FIRENZE. Venticinque anni fa il premio Oscar Danis Tanovic era un promettente studente dell’Accademia delle arti teatrali di Sarajevo in cerca di futuro. Quando il 6 aprile 1992 cominciò l’assedio (e siamo appunto all’anniversario tondo) imbracciò la cinepresa per riprendere alcune azioni anche spericolate, anche di prima linea, dell’esercito bosniaco. Attraverso la via tortuosa della guerra aveva scoperto una vocazione. Ciascuno trova un ruolo nei conflitti e il suo, magnificamente poi esteso al cinema, era quello di regista. A Firenze ha portato, per la rassegna Balkan Florence Express, la sua ultima pellicola, Death in Sarajevo, liberamente ispirata a un’opera di Bernard-Henri Lévy e colpevolmente ignorata dai nostri distributori. Peccato.
Nell’“Hotel Europa” della capitale bosniaca si aspettano gli ospiti stranieri per la commemorazione del centenario dell’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando da parte dell’irredentista serbo Gavrilo Princip (1914). Ma i dipendenti dell’albergo minacciano uno sciopero perché da mesi non ricevono lo stipendio. Il direttore si rivolge a una banda mafiosa che spadroneggia nel night club del sottosuolo per piegare a suon di botte i leader della protesta. Le metafore si sprecano. L’hotel è trasparentemente la Bosnia tradita dalle pompose e mai onorate promesse della comunità internazionale, e dove hanno vinto, 25 anni dopo, i peggiori, i delinquenti, mentre la popolazione è alla fame.
Benché si sia dichiarato, all’inizio dell’intervista col Venerdì, un «ottimista», Tanovic non può negare questa interpretazione. Però propone un ventaglio di ipotesi che mitigano l’amaro: «Il film non ha un solo finale, ne ha molti. C’è qualcuno che muore, ed è una possibilità. C’è qualcuno che passeggia nell’hotel rimasto vuoto, ed è una seconda possibilità. C’è una figlia che ha ritrovato sua madre e procedono insieme abbracciate verso la luce, ed è una terza possibilità».
Il lungometraggio è un pretesto per alludere alla guerra e all’infinito dopoguerra. Venticinque anni dopo il secondo conflitto mondiale, per tracciare un paragone, l’Italia aveva già conosciuto il boom, il centrosinistra, il Sessantotto, la strage di Piazza Fontana. La Bosnia vive un tempo cristallizzato dalla pace fredda di Dayton, che ha sì fermato il massacro, però ha bloccato il futuro. Le istituzioni sono paralizzate da un farraginoso meccanismo per cui le varie “etnie” hanno diritti di veto, l’economia non è ripartita, si campa di aiuti e imperversano i partiti confessionali. Quando si chiede l’età alle persone, molte rispondono con quella che avevano quando cominciarono le ostilità. Tanto che non pochi, per paradosso, rimpiangono il tempo della guerra, perché si era uniti, c’era più solidarietà, non si era immersi nel finto liberismo individualista del dopo.
Danis Tanovic conosce bene questa postura nostalgica abbastanza radicata, tanto da contemplarla per negarla nel profondo. «Sì certo, le ragazze che non si potevano nemmeno toccare erano diventate all’improvviso tutte disponibili. Perché aspettare a fare l’amore se il giorno dopo magari si poteva morire? C’era la rivoluzione sessuale a Sarajevo. E si distribuiva tutto ciò che si aveva. Ho visto persone eroiche mettere in gioco la vita per qualcuno che non si conosceva. Dentro le vene scorreva un’adrenalina pazzesca. Era dunque meglio la guerra? No, in guerra nessuno vince e tutti perdono. Io avevo 23 anni quando è scoppiata e ho perduto la gioventù, ho perduto gli amici. La guerra non distrugge solo le persone e le case, ma anche la società. Poi bisogna ricostruire, e qui passerà ancora molto tempo prima che succeda. Troppo odio in circolazione ancora, troppa incomprensione».
Il pendolo intimo del regista continua a oscillare tra disperazione e speranza. Però, per giustificare quell’autodefinizione («ottimista») dice: «Il pessimista pensa che non può andare peggio. L’ottimista che può andare peggio, ma anche meglio». Il suo meglio, dopo il fronte, è andato dapprima a cercarlo all’estero. Il Belgio per finire gli studi, la Francia dove si è sposato e ha fatto cinque figli. Gli Stati Uniti dove nel 2002 ha vinto l’Oscar per No Man’s Land. Salvo poi tornare a casa. «C’era mia madre gravemente malata, la mia meravigliosa moglie è venuta con me, non sapevamo se ci saremmo rimasti per un mese, sei mesi, un anno. Siamo qui da dieci anni. Lei si è accorta che le scuole non erano di livello per i nostri bambini. E allora ha fondato una Montessori che è additata ad esempio in tutto il mondo». Come dire: vedete che qualcosa di buono può sorgere pure in Bosnia? Il rapporto con la città d’origine, con la sua gente a cui aveva dedicato l’Oscar dal palco di Hollywood, non si è mai spezzato.
«Io sono prima di tutto bosniaco, anzi sarajevese, che è un legame speciale. Come quello dei romani con Roma o dei parigini con Parigi». Un’adesione che resiste agli scossoni della cronaca e dell’attualità. «Avevo un amico, durante l’assedio, si chiama Sinisa, è serbo. Non poteva più vivere qui e si è trasferito in Australia. Naturalmente mi sento molto più vicino a lui che a quelli che dovrei amare perché hanno la mia stessa religione. Non è mai stato il mio caso. Però chi ha questo modo di vedere il mondo è in difficoltà. È un traditore per gli uni e un nemico per gli altri». Fa nulla. Tira dritto. «Ero pronto a morire per Sarajevo. Perché amavo i motivi che l’hanno fatta diventare una macelleria. Cioé le differenze, che in fondo nemmeno esistevano, perché i musulmani non andavano in moschea e i cristiani non andavano in chiesa. È persino superfluo aggiungere che c’è solo una razza, la razza umana. C’è gente che si autodefinisce: io sono questo. Ma cosa ne sai di che cosa sei? Recentemente ho visto un film davvero riuscito. C’è un inglese molto nazionalista e fiero che quando fa degli esami scopre che il 70 per cento del suo sangue è africano, dell’Africa nera. Ci siamo tutti mescolati, nei secoli, e stiamo stupidamente a parlare di razza».
Si ricorda, del tempo di prima. «Era il 1990, i mei genitori mi chiesero se avessi voluto andare a Londra per studiare. Risposi loro che erano pazzi, non volevo lasciare Sarajevo. Era, allora, una città stupenda, occasioni culturali tutti i giorni, c’erano più possibilità che non nella stessa Parigi. Nella mia famiglia papà era socialista, mamma credente, e si sono amati tutta la vita. A parte Sinisa, il mio miglior amico si chiamava Franz Hauptmann e chissà quali origini aveva, ma nessuno se ne è mai interessato. È vero che tutto questo non c’è più, ci sono 200-300 mila cittadini andati all’estero, molti giovani anche». E in compenso si sono inurbati quelli che definite papci, cioè le persone arrivate dalla campagna. «Giusto così. Sono scappati da Srebrenica, dall’Est della Bosnia. Sono scappati dalla morte, ci vuole tempo per integrarli. Dove potevano mai andare?».
Tanovic però non anela al ritorno di chi se ne è andato. «Hanno seguito il loro percorso e hanno fatto bene. La storia è sempre un gran rimescolamento. E noto che l’idea di un mondo aperto, solidale, ospitale, non è perdente solo a Sarajevo, ma dappertutto. Basta pensare che c’è stata la Brexit, c’è Trump in America, forse ci sarà la Le Pen in Francia. Però è una minoranza che li esprime. La maggioranza silenziosa tace, ha di che mangiare, guarda gli show in tv e se ne frega. La rivoluzione digitale ha sconvolto tutto, e i partiti di destra e sinistra non capiscono cosa succede. Oggi la più grande compagnia di taxi si chiama Uber, l’hotel più diffuso è Airbnb». Danis, ma questo è buono o no? «Non è la categoria da usare. È così. La gente ama scambiarsi la casa al mare o in città. È un meccanismo che nessuno può fermare. Solo, dovremmo chiederci cosa vogliamo fare dopo. Visto che così non funziona e aumenta la forbice tra ricchezza e povertà. In questo senso l’unica cosa sensata l’ho sentita da Bill Gates quando ha proposto di tassare i robot come se fossero lavoratori. In modo da pagarci i servizi di cui abbiamo bisogno».
Davanti vede tre strade. «Se vogliamo rompere il sistema sarà la guerra, e tutti perdono, come ho già detto. O accettiamo che pochi abbiano molto e tanti non abbiano niente. O accettiamo di redistribuire la ricchezza rileggendo Marx, ma in un altro modo, perché il comunismo come abbiamo visto non porta felicità. C’è bisogno degli industriali, a patto di non lasciare il potere nelle loro mani, di non lasciare che l’economia domini la politica. La politica sarebbe una soluzione se ancora esistesse, ma è assente, la fanno i banchieri. Trump vince tuonando contro la finanza e poi un mese dopo consegna agli uomini di Goldman Sachs il comando del governo americano».
Siamo davanti al disastro? Tanovic elenca una serie di eventi che sembravano segnare la fine, dopo il venerdì nero del 1929: «Sembrava che il mondo non dovesse essere più lo stesso, ma tutto era cambiato solo nelle teste degli umani, che poi hanno ripreso il loro cammino. E poco più di 70 anni fa tedeschi e francesi si massacravano, in Italia c’era il fascismo e per opporsi si cantava “Avanti popolo, alla riscossa”. Tutto passato. Era inimmaginabile Trump, però poco prima era stato inimmaginabile Obama».
Dunque, in questo scenario, tanto vale restare in quella Sarajevo dove sembra che il tempo si sia fermato. «È, per me, uno dei posti in cui è più bello vivere. Qualche giorno fa ho cercato inutilmente al telefono un amico che avevo visto la sera prima e che mi ha detto sarebbe stato l’indomani tutto il giorno in casa. Mi ero persino preoccupato. Verso sera mi ha risposto: era andato a sciare. Perché a un quarto d’ora dal centro si scia. In tre ore si arriva al mare e, scusate italiani, ma la costa più bella dell’Adriatico ce la siamo presa noi. Mia figlia qualche settimana fa si era ferita a una gamba e l’hanno curata in ospedale in poche ore, perché nei Paesi piccoli tutti si conoscono e tutti si aiutano. E le società si aiutano più quando sono povere che quando sono ricche».
Stare a Sarajevo, certo. A patto di poter partire e tornare. «Oggi siamo a Firenze, fra poco andremo a mangiare della buona carne toscana. E magari berremo il mio vino preferito, l’Amarone, anche se so che non è di qui ma è veneto. In fondo, in tutto il mondo, le persone vogliono le stesse cose: star bene, progettare il futuro. Poi c’è quella piccola parte che sogna di essere come Rambo e ammazzare gli altri. Ma attenzione, le guerre non durano un’ora e mezza come i film».
(31 marzo 2017)
Nell’“Hotel Europa” della capitale bosniaca si aspettano gli ospiti stranieri per la commemorazione del centenario dell’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando da parte dell’irredentista serbo Gavrilo Princip (1914). Ma i dipendenti dell’albergo minacciano uno sciopero perché da mesi non ricevono lo stipendio. Il direttore si rivolge a una banda mafiosa che spadroneggia nel night club del sottosuolo per piegare a suon di botte i leader della protesta. Le metafore si sprecano. L’hotel è trasparentemente la Bosnia tradita dalle pompose e mai onorate promesse della comunità internazionale, e dove hanno vinto, 25 anni dopo, i peggiori, i delinquenti, mentre la popolazione è alla fame.
Benché si sia dichiarato, all’inizio dell’intervista col Venerdì, un «ottimista», Tanovic non può negare questa interpretazione. Però propone un ventaglio di ipotesi che mitigano l’amaro: «Il film non ha un solo finale, ne ha molti. C’è qualcuno che muore, ed è una possibilità. C’è qualcuno che passeggia nell’hotel rimasto vuoto, ed è una seconda possibilità. C’è una figlia che ha ritrovato sua madre e procedono insieme abbracciate verso la luce, ed è una terza possibilità».
Il lungometraggio è un pretesto per alludere alla guerra e all’infinito dopoguerra. Venticinque anni dopo il secondo conflitto mondiale, per tracciare un paragone, l’Italia aveva già conosciuto il boom, il centrosinistra, il Sessantotto, la strage di Piazza Fontana. La Bosnia vive un tempo cristallizzato dalla pace fredda di Dayton, che ha sì fermato il massacro, però ha bloccato il futuro. Le istituzioni sono paralizzate da un farraginoso meccanismo per cui le varie “etnie” hanno diritti di veto, l’economia non è ripartita, si campa di aiuti e imperversano i partiti confessionali. Quando si chiede l’età alle persone, molte rispondono con quella che avevano quando cominciarono le ostilità. Tanto che non pochi, per paradosso, rimpiangono il tempo della guerra, perché si era uniti, c’era più solidarietà, non si era immersi nel finto liberismo individualista del dopo.
Danis Tanovic conosce bene questa postura nostalgica abbastanza radicata, tanto da contemplarla per negarla nel profondo. «Sì certo, le ragazze che non si potevano nemmeno toccare erano diventate all’improvviso tutte disponibili. Perché aspettare a fare l’amore se il giorno dopo magari si poteva morire? C’era la rivoluzione sessuale a Sarajevo. E si distribuiva tutto ciò che si aveva. Ho visto persone eroiche mettere in gioco la vita per qualcuno che non si conosceva. Dentro le vene scorreva un’adrenalina pazzesca. Era dunque meglio la guerra? No, in guerra nessuno vince e tutti perdono. Io avevo 23 anni quando è scoppiata e ho perduto la gioventù, ho perduto gli amici. La guerra non distrugge solo le persone e le case, ma anche la società. Poi bisogna ricostruire, e qui passerà ancora molto tempo prima che succeda. Troppo odio in circolazione ancora, troppa incomprensione».
Il pendolo intimo del regista continua a oscillare tra disperazione e speranza. Però, per giustificare quell’autodefinizione («ottimista») dice: «Il pessimista pensa che non può andare peggio. L’ottimista che può andare peggio, ma anche meglio». Il suo meglio, dopo il fronte, è andato dapprima a cercarlo all’estero. Il Belgio per finire gli studi, la Francia dove si è sposato e ha fatto cinque figli. Gli Stati Uniti dove nel 2002 ha vinto l’Oscar per No Man’s Land. Salvo poi tornare a casa. «C’era mia madre gravemente malata, la mia meravigliosa moglie è venuta con me, non sapevamo se ci saremmo rimasti per un mese, sei mesi, un anno. Siamo qui da dieci anni. Lei si è accorta che le scuole non erano di livello per i nostri bambini. E allora ha fondato una Montessori che è additata ad esempio in tutto il mondo». Come dire: vedete che qualcosa di buono può sorgere pure in Bosnia? Il rapporto con la città d’origine, con la sua gente a cui aveva dedicato l’Oscar dal palco di Hollywood, non si è mai spezzato.
«Io sono prima di tutto bosniaco, anzi sarajevese, che è un legame speciale. Come quello dei romani con Roma o dei parigini con Parigi». Un’adesione che resiste agli scossoni della cronaca e dell’attualità. «Avevo un amico, durante l’assedio, si chiama Sinisa, è serbo. Non poteva più vivere qui e si è trasferito in Australia. Naturalmente mi sento molto più vicino a lui che a quelli che dovrei amare perché hanno la mia stessa religione. Non è mai stato il mio caso. Però chi ha questo modo di vedere il mondo è in difficoltà. È un traditore per gli uni e un nemico per gli altri». Fa nulla. Tira dritto. «Ero pronto a morire per Sarajevo. Perché amavo i motivi che l’hanno fatta diventare una macelleria. Cioé le differenze, che in fondo nemmeno esistevano, perché i musulmani non andavano in moschea e i cristiani non andavano in chiesa. È persino superfluo aggiungere che c’è solo una razza, la razza umana. C’è gente che si autodefinisce: io sono questo. Ma cosa ne sai di che cosa sei? Recentemente ho visto un film davvero riuscito. C’è un inglese molto nazionalista e fiero che quando fa degli esami scopre che il 70 per cento del suo sangue è africano, dell’Africa nera. Ci siamo tutti mescolati, nei secoli, e stiamo stupidamente a parlare di razza».
Si ricorda, del tempo di prima. «Era il 1990, i mei genitori mi chiesero se avessi voluto andare a Londra per studiare. Risposi loro che erano pazzi, non volevo lasciare Sarajevo. Era, allora, una città stupenda, occasioni culturali tutti i giorni, c’erano più possibilità che non nella stessa Parigi. Nella mia famiglia papà era socialista, mamma credente, e si sono amati tutta la vita. A parte Sinisa, il mio miglior amico si chiamava Franz Hauptmann e chissà quali origini aveva, ma nessuno se ne è mai interessato. È vero che tutto questo non c’è più, ci sono 200-300 mila cittadini andati all’estero, molti giovani anche». E in compenso si sono inurbati quelli che definite papci, cioè le persone arrivate dalla campagna. «Giusto così. Sono scappati da Srebrenica, dall’Est della Bosnia. Sono scappati dalla morte, ci vuole tempo per integrarli. Dove potevano mai andare?».
Tanovic però non anela al ritorno di chi se ne è andato. «Hanno seguito il loro percorso e hanno fatto bene. La storia è sempre un gran rimescolamento. E noto che l’idea di un mondo aperto, solidale, ospitale, non è perdente solo a Sarajevo, ma dappertutto. Basta pensare che c’è stata la Brexit, c’è Trump in America, forse ci sarà la Le Pen in Francia. Però è una minoranza che li esprime. La maggioranza silenziosa tace, ha di che mangiare, guarda gli show in tv e se ne frega. La rivoluzione digitale ha sconvolto tutto, e i partiti di destra e sinistra non capiscono cosa succede. Oggi la più grande compagnia di taxi si chiama Uber, l’hotel più diffuso è Airbnb». Danis, ma questo è buono o no? «Non è la categoria da usare. È così. La gente ama scambiarsi la casa al mare o in città. È un meccanismo che nessuno può fermare. Solo, dovremmo chiederci cosa vogliamo fare dopo. Visto che così non funziona e aumenta la forbice tra ricchezza e povertà. In questo senso l’unica cosa sensata l’ho sentita da Bill Gates quando ha proposto di tassare i robot come se fossero lavoratori. In modo da pagarci i servizi di cui abbiamo bisogno».
Davanti vede tre strade. «Se vogliamo rompere il sistema sarà la guerra, e tutti perdono, come ho già detto. O accettiamo che pochi abbiano molto e tanti non abbiano niente. O accettiamo di redistribuire la ricchezza rileggendo Marx, ma in un altro modo, perché il comunismo come abbiamo visto non porta felicità. C’è bisogno degli industriali, a patto di non lasciare il potere nelle loro mani, di non lasciare che l’economia domini la politica. La politica sarebbe una soluzione se ancora esistesse, ma è assente, la fanno i banchieri. Trump vince tuonando contro la finanza e poi un mese dopo consegna agli uomini di Goldman Sachs il comando del governo americano».
Siamo davanti al disastro? Tanovic elenca una serie di eventi che sembravano segnare la fine, dopo il venerdì nero del 1929: «Sembrava che il mondo non dovesse essere più lo stesso, ma tutto era cambiato solo nelle teste degli umani, che poi hanno ripreso il loro cammino. E poco più di 70 anni fa tedeschi e francesi si massacravano, in Italia c’era il fascismo e per opporsi si cantava “Avanti popolo, alla riscossa”. Tutto passato. Era inimmaginabile Trump, però poco prima era stato inimmaginabile Obama».
Dunque, in questo scenario, tanto vale restare in quella Sarajevo dove sembra che il tempo si sia fermato. «È, per me, uno dei posti in cui è più bello vivere. Qualche giorno fa ho cercato inutilmente al telefono un amico che avevo visto la sera prima e che mi ha detto sarebbe stato l’indomani tutto il giorno in casa. Mi ero persino preoccupato. Verso sera mi ha risposto: era andato a sciare. Perché a un quarto d’ora dal centro si scia. In tre ore si arriva al mare e, scusate italiani, ma la costa più bella dell’Adriatico ce la siamo presa noi. Mia figlia qualche settimana fa si era ferita a una gamba e l’hanno curata in ospedale in poche ore, perché nei Paesi piccoli tutti si conoscono e tutti si aiutano. E le società si aiutano più quando sono povere che quando sono ricche».
Stare a Sarajevo, certo. A patto di poter partire e tornare. «Oggi siamo a Firenze, fra poco andremo a mangiare della buona carne toscana. E magari berremo il mio vino preferito, l’Amarone, anche se so che non è di qui ma è veneto. In fondo, in tutto il mondo, le persone vogliono le stesse cose: star bene, progettare il futuro. Poi c’è quella piccola parte che sogna di essere come Rambo e ammazzare gli altri. Ma attenzione, le guerre non durano un’ora e mezza come i film».
(31 marzo 2017)