Il Venerdì

De Magistris: la legge non è il mio vangelo

Luigi de Magistris circondato dai supporter a passeggio per i vicoli di Napoli nel 2011, durante la sua prima campagna elettorale (Salvatore Esposito/Contrasto) 
Nelle sue memorie il sindaco contro tutti spara a zero sulla legalità che tradisce la giustizia. Intervista all'uomo che ha sedotto Napoli. Macinando ogni giorno sette chilometri tra la folla
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NAPOLI. Nel suo libro La città ribelle, e anche in questa intervista, Luigi de Magistris tende a parlare di sé in terza persona. E a ripetere le parole gente, popolo e diversità con una frequenza impressionante. Per agevolare la lettura, conviene non riportare queste ridondanze lessicali, ma tenetene conto  ogni volta che entrano in ballo i napoletani o la sua attività di sindaco. Il libro, scritto in prima persona, ma non di persona per mancanza di tempo (ne ha affidato la stesura a una giornalista che lo segue da anni, Sarah Ricca), riprende il filo da Assalto al Pm, che ricostruiva la sua turbolenta vicenda di magistrato e poi di parlamentare europeo, per narrare l’altrettanto movimentata esperienza da sindaco di Napoli al secondo mandato. Nelle pagine iniziali salta agli occhi un’affermazione a margine di una critica ai 5 Stelle: «Credo sia fondamentale dare spazio a quanti scelgono di non seguire la strada del pensiero unico». Obiezione: oltre che ribelle, rivoluzionario, massimalista, accerchiato, pugnalato alle spalle – ma anche in petto – dalle lobby politiche e del malaffare, il suo pensiero, se non unico, è piuttosto forte e dominante, qui a Palazzo San Giacomo.

Controbbietta, il primo cittadino: «Il mio pensiero è libero, profondo, autonomo, non inseribile in uno schema precostituito, ma aperto. E vuole confrontarsi con gli altri: non amo il conformismo, il totalitarismo, dobbiamo essere tutti uguali, non mi sento il precursore di un nuovo pensiero unico, del tipo il mio è buono e il vostro cattivo. Ma è chiaro che abbiamo delle idee e che in città non ci limitiamo ad amministrare. Noi facciamo politica. Politica è una parola bellissima molto sporcata negli ultimi decenni».

Eccolo qui il sindaco della gente che, con la sua enfasi magari un po’ semplice, ha sedotto sottoproletariato e centri sociali, che potevano essere i suoi peggiori avversari. Il sindaco movimentista che si rifiuta di fare solo l’amministratore di condominio e spazia sui grandi temi internazionali, dalla Palestina a Kobane, da Öcalan a Podemos, dal gemellaggio ideale con Barcellona e Atene ai beni comuni: acqua, lungomare, nettezza urbana, patrimonio immobiliare e trasporti, questi ultimi assai malmessi, in verità. Il sindaco, unico a suo dire, indagato (ma poi archiviato) per le buche che rendono quantomeno avventurose le strade napoletane. Il suo afflato internazionalista, pacifista, tutto diritti umani e civili, sconcerta parte della cittadinanza, anche di sinistra, e non solo quella delle botteghe, ma anche delle élite intellettuali, non necessariamente sdegnose, che preferirebbero una maggiore attenzione ai tanti problemi e al futuro di Napoli. E che giudicano la deriva zapatista di Giggino un dispositivo attivato per ammansire la sinistra antagonista, le comunità di base, i parroci di strada, il volontariato che effettivamente gli danno una mano a presidiare la città.

(31 marzo 2017)

Presidiare è una parola grossa, visto quello che è successo l’11 marzo con la guerriglia urbana a Fuorigrotta per far capire a Salvini che non era gradito in città. «Mi auguro che la questione sia chiusa. In politica, quando devi sostenere le idee che reputi giuste devi farlo anche se ti creano problemi di consenso. E sui giornali questo episodio me li ha creati, perché dagli articoli sembravo completamente isolato. L’idea giusta è mantenere una posizione rispetto a chi fa proclami di razzismo, antimeridionalismo e xenofobia, che non sono tanto distanti dal fascismo. Questa è la città delle Quattro Giornate ed è giusto che un sindaco lo rivendichi. Nessuno ha impedito a Salvini di venire a Napoli a fare la sua manifestazione, ma, come è già avvenuto con le manifestazioni di stampo fascista, il Comune gli ha negato un suo spazio, la Mostra d’Oltremare. Ce n’era uno privato a cinquanta metri, il Palapartenope, ma lui si è irrigidito e con lui il ministro degli Interni, che ha addirittura requisito la Mostra d’Oltremare. Insomma, questo strappo non l’ho voluto io».

Quando era un pm d’assalto lo chiamavano Giggino ‘a manetta, ma nella Città ribelle compare un proclama spericolato: «Se qualcuno mi chiedesse chi è Luigi de Magistris, risponderei che è un uomo di giustizia e non di legge perché nel corso di questi vent’anni all’interno delle istituzioni mi sono scontrato innumerevoli volte con la legalità formale». Roba forte, nonostante le innegabili magagne e vergogne che hanno rovinato la reputazione di procure e tribunali: da qui a sostenere che è lecito farsi giustizia da soli o almeno adeguarla al proprio punto di vista, il passo non è tanto lungo. L’ex magistrato rivendica la sua spericolatezza: «Non mi va tanto di andare nelle scuole a fare i discorsi sulla legalità: che devo dire ai ragazzi? Che devono avere soggezione della legge perché ogni legge è vangelo? Non posso perché non è vero, perché ce ne sono alcune giuste e altre da contrastare, ricorrendo fino alla Corte costituzionale, indicendo referendum o ripiegando sulla disubbidienza civile. Non devo dire che ci sono magistrati corrotti o collusi con le mafie? Non posso non farlo perché ho subìto sulla mia pelle l’ingiustizia dell’illegalità formalmente legale. Da uomo delle istituzioni, credo che la battaglia per far coincidere un giorno giustizia e legalità si possa fare dall’interno, se poi mi  dovessi ricredere farei una scelta extraistituzionale».

Più che uomo delle istituzioni, De Magistris sembra l’uomo del destino. «Se oggi c’è un rapporto forte con la città non è per le mie battaglie su Gaza o sulla pace, ma perché ho trasformato la città dei rifiuti, della depressione, dell’assenza d’iniziativa culturale nella città che ha scelto i beni comuni, che ha ripreso forza e dignità, protagonismo sociale, che è la prima per crescita di turisti. Quando il sindaco dice o fa cose controverse, la gente magari discute, ma lo rispetta, perché in questi sei anni si è creato un rapporto e Napoli si è affidata». Tra affidamento e populismo la china è molto ripida, ma lui nega recisamente di essere populista e tantomeno narcisista. Si potrebbe alzare il sopracciglio, ma lui previene ogni perplessità con una sorta di gioco di parole: la gente si affida a lui perché lui si è affidato alla gente. E spiega: «La mia rielezione e la vittoria del no al referendum hanno restituito peso politico a Napoli». Era guidato da questa preveggenza nel maggio scorso, quando, durante uno sguaiatissimo comizio, aveva detto a Renzi che doveva cagarsi sotto. Oggi ammette che è stata una caduta di stile: «Ma doveva avere paura dell’esperienza politica napoletana, mica fisicamente».

Quando nomino la fine tragica di Masaniello o quella meno truculenta e più recente di altri capopopolo, cerca qualcosa di ferro sulla scrivania per fare gli scongiuri, poi riconosce che Napoli un problema con l’uomo del destino ce l’ha. «Ma la storia di Bassolino è diversa: lui veniva da un grosso partito e dalle ceneri di Tangentopoli, ha sfruttato quel momento, però il feeling con la città è scoppiato e si è spento rapidamente. Il nostro invece non è un fuoco di paglia, il consolidamento della fiducia è stato lento e faticosissimo in questi sei anni: ho preso un Comune in predissesto con un miliardo e mezzo di debito e uno di disavanzo, tutti i governi che si sono susseguiti non hanno fatto che ostacolarmi e il partito degli affari e degli intrallazzi che ho espulso da Palazzo San Giacomo me l’ha giurata». Nell’epoca in cui appartenere a un partito, magari storico, sembra un marchio d’infamia, suona strano che De Magistris consideri un handicap la sua non appartenenza a una formazione politica. «Nel 2011 le cose erano diverse: i 5 Stelle non avevano i numeri di oggi, il Pd manteneva a Napoli un sistema di potere ramificato da oltre vent’anni e il centrodestra era ancora fortissimo. Mentre io non venivo neanche preso in considerazione dai sondaggi».

In nome di questo rapporto sentimentale (inteso gramscianamente) con il suo popolo, il sindaco dichiara di fare ogni giorno sette chilometri a piedi – e a  volte persino 24 – tra i quartieri di Napoli. Perché alla gente piace che ci metta la faccia. C’è chi offre il caffè, c’è chi si fa la foto, chi gli raccomanda qualche emergenza e chi lo contesta. Lealmente, però. E nella città di Totò neanche una pernacchia, così, giusto per sfizio, per sana diffidenza verso l’ordine costituito? «Per ora no, ma non m’irriterebbe più di tanto». A contrastare l’immagine di beato fra le masse c’è una dichiarazione che mi fece l’anno scorso una sua assessora estromessa in uno dei tanti rimpasti: «La sua visione di Napoli va dal Vomero a Palazzo San Giacomo. Se parlavo di marginalità gli stavo antipatica». De Magistris non riesce a crederci, vuole la registrazione.

(31 marzo 2017)