Vecchi e nuovi marzianini. Appuntamento a Roma
di Jaime D'AlessandroCi sarà anche "Space Invaders" nella grande mostra sui videogame che il 4 marzo aprirà nella capitale. A inventarlo nel 1978 fu Tomohiro Nishikado. Che qui rivela: «Nei videogiochi sono una vera frana»
L'anno degli accordi di Camp David fra Egitto e Israele, firmati da Anwar Sadat e Menachem Begin, alla presenza di Jimmy Carter. L’anno di Aldo Moro, ucciso a maggio dalle Brigate Rosse. Poco dopo si sarebbe inabissato il Dc 9 dell’Alitalia a Punta Raisi e la Spagna avrebbe voltato pagina tornando ad essere un Paese democratico. Sempre nel 1978, in Georgia, spararono a Larry Flynt, il re del porno, lasciandolo paralizzato dalla vita in giù. L’Argentina, in casa, vinse il mondiale di calcio, il Galles il Cinque nazioni nel rugby. Uscì la prima striscia del fumetto Garfield. Le serie tv di successo, telefilm si chiamavano a quei tempi, erano M.A.S.H., Chips, Dallas, Il mio amico Arnold, I sopravvissuti (meno famosa, ma la mettiamo perché era bella). Io e Annie di Woody Allen prese quattro Oscar, ma tutti ballavano pensando a Grease e fantasticavano di Guerre stellari. Si formarono gruppi che in seguito avrebbero fatto la storia della musica: Ba…
L'anno degli accordi di Camp David fra Egitto e Israele, firmati da Anwar Sadat e Menachem Begin, alla presenza di Jimmy Carter. L’anno di Aldo Moro, ucciso a maggio dalle Brigate Rosse. Poco dopo si sarebbe inabissato il Dc 9 dell’Alitalia a Punta Raisi e la Spagna avrebbe voltato pagina tornando ad essere un Paese democratico. Sempre nel 1978, in Georgia, spararono a Larry Flynt, il re del porno, lasciandolo paralizzato dalla vita in giù. L’Argentina, in casa, vinse il mondiale di calcio, il Galles il Cinque nazioni nel rugby. Uscì la prima striscia del fumetto Garfield. Le serie tv di successo, telefilm si chiamavano a quei tempi, erano M.A.S.H., Chips, Dallas, Il mio amico Arnold, I sopravvissuti (meno famosa, ma la mettiamo perché era bella). Io e Annie di Woody Allen prese quattro Oscar, ma tutti ballavano pensando a Grease e fantasticavano di Guerre stellari. Si formarono gruppi che in seguito avrebbero fatto la storia della musica: Bauhaus, Dead Kennedys, Duran Duran, Simple Minds, Ub40. Anche se alla radio furoreggiavano Stayin’ Alive dei Bee Gees, Una Donna per amico di Lucio Battisti, Tu di Umberto Tozzi, Figli delle stelle di Alan Sorrenti e Triangolo di Renato Zero. Per Time Magazine l’uomo dell’anno fu Deng Xiaoping.
Il 1978 fu però anche il momento di gloria di Tomohiro Nishikado, un nome che ai più dirà poco. Fu allora che questo ingegnere nato a Osaka 73 anni fa inventò Space Invaders. Noto da noi come “i marzianini”. Gli alieni marciavano dall’alto dello schermo scendendo verso la Terra, con un suono cupo che è entrato nell’immaginario collettivo. Quell’opera è diventata una delle protagoniste, inevitabili, della mostra del Barbican Museum di Londra, Game On 2.0, che sbarcherà a Roma il 4 marzo nello Spazio Tirso con cento titoli per console e pc che sono stati fondamentali nella storia del settore. A partire da Space Invaders.
«Lo sa? Giocare ai videogiochi non è proprio il mio forte» dice Nishikado. «All’inizio mi era difficile persino completare il primo livello. In seguito ho imparato: sono riuscito a finire anche il secondo. Ma è tutto quello che so fare in Space Invaders». Ci sono pochi altri game designer come lui. Vengono subito in mente Tohru Iwatani, che nel 1980 creò Pac-Man, e Akihiro Yokoi, che nel 1996 inventò il Tamagotchi, il pulcino virtuale pigolante che ha ossessionato una generazione. Li accomuna non tanto e non solo la semplicità dei loro giochi, immediati e forse per questo indimenticabili, quanto il successo planetario legato a un’unica idea. In seguito non hanno potuto o saputo ripetersi.
Nei primi tempi, mentre la Taito accumulava milioni grazie a Space Invaders, nessuno sapeva chi c’era dietro. «Mi venne detto che l’allora presidente Michael Kogan desiderava che i videogame della Taito apparissero come sviluppati da una squadra, senza far emergere il nome di una persona in particolare. Ma girava anche la voce che temesse che ditte concorrenti potessero strappargli gli ingegneri di maggior talento. Ormai è impossibile sapere quanto ci sia di vero nell’una o nell’altra versione della storia». Kogan, ebreo russo nato a Odessa nel 1917 e scomparso a Los Angeles nel 1984, aveva fondato la sua compagnia in Giappone nel 1953. Negli anni a Tokyo e dintorni importò i distributori automatici, oggi parte del panorama giapponese quanto i templi shintoisti, e la vodka. Poi prese a produrre flipper e macchine da sala giochi e quando il Sol Levante –con il crollo del mercato americano e di compagnie come Coleco, Commodore e Atari – prese il posto degli Stati Uniti in questo settore, andò alla conquista del mondo. «Subito dopo il lancio di Space Invaders» ricorda Tomohiro Nishikado «molte ditte giapponesi che avevano a che fare con i giochi presero ad analizzare e a studiare il mio videogame. Credo sia stato uno dei primi passi grazie ai quali il Giappone è diventato la superpotenza dei videogiochi degli anni Ottanta».
Il successo di Space Invaders fu così rapido che ne fecero le spese le monete da cento yen, necessarie per giocare alle macchinette. «Sì, la notizia riportata dai giornali secondo cui, durante il boom di Space Invaders, le monete di quel taglio iniziarono a scarseggiare è vera» conferma l’autore. «Ho sentito, purtroppo, anche di giovani che hanno compiuto azioni deprecabili pur di avere i soldi necessari a giocare. Però mi pare davvero troppo credere che, come è stato scritto da alcune testate, un ragazzino abbia tentato addirittura una rapina in banca. All’epoca, attorno a Space Invaders, sono nate tante leggende metropolitane».
Tomohiro Nishikado si era ispirato all’America. Meglio: a un gioco dell’Atari, la stessa di Pong, chiamato Breakout. È quello dove si distruggono dei mattoncini con un pallina. Bisogna farla rimbalzare su una racchetta stilizzata posta in fondo allo schermo. Parliamo del 1976. L’idea era stata di Nolan Bushnell, fondatore dell’Atari, ma a realizzare il gioco furono due dipendenti appena entrati nell’azienda: Steve Wozniak e Steve Jobs. E a intascare la maggior parte dei soldi fu Jobs: disse a Wozniak che l’Atari li avrebbe pagati 750 dollari, quando Bushnell gliene aveva promessi cinquemila. Una storia nota, quella della nascita della Apple fondata su una menzogna detta a un amico.
«È vero, ho costruito Space Invaders usando come modello Breakout» svela Nishikado. «Ora lo definiremmo uno sparatutto. Quando lo stavo finendo, non sapevo ancora che aspetto dare ai bersagli. Andavo per tentativi. Poi mi è giunta la voce della realizzazione di Star Wars, così mi è venuto in mente di dare al gioco un’ambientazione spaziale, con gli alieni come avversari». Mentre Steven Spielberg si faceva fotografare davanti a un cabinato di Space Invaders, Tomohiro Nishikado venne promosso a dirigente e di fatto per lui divenne difficile creare altri giochi. Una di quelle scelte che oggi sarebbero impensabili in una compagnia di tale livello. «Per quanto mi riguarda, avrei voluto continuare nel mio lavoro. Ma la politica aziendale è stata quella e non ho potuto farci nulla» dice oggi, apparentemente senza amarezza. Amarezza che, comunque, ha avuto quasi quarant’anni per affievolirsi e scomparire.
(24 febbraio 2017)
Il 1978 fu però anche il momento di gloria di Tomohiro Nishikado, un nome che ai più dirà poco. Fu allora che questo ingegnere nato a Osaka 73 anni fa inventò Space Invaders. Noto da noi come “i marzianini”. Gli alieni marciavano dall’alto dello schermo scendendo verso la Terra, con un suono cupo che è entrato nell’immaginario collettivo. Quell’opera è diventata una delle protagoniste, inevitabili, della mostra del Barbican Museum di Londra, Game On 2.0, che sbarcherà a Roma il 4 marzo nello Spazio Tirso con cento titoli per console e pc che sono stati fondamentali nella storia del settore. A partire da Space Invaders.
«Lo sa? Giocare ai videogiochi non è proprio il mio forte» dice Nishikado. «All’inizio mi era difficile persino completare il primo livello. In seguito ho imparato: sono riuscito a finire anche il secondo. Ma è tutto quello che so fare in Space Invaders». Ci sono pochi altri game designer come lui. Vengono subito in mente Tohru Iwatani, che nel 1980 creò Pac-Man, e Akihiro Yokoi, che nel 1996 inventò il Tamagotchi, il pulcino virtuale pigolante che ha ossessionato una generazione. Li accomuna non tanto e non solo la semplicità dei loro giochi, immediati e forse per questo indimenticabili, quanto il successo planetario legato a un’unica idea. In seguito non hanno potuto o saputo ripetersi.
Nei primi tempi, mentre la Taito accumulava milioni grazie a Space Invaders, nessuno sapeva chi c’era dietro. «Mi venne detto che l’allora presidente Michael Kogan desiderava che i videogame della Taito apparissero come sviluppati da una squadra, senza far emergere il nome di una persona in particolare. Ma girava anche la voce che temesse che ditte concorrenti potessero strappargli gli ingegneri di maggior talento. Ormai è impossibile sapere quanto ci sia di vero nell’una o nell’altra versione della storia». Kogan, ebreo russo nato a Odessa nel 1917 e scomparso a Los Angeles nel 1984, aveva fondato la sua compagnia in Giappone nel 1953. Negli anni a Tokyo e dintorni importò i distributori automatici, oggi parte del panorama giapponese quanto i templi shintoisti, e la vodka. Poi prese a produrre flipper e macchine da sala giochi e quando il Sol Levante –con il crollo del mercato americano e di compagnie come Coleco, Commodore e Atari – prese il posto degli Stati Uniti in questo settore, andò alla conquista del mondo. «Subito dopo il lancio di Space Invaders» ricorda Tomohiro Nishikado «molte ditte giapponesi che avevano a che fare con i giochi presero ad analizzare e a studiare il mio videogame. Credo sia stato uno dei primi passi grazie ai quali il Giappone è diventato la superpotenza dei videogiochi degli anni Ottanta».
Il successo di Space Invaders fu così rapido che ne fecero le spese le monete da cento yen, necessarie per giocare alle macchinette. «Sì, la notizia riportata dai giornali secondo cui, durante il boom di Space Invaders, le monete di quel taglio iniziarono a scarseggiare è vera» conferma l’autore. «Ho sentito, purtroppo, anche di giovani che hanno compiuto azioni deprecabili pur di avere i soldi necessari a giocare. Però mi pare davvero troppo credere che, come è stato scritto da alcune testate, un ragazzino abbia tentato addirittura una rapina in banca. All’epoca, attorno a Space Invaders, sono nate tante leggende metropolitane».
Tomohiro Nishikado si era ispirato all’America. Meglio: a un gioco dell’Atari, la stessa di Pong, chiamato Breakout. È quello dove si distruggono dei mattoncini con un pallina. Bisogna farla rimbalzare su una racchetta stilizzata posta in fondo allo schermo. Parliamo del 1976. L’idea era stata di Nolan Bushnell, fondatore dell’Atari, ma a realizzare il gioco furono due dipendenti appena entrati nell’azienda: Steve Wozniak e Steve Jobs. E a intascare la maggior parte dei soldi fu Jobs: disse a Wozniak che l’Atari li avrebbe pagati 750 dollari, quando Bushnell gliene aveva promessi cinquemila. Una storia nota, quella della nascita della Apple fondata su una menzogna detta a un amico.
«È vero, ho costruito Space Invaders usando come modello Breakout» svela Nishikado. «Ora lo definiremmo uno sparatutto. Quando lo stavo finendo, non sapevo ancora che aspetto dare ai bersagli. Andavo per tentativi. Poi mi è giunta la voce della realizzazione di Star Wars, così mi è venuto in mente di dare al gioco un’ambientazione spaziale, con gli alieni come avversari». Mentre Steven Spielberg si faceva fotografare davanti a un cabinato di Space Invaders, Tomohiro Nishikado venne promosso a dirigente e di fatto per lui divenne difficile creare altri giochi. Una di quelle scelte che oggi sarebbero impensabili in una compagnia di tale livello. «Per quanto mi riguarda, avrei voluto continuare nel mio lavoro. Ma la politica aziendale è stata quella e non ho potuto farci nulla» dice oggi, apparentemente senza amarezza. Amarezza che, comunque, ha avuto quasi quarant’anni per affievolirsi e scomparire.
(24 febbraio 2017)