BERLINO E COPENAGHEN. All’una in punto trilla un campanello e novanta persone compaiono come d’incanto, sedendosi intorno a lunghi tavoli di legno: dalla cucina a vista, in un cubo di vetro, escono ciotole di zuppa fumante, falafel, verdure, un assortimento di pani fatti in casa. Perché qui, nello studio di Olafur Eliasson, il pasto è rigorosamente vegetariano, a volte vegano, in certi periodi addirittura monocromatico, con interi menu sulle variazioni del rosso, del verde, del giallo. E ogni giorno lo stuolo di collaboratori – architetti, ingegneri, designer, artigiani, ricercatori, grafici, archivisti, tecnici, programmatori – giovani tra i 25 e i 40 anni di 26 nazionalità, pranzano insieme con fantasie di derrate bio, elaborate da quattro virtuose dei fornelli (anche loro nello staff). Lui, la star che finge di non esserlo, modi cordiali, abbigliamento scientemente noncurante (gli occhiali sono dell’esatto punto di verde del maglione), siede a capotavola. In arte ricrea la natura, a denunciare quanto l’uomo l’abbia incautamente manipolata: un suo tramonto artificiale nella Tate Modern di Londra ha sedotto due milioni di visitatori, una sua cascata giù dal cielo, nei giardini di Versailles, ne ha magnetizzati quasi tre. E in cucina chiede creatività con prodotti a chilometro zero. Arte e cibo sono da sempre correlati nella vita di questo artista nato 50 anni fa a Copenaghen da genitori islandesi: suo padre alternava la pittura con il lavoro di cuoco sui pescherecci oceanici. «Sei mesi a dipingere e sei mesi a bordo. È stato lui a insegnarmi la funzione sociale del cibo: in mare, dove bisogna lavorare in armonia, il cuoco è la persona più importante dell’equipaggio, dopo il capitano».
Sociale per Eliasson è anche la funzione dell’arte: «L’artista contribuisce a costruire il mondo, non si estranea in una dimensione onirica. Anche l’opera più astratta ha in sé temi politici». E cosa c’è di più scottante oggi del dramma dei profughi? Il suo progetto per la Biennale di Venezia è un workshop artistico in cui quaranta rifugiati in Italia costruiscono lampade disegnate da lui, con l’aiuto di studenti e volontari dal pubblico. Imparando così un mestiere, ma anche seguendo, in un angolo del laboratorio, corsi d’italiano. Il tutto all’interno della Mostra, nel Padiglione centrale, tra i lavori degli altri artisti. «Se la politica non trova risposte valide al flusso dei migranti, ben venga il contributo dell’arte», spiega Eliasson. «Il mio progetto, che si chiama The Green Light, come a dire “Semaforo verde: fatevi avanti, siete i benvenuti”, vuole contribuire all’inserimento di un gruppo di profughi nella società». Le lampade verranno poi vendute (a prezzi degni del marchio Eliasson) a copertura delle spese.
Alcuni prototipi sono oggi nello studio di Berlino: impero di tre piani in un ex birrificio di mattoni rossi, che occupa un intero isolato. Il suo fulcro è un immenso ambiente industriale, che librerie e mobili vintage (o firmati dallo studio) suddividono in uffici trendy, dove si progettano mostre, pubblicazioni e siti internet, si producono video d’arte e documentari, si testa la realtà virtuale. In un settore, che sembra la sala giochi di un bambino affascinato dalla geometria e dai colori, si sperimentano solidi d’ogni forma e sfumatura, estrose composizioni di prismi, piramidi, poliedri irregolari. Ovunque si fanno ricerche nei settori più disparati: «Sto lavorando con esperti delle espressioni del volto, perché ho in mente un’opera sul sorriso», racconta Eliasson. «Ma anche con scienziati che studiano l’impatto della luce sul cervello: voglio creare architetture luminose». Nel resto dell’edificio ci sono le officine del vetro, del legno e del metallo, enormi ambienti dove si montano e testano le installazioni, l’archivio, la biblioteca... E un intero piano per gli architetti: Eliasson ha costruito ponti, padiglioni espositivi, facciate di edifici; ora sta per inaugurare la sede di un’azienda, sull’acqua di un fiordo danese.
L’artista è a Berlino qualche giorno a settimana: vive a Copenaghen con la moglie e i due figli adottati in Etiopia (ad Addis Abeba i coniugi Eliasson hanno fondato una ong per madri che rischiano di abbandonare i loro bambini). Bisogna arrivare fino in Danimarca per intervistare Olafur, in una villa rossa primi Novecento, con tetto spiovente di tegole verdi, tra ambasciate e vigilantes: «Questo studio ha una funzione più contemplativa: ci lavoro da solo, ascoltando il canto degli uccelli». Su un tavolo, tre austere civette impagliate: «Ne faccio collezione ma» si difende «sono tutte decedute di morte naturale». Parla con voce piatta, cadenzata, senza guizzi emotivi.
Con il progetto Green Light è passato dalla metafora di lavori come Ice Watch, Occhio al ghiaccio, quando portò blocchi di iceberg dalla Groenlandia a Parigi per denunciare l’effetto-serra, all’azione concreta: un’iniziativa per l’integrazione dei migranti...
«Troppo spesso si considera quella dei rifugiati un’identità, anziché una condizione transitoria. E li si confina nei ghetti, invece di favorirne l’assimilazione valorizzando le loro capacità. Creare insieme un’opera d’arte significa sviluppare fiducia reciproca, conoscersi e apprezzarsi».
Una proposta pragmatica: sulla scia di Little Sun, Piccolo sole, la lampada solare per i bambini dei villaggi africani senza elettricità, che presentò alla Biennale del 2012.
«Quello fu un successo: solo nell’Africa subsahariana, dove centinaia di migliaia di persone vivono usando dannose lampade a petrolio o cherosene, abbiamo venduto 280 mila di quei mini-pannelli solari a forma di fiore che, portati al collo o poggiati su un tavolo, consentono ai bambini di girare e studiare la sera. Li vendiamo a basso prezzo, anziché donarli, perché la produzione è affidata ad artigiani africani che così si guadagnano da vivere. Sono fonti di luce sostenibile che fanno risparmiare a chi le compra un dollaro a settimana di cherosene: 50 dollari l’anno, 200 in quattro anni, quanto dura una lampada. Il che, moltiplicato per 280 mila, significa aver tolto 56 milioni di dollari all’industria dei combustibili fossili. Non male per uno studio d’artista. E Little Sun è diventata un’azienda autonoma presente in dieci Paesi: in tutto il mondo ha venduto mezzo milione di pezzi».
Come nascono i suoi progetti, sempre grandiosi, complessi?
«Dalla curiosità per un tema – la luce, l’acqua, l’energia solare – che continuo a studiare con i miei collaboratori finché non scintilla un’idea. Allora butto giù degli schizzi e ne discuto con loro, che mi rinviano dei feedback. Di passo in passo arriviamo a un modello tridimensionale, che i tecnici dello studio iniziano a testare, magari chiamando esperti esterni. Al timone ci sono sempre io, ma le persone coinvolte in questa lunga messa a punto possono essere anche trenta o quaranta».
E l’idea di Weather Project, il Progetto meteo del Sole nella Tate, com’è nata?
«Ho intervistato per mesi lo staff del museo, in cerca d’ispirazione. E mi è venuto in mente di ricreare, nello spazio immenso dell’ex centrale elettrica, neve, nebbia, temporali. Ma ahimè, costavano troppo. Allora mi sono concentrato sulla pioggia, ma non funzionava: sembrava il sistema d’irrigazione d’una serra. Finché illuminante è stata l’idea del sole. Un lavoro infinito, con dozzine di simulazioni nel mio studio, consultando ogni tipo di esperti. Ne è nato un disco fatto di centinaia di lampadine a luce gialla che, filtrata da una nebbiolina di acqua e zucchero, rifletteva su un soffitto di specchi. Beh, quell’artificio sembrava la cosa più naturale del mondo: per sei mesi la gente si è sdraiata per terra “a prendere il sole”».
Non deve essere facile ricostruire una natura che sembri naturale.
«È difficilissimo in realtà. Le mie cascate dal cielo di Versailles, e prima ancora da quello di New York, sono state una vera sfida tecnica. Controllare l’acqua, farla ricadere nel modo giusto è assai più complesso di quel che non si pensi».
Quand’è che ha incominciato a interessarsi all’arte?
«A 3 anni, quando i miei genitori hanno divorziato e mio padre se ne è andato di casa: per attirare la sua attenzione di pittore, nel terrore di non rivederlo più, ho incominciato a disegnare, diventando sempre più bravo. Ma da adolescente ho iniziato a rivendicare la mia identità: a riproporre nello spazio, con il mio corpo, i virtuosismi che prima esprimevo sulla carta con la matita. E sono diventato campione scandinavo di break-dance: in costume di elastan d’argento mi esibivo nei club. Quando mi sono iscritto all’Accademia, sapevo di voler diventare un artista che usa lo spazio con lo stesso controllo e precisione di quella danza robotica».
Che pare lei continui a praticare negli intervalli di lavoro nel suo studio.
«Meno di quel che vorrei. Ma tiro spesso con l’arco. Mi esercito con uno dei miei artigiani, che è anche maestro di kung fu».
(5 maggio 2017)
Sociale per Eliasson è anche la funzione dell’arte: «L’artista contribuisce a costruire il mondo, non si estranea in una dimensione onirica. Anche l’opera più astratta ha in sé temi politici». E cosa c’è di più scottante oggi del dramma dei profughi? Il suo progetto per la Biennale di Venezia è un workshop artistico in cui quaranta rifugiati in Italia costruiscono lampade disegnate da lui, con l’aiuto di studenti e volontari dal pubblico. Imparando così un mestiere, ma anche seguendo, in un angolo del laboratorio, corsi d’italiano. Il tutto all’interno della Mostra, nel Padiglione centrale, tra i lavori degli altri artisti. «Se la politica non trova risposte valide al flusso dei migranti, ben venga il contributo dell’arte», spiega Eliasson. «Il mio progetto, che si chiama The Green Light, come a dire “Semaforo verde: fatevi avanti, siete i benvenuti”, vuole contribuire all’inserimento di un gruppo di profughi nella società». Le lampade verranno poi vendute (a prezzi degni del marchio Eliasson) a copertura delle spese.
Alcuni prototipi sono oggi nello studio di Berlino: impero di tre piani in un ex birrificio di mattoni rossi, che occupa un intero isolato. Il suo fulcro è un immenso ambiente industriale, che librerie e mobili vintage (o firmati dallo studio) suddividono in uffici trendy, dove si progettano mostre, pubblicazioni e siti internet, si producono video d’arte e documentari, si testa la realtà virtuale. In un settore, che sembra la sala giochi di un bambino affascinato dalla geometria e dai colori, si sperimentano solidi d’ogni forma e sfumatura, estrose composizioni di prismi, piramidi, poliedri irregolari. Ovunque si fanno ricerche nei settori più disparati: «Sto lavorando con esperti delle espressioni del volto, perché ho in mente un’opera sul sorriso», racconta Eliasson. «Ma anche con scienziati che studiano l’impatto della luce sul cervello: voglio creare architetture luminose». Nel resto dell’edificio ci sono le officine del vetro, del legno e del metallo, enormi ambienti dove si montano e testano le installazioni, l’archivio, la biblioteca... E un intero piano per gli architetti: Eliasson ha costruito ponti, padiglioni espositivi, facciate di edifici; ora sta per inaugurare la sede di un’azienda, sull’acqua di un fiordo danese.
L’artista è a Berlino qualche giorno a settimana: vive a Copenaghen con la moglie e i due figli adottati in Etiopia (ad Addis Abeba i coniugi Eliasson hanno fondato una ong per madri che rischiano di abbandonare i loro bambini). Bisogna arrivare fino in Danimarca per intervistare Olafur, in una villa rossa primi Novecento, con tetto spiovente di tegole verdi, tra ambasciate e vigilantes: «Questo studio ha una funzione più contemplativa: ci lavoro da solo, ascoltando il canto degli uccelli». Su un tavolo, tre austere civette impagliate: «Ne faccio collezione ma» si difende «sono tutte decedute di morte naturale». Parla con voce piatta, cadenzata, senza guizzi emotivi.
Con il progetto Green Light è passato dalla metafora di lavori come Ice Watch, Occhio al ghiaccio, quando portò blocchi di iceberg dalla Groenlandia a Parigi per denunciare l’effetto-serra, all’azione concreta: un’iniziativa per l’integrazione dei migranti...
«Troppo spesso si considera quella dei rifugiati un’identità, anziché una condizione transitoria. E li si confina nei ghetti, invece di favorirne l’assimilazione valorizzando le loro capacità. Creare insieme un’opera d’arte significa sviluppare fiducia reciproca, conoscersi e apprezzarsi».
Una proposta pragmatica: sulla scia di Little Sun, Piccolo sole, la lampada solare per i bambini dei villaggi africani senza elettricità, che presentò alla Biennale del 2012.
«Quello fu un successo: solo nell’Africa subsahariana, dove centinaia di migliaia di persone vivono usando dannose lampade a petrolio o cherosene, abbiamo venduto 280 mila di quei mini-pannelli solari a forma di fiore che, portati al collo o poggiati su un tavolo, consentono ai bambini di girare e studiare la sera. Li vendiamo a basso prezzo, anziché donarli, perché la produzione è affidata ad artigiani africani che così si guadagnano da vivere. Sono fonti di luce sostenibile che fanno risparmiare a chi le compra un dollaro a settimana di cherosene: 50 dollari l’anno, 200 in quattro anni, quanto dura una lampada. Il che, moltiplicato per 280 mila, significa aver tolto 56 milioni di dollari all’industria dei combustibili fossili. Non male per uno studio d’artista. E Little Sun è diventata un’azienda autonoma presente in dieci Paesi: in tutto il mondo ha venduto mezzo milione di pezzi».
Come nascono i suoi progetti, sempre grandiosi, complessi?
«Dalla curiosità per un tema – la luce, l’acqua, l’energia solare – che continuo a studiare con i miei collaboratori finché non scintilla un’idea. Allora butto giù degli schizzi e ne discuto con loro, che mi rinviano dei feedback. Di passo in passo arriviamo a un modello tridimensionale, che i tecnici dello studio iniziano a testare, magari chiamando esperti esterni. Al timone ci sono sempre io, ma le persone coinvolte in questa lunga messa a punto possono essere anche trenta o quaranta».
E l’idea di Weather Project, il Progetto meteo del Sole nella Tate, com’è nata?
«Ho intervistato per mesi lo staff del museo, in cerca d’ispirazione. E mi è venuto in mente di ricreare, nello spazio immenso dell’ex centrale elettrica, neve, nebbia, temporali. Ma ahimè, costavano troppo. Allora mi sono concentrato sulla pioggia, ma non funzionava: sembrava il sistema d’irrigazione d’una serra. Finché illuminante è stata l’idea del sole. Un lavoro infinito, con dozzine di simulazioni nel mio studio, consultando ogni tipo di esperti. Ne è nato un disco fatto di centinaia di lampadine a luce gialla che, filtrata da una nebbiolina di acqua e zucchero, rifletteva su un soffitto di specchi. Beh, quell’artificio sembrava la cosa più naturale del mondo: per sei mesi la gente si è sdraiata per terra “a prendere il sole”».
Non deve essere facile ricostruire una natura che sembri naturale.
«È difficilissimo in realtà. Le mie cascate dal cielo di Versailles, e prima ancora da quello di New York, sono state una vera sfida tecnica. Controllare l’acqua, farla ricadere nel modo giusto è assai più complesso di quel che non si pensi».
Quand’è che ha incominciato a interessarsi all’arte?
«A 3 anni, quando i miei genitori hanno divorziato e mio padre se ne è andato di casa: per attirare la sua attenzione di pittore, nel terrore di non rivederlo più, ho incominciato a disegnare, diventando sempre più bravo. Ma da adolescente ho iniziato a rivendicare la mia identità: a riproporre nello spazio, con il mio corpo, i virtuosismi che prima esprimevo sulla carta con la matita. E sono diventato campione scandinavo di break-dance: in costume di elastan d’argento mi esibivo nei club. Quando mi sono iscritto all’Accademia, sapevo di voler diventare un artista che usa lo spazio con lo stesso controllo e precisione di quella danza robotica».
Che pare lei continui a praticare negli intervalli di lavoro nel suo studio.
«Meno di quel che vorrei. Ma tiro spesso con l’arco. Mi esercito con uno dei miei artigiani, che è anche maestro di kung fu».
(5 maggio 2017)