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Pensierino crudele su un Paese in pericolo

Un momento di "Belgian rules/Belgium rules" di Jan Fabre 
L'1 e 2 luglio Jan Fabre porterà al Napoli Teatro Festival il suo nuovo spettacolo "Belgian rules/Belgium rules". Lo abbiamo incontrato alla Biennale di Venezia, tra le sue opere d’arte
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VENEZIA. «L’arte ha qualcosa di femminile e di maschile, deve essere confortante e pericolosa, proteggerti e ferirti» spiega Jan Fabre indicando la passerella di teschi in vetro di murano blu con incastonati fragili scheletri di uccelli di Glass and bones sculptures 1977-2017, la sua personale all’interno della Biennale Arte di Venezia, promossa dal GAMeC di Bergamo con la cura di Giacinto di Pietrantonio, Dimitri Ozerkov e Katerina Koskina, che resterà aperta fino al 26 novembre. Nella silenziosa abbazia di San Gregorio si ammirano crani, scheletri, tuniche di monaco fatte di ossa, una tenebrosa danza macabra, un gigantesco scarabeo di vetro verde: sculture che «parlano della vulnerabilità delle specie viventi, del conflitto tra morte e vita, vita e dolore» dice l’artista belga, 58 anni, avvolto in un giaccone nero, la faccia da lupo solitario che si immagina bene davanti a un bicchiere di whisky.

Il «visionario Fabre», viene chiamato: ai vertici del mondo culturale internazionale, genio innovativo temerario, pittore, scrittore, regista da più di 35 anni, si spinge in zone di approfondimento e sperimentazione, che siano i mondi di insetti e scheletri in continua metamorfosi (concetto chiave nella sua arte) esposti nei più grandi musei o i corpi incredibilmente energetici e mutanti dei suoi performer applauditi nei teatri del mondo. Ed è proprio il nuovo evento teatrale, che ha creato dopo il trionfo mondiale di Mount Olympus del 2015 (la 24 ore teatrale sulla tragedia greca), a suscitare ora attese ed entusiasmi: Belgian rules/Belgium rules, una coproduzione europea di Fondazione Campania dei festival, sarà in anteprima mondiale al Napoli Teatro Festival diretto da Ruggero Cappuccio, il 1° e il 2 luglio al  Teatro Politeama (il 30 settembre arriverà al Teatro Argentina per il Romaeuropa Festival). Per l’occasione, dal 28 giugno si aprirà a Napoli la mostra My Only Imagination, a cura di Melania Rossi, suddivisa in tre sedi: la galleria Studio Trisorio, il Madre e il Museo di Capodimonte. Qui gli scarabei, elemento distintivo della ricerca di Fabre, saranno presentati in dialogo con la collezione storica, come è accaduto anche nella grande antologica Jan Fabre. Knight of Despair/Warrior of Beauty che si è appena conclusa all’Hermitage di San Pietroburgo con il record di oltre un milione di visitatori.

Belgian rules/Belgium rules, scritto con Johan De Boose, è una sfida nella scia delle celebri esagerate performance di Fabre e della sua compagnia Troubleyn, da This is theatre like it was to be expected and foreseen (1982) a The power of theatrical madness(1984). Il nuovo lavoro è un duro, ironico, tagliente “autoritratto” del Belgio: tre ore e mezza,15 performer – tra cui le star storiche Annabelle Chambon e Cédric Charron – birra, poesia, scheletri, per comporre un «pensierino crudele» su un Paese «brutto e piccolo, dal cielo grigio e piovoso ma anche terra di giganti come Rubens, Van der Weyden, Bruegel, Félicien Rops, Magritte, maestri che ci hanno insegnato a guardare oltre i limiti della realtà» dice Fabre.

Lei sostiene che il Belgio è un posto assurdo. Perché?
«Amo il mio Paese, gli sono molto legato ma è davvero un posto surreale, dove tutto è ambivalente: è il Paese del cioccolato e delle patatine fritte, di burocrazia e formalità inutili e del disordine, cuore dell’Europa e terra di conquista. Lo spettacolo è una “dichiarazione d’amore critica”, fin dal titolo, volutamente ironico e con doppio significato: Belgian rules, le regole belghe, e Belgium rules, che fa il verso al Rule, Britannia! di quando l’Inghilterra governava il mondo. Solo che detto di un Paese piccolo, occupato molte volte nel corso della storia, che non ha mai avuto un vero potere politico suona ridicolo. Anche troppo, secondo alcuni, preoccupati da ciò che sta succedendo in Europa ed è successo a Bruxelles».

Si riferisce agli attacchi terroristici?
«Non è una coincidenza che il Belgio sia il cuore dell’Unione Europea ma anche del terrorismo. Gli olandesi dicono che siamo un Paese umano perché, come da voi in Italia, tutto è un po’ improvvisato, mentre da loro tutto è sotto il controllo del governo. L’Olanda è una società perfetta, anche nell’integrazione: gli immigrati parlano olandese, i loro figli da quando hanno cinque anni vengono portati nei musei, per far conoscere loro arte e tradizioni. A Bruxelles ai rifugiati si dà il passaporto, ma non si fanno investimenti per l’educazione né per le case. Il risultato è che abbiamo creato masse di popolazione delusa e arrabbiata. E questo non è nemmeno l’unico pericolo».

Cioè?
«Da anni si sta rafforzando il movimento di estrema destra delle Fiandre che vuole distruggere il Paese in nome dell’autonomia e dell’indipendenza. È molto pericoloso e violento. Io sono nella loro black list: due anni fa, in sei, mi hanno picchiato per strada. Ma già 15 anni fa, quando dipinsi il soffitto del Palazzo Reale, rovesciarono merda davanti alla mia porta di casa e mi riempirono di lettere minatorie».

Spaventato?
«Sì, soprattutto dalla diffusione di questi movimenti nazionalisti di destra. Non dimentichiamo che Hilter fu eletto democraticamente. In Belgio se i nazionalisti vincono le elezioni, dissolvono il Paese. Ecco perché questo è uno spettacolo che ha un forte valore politico».

Eppure il Belgio è anche il Paese europeo dove gli artisti si moltiplicano e stanno meglio...
«È un fatto genetico. L’immaginazione è sempre stata una via di fuga, una resistenza al potere durante le occupazioni di francesi, olandesi, spagnoli, tedeschi. Quando gli inglesi dipingevano navi, guerre, vittorie, i belgi ritraevano contadini che cantavano, danzavano, bevevano. In Inghilterra l’arte era celebrazione del potere, in Belgio della vita, dell’umanità. Belgian rules/Belgium rules parlerà molto degli artisti, di Rubens, Van Eyck, Bosch, Magritte, ma anche di birra. Lo sa che le migliori birre sono belghe e prodotte dai monaci cattolici? Solo in Belgio la tradizione monastica cattolica è direttamente connessa al godimento dei piaceri della vita. E si parlerà anche degli orrori del colonialismo belga in Congo e dei labirinti cupissimi della pedofilia».

Del caso di Marc Dutroux, che nel ‘96 abusò di sei bambine e le uccise in uno scantinato a Marcinelle, parlò mezzo mondo...
«C’è un detto da noi: ogni belga è nato con un mattone nello stomaco. Se giri per il Belgio vedi che c’è la piccola casa, poi un’altra sul retro o sopra il tetto: una casa dentro l’altra. I belgi creano un proprio universo segreto, come lo scantinato di Dutroux. Di quello scandalo l’unico fatto positivo fu che siamo stati il primo Paese ad aver portato la pedofilia in una discussione pubblica».

Le piace considerare il Belgio come il cuore dell’Europa?
«Certo. Dobbiamo proteggere l’Europa. È grazie all’Europa se da 70 anni non abbiamo guerre, a parte l’ex Jugoslavia, ma quella è una storia a sé. Se l’Europa dovesse collassare ci apriremmo al rischio di nuovi conflitti. Io sostengo e difendo l’Europa anche solo perché sostengo la pace».

È vero che il suo spettacolo è ispirato a Fellini ?
«Sì, a Roma, il film dove Fellini ha fatto un omaggio critico, ma anche bellissimo, alla città, intrecciando passato, futuro, presente. Abbiamo seguito quella suggestione ma lavorando anche su Rubens e Rembrandt».

Un modo per legare il suo lavoro di visual artist con il teatro?
«Io faccio come gli scienziati che studiano la genetica degli insetti e degli umani: trovano collegamenti per dare nuove interpretazioni. Mettendo in connessione teatro, scrittura e visual art posso dare nuove interpretazioni».

Considera suoi padri ideali i grandi pittori fiamminghi?
«Indubbiamente. Li trovo più contemporanei di tanti artisti contemporanei, alla Damien Hirst, che pure è bravo. Prendi Bosch: era cattolico ma attaccava il potere della Chiesa. Era critico, sovversivo e immaginativo. Questo è ciò che l’arte contemporanea dovrebbe essere. Io ci provo. Anche se mi sento un nano in un Paese di giganti».

(12 maggio 2017)