Paul Magnette: credetemi, Another Global è possibile
di Francesca De BenedettiDopo aver rallentato l’approvazione del Ceta, il presidente vallone è diventato un simbolo: «La politica di Bruxelles fa troppe vittime. Non lasciamo ai Trump la bandiera del no a questa globalizzazione»
Avrebbe potuto passare alla storia come il più popolare No global in giacca e cravatta. E invece no: va a finire che sarà lui a rianimare la globalizzazione. Paul Magnette, 45 anni, ex accademico, oggi presidente della Vallonia, fa parlare tutta Europa da quest’autunno. Riuscì a frenare il Ceta, l’accordo di libero scambio con il Canada, un po’ il fratellino minore di Ttip, il trattato con gli Usa. Oggi le parti si ribaltano. Gli Stati Uniti giocano a fare i No global: con il protezionista Trump, il Ttip è fermo. Mentre lui, il prof simbolo della sinistra, a pochi giorni dal voto dell’Europarlamento sul Ceta, rilancia: serve un’altra globalizzazione.
Dalla cattedra alla ribalta d’Europa. Come comincia la sua trasformazione, presidente?
«Nella mia città, Charleroi, la corruzione aveva trascinato il Partito socialista nella bufera. Il presidente del partito, Elio Di Rupo, mi chiamò. Era il 2007. “…
Dalla cattedra alla ribalta d’Europa. Come comincia la sua trasformazione, presidente?
«Nella mia città, Charleroi, la corruzione aveva trascinato il Partito socialista nella bufera. Il presidente del partito, Elio Di Rupo, mi chiamò. Era il 2007. “…
Avrebbe potuto passare alla storia come il più popolare No global in giacca e cravatta. E invece no: va a finire che sarà lui a rianimare la globalizzazione. Paul Magnette, 45 anni, ex accademico, oggi presidente della Vallonia, fa parlare tutta Europa da quest’autunno. Riuscì a frenare il Ceta, l’accordo di libero scambio con il Canada, un po’ il fratellino minore di Ttip, il trattato con gli Usa. Oggi le parti si ribaltano. Gli Stati Uniti giocano a fare i No global: con il protezionista Trump, il Ttip è fermo. Mentre lui, il prof simbolo della sinistra, a pochi giorni dal voto dell’Europarlamento sul Ceta, rilancia: serve un’altra globalizzazione.
Dalla cattedra alla ribalta d’Europa. Come comincia la sua trasformazione, presidente?
«Nella mia città, Charleroi, la corruzione aveva trascinato il Partito socialista nella bufera. Il presidente del partito, Elio Di Rupo, mi chiamò. Era il 2007. “Professore” mi disse “qui serve un mediatore”. Bisognava tirar fuori la sinistra dal pantano, riuscimmo nell’impresa. Di Rupo mi scelse come ministro in Vallonia. Ho messo piede nel governo e da allora ho solo corso: nel 2014, con un consenso mai visto, sono diventato presidente».
Bravo a mediare, ma in Europa non firmando il Ceta ha preferito rompere le uova nel paniere, giusto?
«Bisognava farlo. Non sono certo uno a cui piace fare il radicale per posa. Ma l’Unione europea attraversa la crisi più profonda della sua storia, anzitutto una crisi di fiducia. Non bastano piccole riforme, servono svolte».
Ora, il prossimo 15 febbraio, alla fine l’Europarlamento si esprimerà sul Ceta. La sua regione si oppose, poi arrivò a un accordo, ma con riserve. Come andrà a finire?
«Il voto del 15 è importante, ma se Strasburgo dirà sì al Ceta partirà solo l’applicazione provvisoria del trattato. A cui dovrà seguire la ratifica dei 28 Paesi, con i parlamenti nazionali e talvolta regionali. Avremo ancora un gran lavoro da fare».
Spera in una “rivolta dei piccoli”?
«Non siamo così piccoli (ride), siamo più grandi di alcuni Stati. E poi c’è una grande vitalità democratica in alcuni territori, come a Madrid. E che dire dell’Emilia-Romagna? Quando ero ragazzo, Bologna era un modello di democrazia civica».
Perché ce l’ha con il libero scambio? Cosa non digerisce? La riduzione dei dazi, l’apertura dei mercati?
«No, è che questa versione di libero scambio tira in ballo la democrazia. L’ho detto, ai canadesi: “Mi spiace mettere i bastoni tra le ruote proprio a voi”. L’impatto è relativo: il Canada ha 35 milioni di abitanti, l’Europa mezzo miliardo; il modello sociale è simile. Ma il Ceta può diventare un cavallo di Troia. La chiave è nel capitolo sulla protezione degli investimenti. Vede, i trattati commerciali di nuova generazione non si limitano a abbattere dazi; creano nuove regole. È fondamentale che le regole stiano dalla parte dei cittadini».
Questa è teoria, professore. Faccia un esempio.
«Storia vera: McDonald’s fa causa a Firenze. Il Comune, per tutelare il patrimonio culturale, aveva negato l’apertura di un locale a fianco al Duomo. La logica nei trattati è simile: il governo mi priva di un profitto disatteso, quindi dovrà ripagarmi. In più, se a decidere sono corti arbitrali private, il rischio è che la giustizia internazionale finisca in mano ai poteri economici».
Lei dice che l’Europa ha bisogno di svolte. Perché cominciare dal libero scambio?
«L’Europa è la più grande potenza commerciale. Assieme a Thomas Piketty e ad altri accademici abbiamo firmato un manifesto, Per un’altra globalizzazione, per dire che questa globalizzazione selvaggia, così come è stata inseguita da Bruxelles finora, fa pochi vincitori e lascia a terra troppi perdenti. Aprire gli scambi tout court non significa in automatico più crescita. Non conviene a tutti: crea posti di lavoro ma ne distrugge altri. Senza una politica industriale, di formazione, di innovazione, significa la catastrofe per molti».
Qualcuno direbbe: “Ecco un altro protezionista. Magnette parla come Trump o Le Pen”. Eppure lei è di sinistra. La destra vi ha rubato gli argomenti?
«Io sono l’anti Trump, ma una cosa lui l’ha fiutata: la rabbia dei colletti blu. Viceversa, molti socialdemocratici hanno abbandonato la loro identità politica, si sono convertiti in liberali e rischiano di portare i loro partiti all’estinzione. Se l’Europa continua così, se abbandona i lavoratori e li sottopone a pressioni insostenibili, avremo tanti Trump. Confido in quelli come Benoît Hamon: la pensa come me. Nessuno avrebbe scommesso su di lui, ma ha vinto le primarie dei socialisti in Francia».
Una volta la destra faceva da sponda a quella che lei chiama “globalizzazione selvaggia”. Ora Trump & Co. fanno i No global. Non sarà che anche ai “vincitori” ora il libero scambio non conviene più? Magari perché oggi vince la Cina.
«Vero. Nella curva ciclica del commercio andiamo verso la fine di un’era: oggi è la Cina, che ha aperto il mercato e fa tanti investimenti in Africa, il Paese a cui l’abbattimento incondizionato delle frontiere conviene di più».
Ma va a finire che a resuscitare la globalizzazione ci pensa la sinistra à la Magnette?
«Io non sono affatto No global, semmai another global, un “alter-mondialista”. Vorrei insomma che l’Europa invertisse la rotta. L’accordo per gli scambi non dev’essere un fine ma uno strumento per riaffermare le priorità dell’Ue: i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, il Welfare, la tutela dei più deboli. Globalizzazione sì, ma come estensione dei diritti: un’idea cara al vostro Norberto Bobbio».
(10 febbraio 2017)
Dalla cattedra alla ribalta d’Europa. Come comincia la sua trasformazione, presidente?
«Nella mia città, Charleroi, la corruzione aveva trascinato il Partito socialista nella bufera. Il presidente del partito, Elio Di Rupo, mi chiamò. Era il 2007. “Professore” mi disse “qui serve un mediatore”. Bisognava tirar fuori la sinistra dal pantano, riuscimmo nell’impresa. Di Rupo mi scelse come ministro in Vallonia. Ho messo piede nel governo e da allora ho solo corso: nel 2014, con un consenso mai visto, sono diventato presidente».
Bravo a mediare, ma in Europa non firmando il Ceta ha preferito rompere le uova nel paniere, giusto?
«Bisognava farlo. Non sono certo uno a cui piace fare il radicale per posa. Ma l’Unione europea attraversa la crisi più profonda della sua storia, anzitutto una crisi di fiducia. Non bastano piccole riforme, servono svolte».
Ora, il prossimo 15 febbraio, alla fine l’Europarlamento si esprimerà sul Ceta. La sua regione si oppose, poi arrivò a un accordo, ma con riserve. Come andrà a finire?
«Il voto del 15 è importante, ma se Strasburgo dirà sì al Ceta partirà solo l’applicazione provvisoria del trattato. A cui dovrà seguire la ratifica dei 28 Paesi, con i parlamenti nazionali e talvolta regionali. Avremo ancora un gran lavoro da fare».
Spera in una “rivolta dei piccoli”?
«Non siamo così piccoli (ride), siamo più grandi di alcuni Stati. E poi c’è una grande vitalità democratica in alcuni territori, come a Madrid. E che dire dell’Emilia-Romagna? Quando ero ragazzo, Bologna era un modello di democrazia civica».
Perché ce l’ha con il libero scambio? Cosa non digerisce? La riduzione dei dazi, l’apertura dei mercati?
«No, è che questa versione di libero scambio tira in ballo la democrazia. L’ho detto, ai canadesi: “Mi spiace mettere i bastoni tra le ruote proprio a voi”. L’impatto è relativo: il Canada ha 35 milioni di abitanti, l’Europa mezzo miliardo; il modello sociale è simile. Ma il Ceta può diventare un cavallo di Troia. La chiave è nel capitolo sulla protezione degli investimenti. Vede, i trattati commerciali di nuova generazione non si limitano a abbattere dazi; creano nuove regole. È fondamentale che le regole stiano dalla parte dei cittadini».
Questa è teoria, professore. Faccia un esempio.
«Storia vera: McDonald’s fa causa a Firenze. Il Comune, per tutelare il patrimonio culturale, aveva negato l’apertura di un locale a fianco al Duomo. La logica nei trattati è simile: il governo mi priva di un profitto disatteso, quindi dovrà ripagarmi. In più, se a decidere sono corti arbitrali private, il rischio è che la giustizia internazionale finisca in mano ai poteri economici».
Lei dice che l’Europa ha bisogno di svolte. Perché cominciare dal libero scambio?
«L’Europa è la più grande potenza commerciale. Assieme a Thomas Piketty e ad altri accademici abbiamo firmato un manifesto, Per un’altra globalizzazione, per dire che questa globalizzazione selvaggia, così come è stata inseguita da Bruxelles finora, fa pochi vincitori e lascia a terra troppi perdenti. Aprire gli scambi tout court non significa in automatico più crescita. Non conviene a tutti: crea posti di lavoro ma ne distrugge altri. Senza una politica industriale, di formazione, di innovazione, significa la catastrofe per molti».
Qualcuno direbbe: “Ecco un altro protezionista. Magnette parla come Trump o Le Pen”. Eppure lei è di sinistra. La destra vi ha rubato gli argomenti?
«Io sono l’anti Trump, ma una cosa lui l’ha fiutata: la rabbia dei colletti blu. Viceversa, molti socialdemocratici hanno abbandonato la loro identità politica, si sono convertiti in liberali e rischiano di portare i loro partiti all’estinzione. Se l’Europa continua così, se abbandona i lavoratori e li sottopone a pressioni insostenibili, avremo tanti Trump. Confido in quelli come Benoît Hamon: la pensa come me. Nessuno avrebbe scommesso su di lui, ma ha vinto le primarie dei socialisti in Francia».
Una volta la destra faceva da sponda a quella che lei chiama “globalizzazione selvaggia”. Ora Trump & Co. fanno i No global. Non sarà che anche ai “vincitori” ora il libero scambio non conviene più? Magari perché oggi vince la Cina.
«Vero. Nella curva ciclica del commercio andiamo verso la fine di un’era: oggi è la Cina, che ha aperto il mercato e fa tanti investimenti in Africa, il Paese a cui l’abbattimento incondizionato delle frontiere conviene di più».
Ma va a finire che a resuscitare la globalizzazione ci pensa la sinistra à la Magnette?
«Io non sono affatto No global, semmai another global, un “alter-mondialista”. Vorrei insomma che l’Europa invertisse la rotta. L’accordo per gli scambi non dev’essere un fine ma uno strumento per riaffermare le priorità dell’Ue: i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, il Welfare, la tutela dei più deboli. Globalizzazione sì, ma come estensione dei diritti: un’idea cara al vostro Norberto Bobbio».
(10 febbraio 2017)