La Cina, che ha chiuso il 2016 con una crescita del 6,7 per cento – percentuale che per i Paesi occidentali è un miraggio irraggiungibile – sta rafforzando sempre più l’infrastruttura dei suoi trasporti, dove oggi investe più di Europa e Stati Uniti messi assieme. L’India, invece, è stata celebrata al World Economic Forum da poco conclusosi a Davos come il Paese con la crescita più rapida, visto che ha guadagnato ben 16 posizioni dall’anno scorso ad oggi, con un Pil pro capite quasi raddoppiato tra il 2007 e il 2016. Tutto questo mentre le economie occidentali arrancano o – è il caso degli Stati Uniti di Donald Trump – si chiudono a riccio. È sempre più chiaro che la globalizzazione stia sfuggendo di mano all’Occidente, proclamando sul campo nuovi vincitori e vinti, come spiega l’economista Richard Baldwin, docente al Graduate Institute di Ginevra e presidente del Centre for Economic Policy Research di Londra, nel saggio The Great Convergence: information technology and the new globalization (Belknap, pp. 329, euro 27,21).
Che cosa manca a suo avviso nelle analisi odierne della globalizzazione?
«Una cosa che sembra sfuggire a chi vede soltanto il mercato è che negli ultimi vent’anni la globalizzazione è stata spinta più dalle idee e dalle conoscenze (che attraversano i confini nazionali in un battibaleno grazie a internet) che dalle merci. La tecnologia dei Paesi più industrializzati, quelli del G7, è stata trasferita all’estero, nei Paesi in via di sviluppo, per combinarla con i bassi salari locali».
E questo che cosa ha comportato?
«Le faccio un esempio chiarificatore. La globalizzazione delle merci è un po’ come una trattativa tra due squadre di calcio che discutono uno scambio tra due giocatori. Magari una squadra ha troppi terzini e pochi attaccanti. L’altra ha il problema opposto, così si accordano per scambiare un terzino con un attaccante e sono entrambe soddisfatte. La globalizzazione delle idee è diversa. È come se l’allenatore della squadra più forte si mettesse ad allenare, nel suo tempo libero, anche quella più debole. Trasferendole le sue conoscenze. Ora: in questa situazione la squadra più debole (che nella mia metafora è il Paese emergente) si avvantaggerà, perché giocherà meglio e farà più punti. Ma ciò non si traduce in un vantaggio per la squadra più forte (ossia il Paese del G7). È invece un danno: ora avrà un concorrente in più per lo scudetto, che poi nella mia metafora corrisponde al mercato globale».
È un effetto della digitalizzazione sempre più spinta?
«Sì, perché il digitale ha fatto proprio questo: ha facilitato enormemente l’outsourcing internazionale e permesso la crescita di nuovi agglomerati, nei Paesi come Cina (per l’industria) e India (per i servizi) che vincono sul mercato perché coniugano bassi salari e l’alto know-how assorbito dai Paesi del G7. Il trasferimento di conoscenze reso possibile dalla rivoluzione informatica è stato a senso unico, dai Paesi del G7 a quelli che io chiamo i Paesi dell’I6: Cina, India, Corea, Indonesia, Thailandia, Polonia. Siccome quasi metà dell’umanità vive in questi sei Paesi, la loro industrializzazione rapida e l’aumentata capacità di spesa dei loro abitanti ha creato una domanda interna molto forte che ha fatto da volano per le loro economie. Invece nei Paesi del G7 i lavoratori sono terribilmente in crisi perché subiscono la concorrenza esterna di cinesi e indiani e la concorrenza interna dei robot».
Secondo lei perché i governi del G7 sembrano fare fatica a capire la natura della nuova globalizzazione?
«Perché è del tutto diversa da ciò a cui siamo abituati. Una volta la competizione avveniva a livello nazionale. Ad esempio le auto tedesche competevano con le auto giapponesi. Ma la nuova globalizzazione ha frantumato i confini nazionali. Oggi non competono le nazioni, ma industrie multinazionali che sono dei “network” che prendono il massimo vantaggio ovunque possono prenderlo: ad esempio la tassazione in Irlanda, la manodopera in Cina, i programmatori in Armenia, e così via. In questo si avvantaggiano le multinazionali, ovviamente, ma anche i Paesi scelti di volta in volta come beneficiari del trasferimento di conoscenze. Prendiamo il Vietnam: negli anni ’90 il suo vantaggio competitivo erano i bassi salari degli operai. Le industrie giapponesi, Honda in particolare, hanno iniziato a investire pesantemente sul Vietnam, trasferendo ingegneri, tecnici e know-how. Ciò ha creato un forte indotto, e il Vietnam ha cominciato a esportare pezzi di auto non solo in Giappone, ma in tutto il mondo. In questo caso il travaso di know-how dal Giappone non ha soltanto rafforzato il vantaggio competitivo iniziale del Vietnam, ma l’ha proprio trasformato in qualcosa di radicalmente migliore».
Ci può dare una misura di quanto è forte la spinta della crescita potenziata dal travaso di know-how?
«Lungo il corso del Diciannovesimo e Ventesimo secolo, i Paesi ricchi crescevano 1,5 o 2 volte più velocemente degli altri. Ma negli ultimi 20 anni i Paesi in rapida industrializzazione, proprio grazie all’innesto delle idee e delle innovazioni provenienti dai Paesi del G7, hanno avuto un tasso di crescita 4 o 5 volte superiore a quelli più ricchi. La crescita dei Paesi I6, guidati dalla Cina, e di alcuni altri Paesi esportatori di materie prime, ha ridotto la fetta di reddito globale detenuta dai Paesi G7 da due terzi a meno di un mezzo in soli 20 anni.È esattamente questa la “Grande Convergenza” a cui ho dedicato il titolo del mio libro: il mondo si è ormai instradato verso un livellamento globale. In altre parole il reddito medio sta tornando, seppur molto gradualmente e in modo non ancora troppo evidente, ad essere uniforme in tutto il mondo».
(3 febbraio 2017)
Che cosa manca a suo avviso nelle analisi odierne della globalizzazione?
«Una cosa che sembra sfuggire a chi vede soltanto il mercato è che negli ultimi vent’anni la globalizzazione è stata spinta più dalle idee e dalle conoscenze (che attraversano i confini nazionali in un battibaleno grazie a internet) che dalle merci. La tecnologia dei Paesi più industrializzati, quelli del G7, è stata trasferita all’estero, nei Paesi in via di sviluppo, per combinarla con i bassi salari locali».
E questo che cosa ha comportato?
«Le faccio un esempio chiarificatore. La globalizzazione delle merci è un po’ come una trattativa tra due squadre di calcio che discutono uno scambio tra due giocatori. Magari una squadra ha troppi terzini e pochi attaccanti. L’altra ha il problema opposto, così si accordano per scambiare un terzino con un attaccante e sono entrambe soddisfatte. La globalizzazione delle idee è diversa. È come se l’allenatore della squadra più forte si mettesse ad allenare, nel suo tempo libero, anche quella più debole. Trasferendole le sue conoscenze. Ora: in questa situazione la squadra più debole (che nella mia metafora è il Paese emergente) si avvantaggerà, perché giocherà meglio e farà più punti. Ma ciò non si traduce in un vantaggio per la squadra più forte (ossia il Paese del G7). È invece un danno: ora avrà un concorrente in più per lo scudetto, che poi nella mia metafora corrisponde al mercato globale».
È un effetto della digitalizzazione sempre più spinta?
«Sì, perché il digitale ha fatto proprio questo: ha facilitato enormemente l’outsourcing internazionale e permesso la crescita di nuovi agglomerati, nei Paesi come Cina (per l’industria) e India (per i servizi) che vincono sul mercato perché coniugano bassi salari e l’alto know-how assorbito dai Paesi del G7. Il trasferimento di conoscenze reso possibile dalla rivoluzione informatica è stato a senso unico, dai Paesi del G7 a quelli che io chiamo i Paesi dell’I6: Cina, India, Corea, Indonesia, Thailandia, Polonia. Siccome quasi metà dell’umanità vive in questi sei Paesi, la loro industrializzazione rapida e l’aumentata capacità di spesa dei loro abitanti ha creato una domanda interna molto forte che ha fatto da volano per le loro economie. Invece nei Paesi del G7 i lavoratori sono terribilmente in crisi perché subiscono la concorrenza esterna di cinesi e indiani e la concorrenza interna dei robot».
Secondo lei perché i governi del G7 sembrano fare fatica a capire la natura della nuova globalizzazione?
«Perché è del tutto diversa da ciò a cui siamo abituati. Una volta la competizione avveniva a livello nazionale. Ad esempio le auto tedesche competevano con le auto giapponesi. Ma la nuova globalizzazione ha frantumato i confini nazionali. Oggi non competono le nazioni, ma industrie multinazionali che sono dei “network” che prendono il massimo vantaggio ovunque possono prenderlo: ad esempio la tassazione in Irlanda, la manodopera in Cina, i programmatori in Armenia, e così via. In questo si avvantaggiano le multinazionali, ovviamente, ma anche i Paesi scelti di volta in volta come beneficiari del trasferimento di conoscenze. Prendiamo il Vietnam: negli anni ’90 il suo vantaggio competitivo erano i bassi salari degli operai. Le industrie giapponesi, Honda in particolare, hanno iniziato a investire pesantemente sul Vietnam, trasferendo ingegneri, tecnici e know-how. Ciò ha creato un forte indotto, e il Vietnam ha cominciato a esportare pezzi di auto non solo in Giappone, ma in tutto il mondo. In questo caso il travaso di know-how dal Giappone non ha soltanto rafforzato il vantaggio competitivo iniziale del Vietnam, ma l’ha proprio trasformato in qualcosa di radicalmente migliore».
Ci può dare una misura di quanto è forte la spinta della crescita potenziata dal travaso di know-how?
«Lungo il corso del Diciannovesimo e Ventesimo secolo, i Paesi ricchi crescevano 1,5 o 2 volte più velocemente degli altri. Ma negli ultimi 20 anni i Paesi in rapida industrializzazione, proprio grazie all’innesto delle idee e delle innovazioni provenienti dai Paesi del G7, hanno avuto un tasso di crescita 4 o 5 volte superiore a quelli più ricchi. La crescita dei Paesi I6, guidati dalla Cina, e di alcuni altri Paesi esportatori di materie prime, ha ridotto la fetta di reddito globale detenuta dai Paesi G7 da due terzi a meno di un mezzo in soli 20 anni.È esattamente questa la “Grande Convergenza” a cui ho dedicato il titolo del mio libro: il mondo si è ormai instradato verso un livellamento globale. In altre parole il reddito medio sta tornando, seppur molto gradualmente e in modo non ancora troppo evidente, ad essere uniforme in tutto il mondo».
(3 febbraio 2017)