Il Venerdì

Tutti invitati a casa dello zar Ivan Zaytsev

Ivan Zaytsev davanti a quello che resta della Basilica di San Benedetto a Norcia (Maurizio Valdarnini) 
Siamo andati a Norcia insieme all’argento olimpico della pallavolo italiana. Che davanti alle macerie della Basilica di San Benedetto dice: «Noi umbri non ci piangiamo addosso. Ma non lasciateci soli»
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Norcia. Ci è nato e ci è tornato in questa terra santa, guerriera, ferita. L’Umbria è la rete di Ivan Zaytsev, il pallavolista russo nel nome, ma per tutto il resto Zar italiano. I tubi delle impalcature reggono la facciata della basilica di San Benedetto a Norcia, l’unica cosa rimasta in piedi della chiesa, il campanile e il portico delle Misure sono sassi polverosi a terra. Era già caduta tre volte nel Settecento e per tre volte i monaci celestini la ricostruirono.

I terremoti del 24 agosto e soprattutto del 30 ottobre scorsi hanno buttato giù ancora una volta l’edificio insieme alla concattedrale di Santa Maria Argentea e mezzo paese. Così come le vicine Preci, Castelluccio, Ussita. La scossa di 6,5 gradi di magnitudo delle 7.40 di quella mattina d’autunno è stata la più forte in Italia dopo quella del 1980 in Irpinia (6,9) e Norcia ne porta i segni nei vicoli dove i tetti scoperchiati e le crepe sui muri guardano da vicino le botteghe di salami e tartufi aperte. «Fa impressione stare qui, capisci come crolla tutto: con gli edifici, anche la vita e le sue parti invisibili. I parenti, gli amici, i progetti, il futuro. Ma noi umbri non ci piangiamo addosso, siamo gente operosa, che si dà da fare e ricomincia a camminare ogni volta. Conosco bene questa Regione e i suoi abitanti, sono nato a Spoleto perché i miei si erano trasferiti qui per via di mio papà pallavolista. Sono andato a scuola a Foligno e ho cominciato anche io qui con la pallavolo. Il mio primo pane, insomma, è sciapo. Mi immedesimo profondamente col dolore e con la forza di questa terra».

È il sabato prima di Pasqua, c’è sole su Norcia e un gruppo di ciclisti solidali affolla la piazza dove, a vigilare sui resti, è rimasta la statua del primo monaco del Cristianesimo e fondatore dell’ordine dei benedettini. La giornata libera dagli allenamenti Zaytsev la sfrutta per visitare con la moglie Ashling Sirocchi e il figlio Sasha, due anni e mezzo, i cantieri della ricostruzione. Abitano a Perugia, a settanta chilometri da qui, zona San Sisto, vista sulle colline verdi e d’inverno solo nebbia. Ivan è cresciuto nelle giovanili perugine ed è tornato alle origini quest’anno dopo due stagioni a Mosca e un breve passaggio in Qatar.

«Nei giorni successivi al terremoto, pur nell’incertezza e nella situazione caotica, i tifosi sono venuti a vedere le partite. C’erano meno bambini, è vero, forse perché in caso di pericolo si temeva venissero travolti dalla paura degli adulti. Ne abbiamo avuta, anche se noi qui siamo abituati alla terra che trema. L’anno scorso dopo quello ad Amatrice volevo andare a donare il sangue, ma purtroppo le strade erano tutte chiuse. Stiamo lavorando a un evento di pallavolo solidale per l’Umbria, speriamo di riuscirci presto. Non lasciateci soli, questa è un territorio meraviglioso, ricco di bellezze naturali e di eccellenze gastronomiche, di artigiani e piccoli produttori, quelli che soffrono di più le conseguenze del sisma. Lo dico anche ai turisti, venite, perché si ricomincia insieme. A Natale siamo stati ad Assisi, ci hanno detto di aver avuto un calo di affluenze dei viaggiatori specie stranieri. Raccontiamoci per quello che siamo: terra unica, di persone orgogliose».

Molti gli chiedono un selfie o un autografo. Padri, madri, bambini. Ricordi per padri, madri, figli, fratelli e sorelle. La pallavolo è famiglia. Per Ivan anche, anzi è Mia come il titolo del libro che ha scritto con Marco Pastonesi, uscito proprio ieri per Rizzoli. «Avevo voglia di raccontarmi per quello che sono: un ragazzo normale. Al di là della mia cresta, i tatuaggi, la cattiveria agonistica in campo. Il mio aspetto fisico incuriosisce, ma non è tutto. E l’interesse mediatico nei miei confronti, che si è scatenato soprattutto l’estate scorsa alle Olimpiadi di Rio dove abbiamo preso l’argento perdendo contro il Brasile, mi ha fatto venire voglia di spiegarmi meglio. Anzi, per davvero». Come sono diventato lo Zar fra pallavolo e beach volley, amore e guerre recita il sottotitolo. Dentro, tutto quello che avreste voluto sapere. A cominciare dal (bellissimo) titolo, Mia: «È la prima parola che si impara nel volley, per chiamare la palla. Ma dentro racchiude tanti significati, il gioco di squadra e di individualità, soprattutto l’assunzione di responsabilità. E poi la mia passione, la mia vita, la mia scelta, la mia storia di famiglia».

Papà Vjaceslav Alekseper Zaytsev è stato il regista dell’oro dell’ex Urss olimpionica a Mosca nel 1980 e degli argenti nel ‘76 (Montréal) e nell’88 (Seul). Quando Ivan nasceva da mamma Irina Pozdnjakova, ex nuotatrice, 28 anni fa il 2 ottobre 1988 all’Ospedale civile San Matteo degli infermi a Spoleto, Slava, come lo chiamano gli amici, era nel palazzetto dello sport di Seul in Corea del Sud con la Nazionale sovietica di pallavolo a giocarsi la finale olimpica: perse contro gli Stati Uniti. «Quel giorno io nascevo e l’Unione sovietica moriva. Sono figlio della Perestrojka. E di un padre rompipalle: mi ha tormentato per una vita perché facessi il palleggiatore come lui. Perché la dinastia del regista Zaytsev non si interrompesse. Ci ho provato, ma non ne avevo le doti e soprattutto la testa. Sono diventato schiacciatore e opposto, e lui ancora fatica a mandarla giù. La mentalità russa di mio padre è così: ti tiene ingabbiato. Quando abbiamo perso la finale a Rio sa che cosa mi ha scritto?  “L’oro olimpico me lo tengo io”. E infatti io quella finale non l’ho mai rivista, mi brucia ancora. La verità è che ho sempre vissuto sentendo la responsabilità di essere figlio di Zaytsev, il regista dell’Urss olimpionica. Fino a che sono diventato io, e la vita mia».

Cinque milioni alla tv per guardare la sua battuta a velocità record a Rio (127 chilometri orari). L’azzurro che prima non c’era, il primo pallavolista nella storia sponsorizzato dal marchio che mette le ali (Red Bull). Quattro tatuaggi («nessuno a caso»), il primo nel 2009, sul petto, una rondine con la testa di passerotto e la scritta My life my rules. «Da bambino in casa con mia madre marcivo: donna sovietica, per lei lo sport era dovere. Pallavolo a Perugia, scuola a Foligno, le alzatacce all’alba nella nebbia, il viaggio in treno. Quando ho conosciuto il beach, qualche anno dopo a Roma, quella vita da spiaggia mi ha portato via. Me la sono goduta: col primo ingaggio nel 2006 mi sono comprato un Rolex da 3.800 euro, eccolo qui, ce l’ho ancora, la stagione successiva a Latina spendo tutto per una Porsche Cayenne 42. Cercavo la mia strada. E nel cercarla sono cresciuto: la pallavolo ti fa divertire ma ti educa, ti insegna la disciplina, la cultura del lavoro».

È passato per il beach, forse ci tornerà. Ha conosciuto molti allenatori («ma l’unico da cui ho imparato davvero è stato Andrea Giani»), con l’ex ct Mauro Berruto è finita in litigio a luglio 2015, ha ricominciato con l’attuale Gianlorenzo Blengini. «La finale olimpica è stata vista da più spettatori del calcio. Siamo il secondo sport più praticato in Italia, dobbiamo portare la pallavolo stabilmente in tv e gli investitori in campo. A Roma il 29 e 30 aprile giocheremo con Perugia la Final Four di Champions League. Siamo un movimento che può crescere senza fare nulla di straordinario. E siamo un bel messaggio: condividiamo la stessa terra, dicendo Mia».

(28 aprile 2017)