ti chiami Gevorg “Giorgio” Petrosyan, sei il re della K1, (ovvero la kickboxing con l’aggiunta delle ginocchiate) e hai una teca piena di premi. Sono le 12 di un martedì soleggiato quando, a Milano, le porte della palestra che Petrosyan gestisce insieme al fratello Armen (anche lui fighter pluripremiato) si aprono. Giorgio, (1.78 per 70 chili di muscoli) fa il suo ingresso tenendo appoggiato sulla guancia sinistra un sacchetto di ghiaccio. Sulle labbra un rivolo di sangue. «Scusi il ritardo, cominciamo?». Cominciamo.
Quella di Petrosyan è una storia di sport ma non solo. Giorgio (ai tempi lo chiamavano Gevorg) nasce 31 anni fa in Armenia. «Vivevo a Yerevan con mio padre Andrei, mia madre Karine, mia sorella Lianna e due fratelli Stepan e Armen. Facevo una vita tranquilla, senza troppi problemi». Problemi che arrivano dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica. A settembre del 1991 l’Armenia dichiara l’indipendenza da Mosca. E sono guai. «All’improvviso venne a mancare tutto. L’elettricità era razionata, non c’era gasolio, per mangiare c’era bisogno della tessera. Il freddo che ho patito in quel periodo non riuscirò mai a levarmelo dalla mente».
A peggiorare la situazione arriva la guerra. Nello specifico quella contro contro l’Azerbaigian per il controllo del Nagorno Karabakh, un’enclave armena in territorio azero che era stata assegnata al governo di Baku da Stalin. «In quegli anni gli uomini venivano presi per strada e mandati al fronte. Mio padre si salvò perché aveva quattro figli e doveva occuparsi di noi. Mio zio, invece, quando sentiva suonare alla porta di casa, scappava sui tetti. D’altronde, chi vuole andare in guerra?».
È in questo clima che papà Petrosyan prende una decisione estrema. Lasciare l’Armenia. «Voleva un futuro migliore per noi e non voleva che, a 18 anni, io e i miei fratelli finissimo al fronte con un mitra in mano». È il 1999 quando Andrei monta sul rimorchio di un camion diretto in Italia: con lui, nascosti tra le casse, ci sono il tredicenne Giorgio e Stepan. «Fu un viaggio durissimo lungo dieci giorni. Non so che cosa trasportasse il camion, in ogni caso non credo che sulla bolla di fosse scritto “essere umani”. Noi eravamo un extra...».
Ed è così che un uomo e due ragazzini si ritrovano spersi nella periferia di una città che non conoscono (scopriranno solo all’arrivo di essere a Milano), in un Paese di cui non parlano la lingua e con Giorgio alle prese con 40 di febbre. I tre uomini non trovano aiuti né a Milano e nemmeno a Torino dove si spostano nei giorni seguenti («andavamo alla polizia dicevamo di essere rifugiati e anziché raccogliere la domanda di asilo ci mandavano via»). Alla fine il destino porta Andrei e i figli a Gorizia, confine estremo del Friuli. «Un ragazzo africano ci disse di aver chiesto asilo proprio là. Nessuno di noi ne aveva mai sentito parlare ma in certe situazioni ti aggrappi alla prima mano che ti viene tesa: la speranza è che sia quella giusta» ricorda Giorgio.
A Gorizia, in quegli anni, di stranieri in giro se ne vedono pochi. E la diffidenza è palpabile. «Passavo per strada e la gente mi fissava, i ragazzini mi dicevano “straniero di merda”. Ma io cercavo di farmi rispettare...». Magari non solo con la dialettica. Nasce così il modello di integrazione “forzata” targato Petrosyan. «Il primo giorno di scuola un ragazzino mi provocò e io lo stesi. Dopo diventammo amici. Non dico che fosse il modo giusto, ma io ero abituato a comportarmi così».
A Gorizia Giorgio cresce e continua a praticare la kickboxing. Lo faceva già in Armenia ma è nel nostro Paese che le cose si fanno serie. Si allena, come può e quando può e fa grandi progressi. Suo padre glielo dice sempre: «Vedrai che tutti questi sforzi saranno ripagati». Parole profetiche. La fama cresce, così come la serie di incontri vinti senza grandi difficoltà. Ma fuori dal ring la vita non è per niente facile. Giorgio e Armen (che nel frattempo ha raggiunto il fratello a Gorizia) restano stranieri senza permesso di soggiorno. «Quando lo chiedevamo ci dicevano “che problemi ci sono in Armenia? Perché non ci tornate?”».
Già, peccato che ancora oggi le tensioni con l’Azerbaigian provochino morti. Ma le disavventure burocratiche (ogni volta che doveva uscire dall’Italia per combattere era un’odissea, le volte che lui e il fratello sono stati fermati per un controllo non si contano) non distraggono Giorgio. Che ormai è diventato un professionista e vince tutte le competzioni più prestigiose. E con la fama, arrivano i soprannomi. È talmente preciso nei colpi che lo chiamano il “Chirurgo” (che poi si trasfoma in “Dottore”). O l’”Occhio di Dio”, come lo battezzano in Giappone, per la sua capacità di prevedere i colpi degli avversari.
Con il successo arrivano anche i problemi. Fisici e psicologici. «Ero imbattuto e ogni incontro per me era come un mondiale. Dovevo dimostrare di essere sempre il più forte. Alla fine mi è cascato tutto addosso: non andavo in palestra, non riuscivo a concentrami, piangevo, non dormivo. Tutto quello che mi piaceva era diventato brutto. Mi pesava la popolarità, mi chiedevo: ma non posso essere uno come gli altri? Che vince, ma può anche perdere?». E uno lo deve vedere dal vivo questo atleta che sfata l’immaginario collettivo del fighter senza macchia e paura, che parla a bassa voce mentre racconta come ha combattuto i suoi fantasmi: «Nel 2013, a 28 anni, ho sfiorato la depressione. Volevo rimettermi in pista ma non ce la facevo».
Inizia un periodo difficile. E Giorgio scrive la sua pagina più nera: il 23 novembre 2013 al Madison Square Garden combatte con una mano rotta e finisce ko contro Andy Ristie. La sua imbattibilità finisce così. È il momento di uno stop. Nel 2015, apre una palestra a Milano con il fratello. E risuonano i vecchi insulti: «Il padrone di una palestra vicina ci attaccava per le nostre origini. Lo chiamai e gli proposi un incontro “chiarificatore”». Mai avvenuto, per assenza dell’avversario. Torna spesso, parlando con Petrosyan, il tema dell’immigrazione. Le ultime ondate di profughi, i barconi, le proteste di chi non li vuole. «Chi viene per delinquere deve essere mandato via, ma sia chiaro che se uno scappa dal proprio Paese lo fa solo perché non può farne a meno» dice parlando di altri e anche di sé.
In palestra risuona la voce di Armen che martirizza un pugno di coraggiosi allievi (comprese due ragazze). Tra Giorgio e il fratello il rapporto è strettissimo e c’è chi vorrebbe vederli l’un contro altro sul ring. Speranza vana. «Non combatterò mai contro di lui, in questo sport sali sul ring per fare male all’avversario. E io non voglio far male a mio fratello». Per capire il livello di “male” che uno si può fare basta elencare gli infortuni avuti da Giorgio. Mano sinistra: sei interventi con applicazione di placca metallica.Mano destra: rotta due volte. Ernia cervicale: operata otto mesi fa. Naso: rotto tre volte. Piede sinistro: rotto dando un calcio in testa a un avversario oltre a vari altri traumi di minor conto...
«Se mi diverto sul ring? Mah, per modo di dire, questo è uno sport dove ci si ferisce, le uniche protezioni che abbiamo sono i guantoni. Vinci o perdi, le botte le prendi comunque» confessa Petrosyan. Che di questo sport ha fatto una professione che gli fa guadagnare borse notevoli e che, nel 2014, gli ha dato la cittadinanza italiana «per meriti sportivi». Nell’attesa di combattere il 18 febbraio a Mosca per il titolo mondiale W5 categoria fino a 70 chili, Giorgio ha raccontato la sua vita in un libro, Con le mie mani (Rizzoli, pp. 340, euro 18). Che è la storia di uno per cui combattere è un destino.
Ps. Per la cronaca, l’avversario che prima di questa intervista ha messo (quasi) ko Giorgio indossava un camice, una mascherina e aveva un trapano in mano. È il dentista che gli aveva estratto un dente. Sicuramente un tipo coraggioso.
(3 febbraio 2017)
Quella di Petrosyan è una storia di sport ma non solo. Giorgio (ai tempi lo chiamavano Gevorg) nasce 31 anni fa in Armenia. «Vivevo a Yerevan con mio padre Andrei, mia madre Karine, mia sorella Lianna e due fratelli Stepan e Armen. Facevo una vita tranquilla, senza troppi problemi». Problemi che arrivano dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica. A settembre del 1991 l’Armenia dichiara l’indipendenza da Mosca. E sono guai. «All’improvviso venne a mancare tutto. L’elettricità era razionata, non c’era gasolio, per mangiare c’era bisogno della tessera. Il freddo che ho patito in quel periodo non riuscirò mai a levarmelo dalla mente».
A peggiorare la situazione arriva la guerra. Nello specifico quella contro contro l’Azerbaigian per il controllo del Nagorno Karabakh, un’enclave armena in territorio azero che era stata assegnata al governo di Baku da Stalin. «In quegli anni gli uomini venivano presi per strada e mandati al fronte. Mio padre si salvò perché aveva quattro figli e doveva occuparsi di noi. Mio zio, invece, quando sentiva suonare alla porta di casa, scappava sui tetti. D’altronde, chi vuole andare in guerra?».
È in questo clima che papà Petrosyan prende una decisione estrema. Lasciare l’Armenia. «Voleva un futuro migliore per noi e non voleva che, a 18 anni, io e i miei fratelli finissimo al fronte con un mitra in mano». È il 1999 quando Andrei monta sul rimorchio di un camion diretto in Italia: con lui, nascosti tra le casse, ci sono il tredicenne Giorgio e Stepan. «Fu un viaggio durissimo lungo dieci giorni. Non so che cosa trasportasse il camion, in ogni caso non credo che sulla bolla di fosse scritto “essere umani”. Noi eravamo un extra...».
Ed è così che un uomo e due ragazzini si ritrovano spersi nella periferia di una città che non conoscono (scopriranno solo all’arrivo di essere a Milano), in un Paese di cui non parlano la lingua e con Giorgio alle prese con 40 di febbre. I tre uomini non trovano aiuti né a Milano e nemmeno a Torino dove si spostano nei giorni seguenti («andavamo alla polizia dicevamo di essere rifugiati e anziché raccogliere la domanda di asilo ci mandavano via»). Alla fine il destino porta Andrei e i figli a Gorizia, confine estremo del Friuli. «Un ragazzo africano ci disse di aver chiesto asilo proprio là. Nessuno di noi ne aveva mai sentito parlare ma in certe situazioni ti aggrappi alla prima mano che ti viene tesa: la speranza è che sia quella giusta» ricorda Giorgio.
A Gorizia, in quegli anni, di stranieri in giro se ne vedono pochi. E la diffidenza è palpabile. «Passavo per strada e la gente mi fissava, i ragazzini mi dicevano “straniero di merda”. Ma io cercavo di farmi rispettare...». Magari non solo con la dialettica. Nasce così il modello di integrazione “forzata” targato Petrosyan. «Il primo giorno di scuola un ragazzino mi provocò e io lo stesi. Dopo diventammo amici. Non dico che fosse il modo giusto, ma io ero abituato a comportarmi così».
A Gorizia Giorgio cresce e continua a praticare la kickboxing. Lo faceva già in Armenia ma è nel nostro Paese che le cose si fanno serie. Si allena, come può e quando può e fa grandi progressi. Suo padre glielo dice sempre: «Vedrai che tutti questi sforzi saranno ripagati». Parole profetiche. La fama cresce, così come la serie di incontri vinti senza grandi difficoltà. Ma fuori dal ring la vita non è per niente facile. Giorgio e Armen (che nel frattempo ha raggiunto il fratello a Gorizia) restano stranieri senza permesso di soggiorno. «Quando lo chiedevamo ci dicevano “che problemi ci sono in Armenia? Perché non ci tornate?”».
Già, peccato che ancora oggi le tensioni con l’Azerbaigian provochino morti. Ma le disavventure burocratiche (ogni volta che doveva uscire dall’Italia per combattere era un’odissea, le volte che lui e il fratello sono stati fermati per un controllo non si contano) non distraggono Giorgio. Che ormai è diventato un professionista e vince tutte le competzioni più prestigiose. E con la fama, arrivano i soprannomi. È talmente preciso nei colpi che lo chiamano il “Chirurgo” (che poi si trasfoma in “Dottore”). O l’”Occhio di Dio”, come lo battezzano in Giappone, per la sua capacità di prevedere i colpi degli avversari.
Con il successo arrivano anche i problemi. Fisici e psicologici. «Ero imbattuto e ogni incontro per me era come un mondiale. Dovevo dimostrare di essere sempre il più forte. Alla fine mi è cascato tutto addosso: non andavo in palestra, non riuscivo a concentrami, piangevo, non dormivo. Tutto quello che mi piaceva era diventato brutto. Mi pesava la popolarità, mi chiedevo: ma non posso essere uno come gli altri? Che vince, ma può anche perdere?». E uno lo deve vedere dal vivo questo atleta che sfata l’immaginario collettivo del fighter senza macchia e paura, che parla a bassa voce mentre racconta come ha combattuto i suoi fantasmi: «Nel 2013, a 28 anni, ho sfiorato la depressione. Volevo rimettermi in pista ma non ce la facevo».
Inizia un periodo difficile. E Giorgio scrive la sua pagina più nera: il 23 novembre 2013 al Madison Square Garden combatte con una mano rotta e finisce ko contro Andy Ristie. La sua imbattibilità finisce così. È il momento di uno stop. Nel 2015, apre una palestra a Milano con il fratello. E risuonano i vecchi insulti: «Il padrone di una palestra vicina ci attaccava per le nostre origini. Lo chiamai e gli proposi un incontro “chiarificatore”». Mai avvenuto, per assenza dell’avversario. Torna spesso, parlando con Petrosyan, il tema dell’immigrazione. Le ultime ondate di profughi, i barconi, le proteste di chi non li vuole. «Chi viene per delinquere deve essere mandato via, ma sia chiaro che se uno scappa dal proprio Paese lo fa solo perché non può farne a meno» dice parlando di altri e anche di sé.
In palestra risuona la voce di Armen che martirizza un pugno di coraggiosi allievi (comprese due ragazze). Tra Giorgio e il fratello il rapporto è strettissimo e c’è chi vorrebbe vederli l’un contro altro sul ring. Speranza vana. «Non combatterò mai contro di lui, in questo sport sali sul ring per fare male all’avversario. E io non voglio far male a mio fratello». Per capire il livello di “male” che uno si può fare basta elencare gli infortuni avuti da Giorgio. Mano sinistra: sei interventi con applicazione di placca metallica.Mano destra: rotta due volte. Ernia cervicale: operata otto mesi fa. Naso: rotto tre volte. Piede sinistro: rotto dando un calcio in testa a un avversario oltre a vari altri traumi di minor conto...
«Se mi diverto sul ring? Mah, per modo di dire, questo è uno sport dove ci si ferisce, le uniche protezioni che abbiamo sono i guantoni. Vinci o perdi, le botte le prendi comunque» confessa Petrosyan. Che di questo sport ha fatto una professione che gli fa guadagnare borse notevoli e che, nel 2014, gli ha dato la cittadinanza italiana «per meriti sportivi». Nell’attesa di combattere il 18 febbraio a Mosca per il titolo mondiale W5 categoria fino a 70 chili, Giorgio ha raccontato la sua vita in un libro, Con le mie mani (Rizzoli, pp. 340, euro 18). Che è la storia di uno per cui combattere è un destino.
Ps. Per la cronaca, l’avversario che prima di questa intervista ha messo (quasi) ko Giorgio indossava un camice, una mascherina e aveva un trapano in mano. È il dentista che gli aveva estratto un dente. Sicuramente un tipo coraggioso.
(3 febbraio 2017)