LONDRA. Se vi regge lo stomaco guardatevi su YouTube David Nott mentre opera. In verità lui è a Londra, nel suo ufficio vicino alla patrizia Sloane Square, mentre il paziente è sul lettino di un ospedale improvvisato ad Aleppo. Senza le sue istruzioni, però, i giovani chirurghi non saprebbero dove mettere le mani. È la prima volta che intervengono per ricostruire un mento sbriciolato da una scheggia. È anche la prima volta, a quanto risulta, che il bisturi viene eterodiretto via Skype. «Ecco, incidete lì. No, più a destra. Senza paura» ordina il chirurgo britannico che osserva tutto attraverso uno smartphone attaccato a un selfie stick, probabilmente l’uso più intelligente di sempre della protesi narcisistica. Muscoli, nervi, sangue: uno spettacolo tanto insopportabile per il cronista quanto ordinario per il medico. Che continuerà ad assistere ogni mossa, per oltre otto ore, fino all’ultima sutura.
«È stato faticoso, ma anche entusiasmante» dice, a distanza di sette mesi, seduto sulla stessa sedia da cui aveva diretto allora. La scrivania ora si è riempita di giornali, libri e un’impressionante varietà di cavi e caricatori elettrici. Incorniciati alle pareti, vessilli della Croce rossa e certificati di ogni genere. A sinistra invece una macchina per gli ultrasuoni e un lettino da visite. Ma ciò che trasforma questa stanza altrimenti luminosa in una specie di bunker è la luce al neon resa indispensabile dalle tapparelle inspiegabilmente abbassate. Quest’uomo è qui, davanti a me, nel quartiere preferito dagli hedge fund e dalle mogli annoiate degli oligarchi russi, ma non sembra veramente mai riemerso dai rifugi in cui si riparava quando dal cielo piovevano le barrel bomb, barili di tritolo e chiodi per massimizzare i danni. Riparare i viventi, col titolo del raggelante romanzo di Maylis de Kerangal, era e rimane la sua missione.
Nelle guerre, si dice, la prima vittima è la verità. La seconda, almeno nel caso siriano, sono i medici. «Ne sono morti 754 in cinque anni» spiega questo sessantunenne gallese, la cui tranquilla vita professionale è stata deragliata per sempre nel ‘93, quando vide in tv scene da Sarajevo e partì volontario per tre mesi con Medici senza frontiere. «E non sono morti per caso, come normale quota dei tanti civili uccisi. No, sono stati presi di mira deliberatamente, per costringere la popolazione ad arrendersi». Una tattica così diffusa che l’ong Geneva Call, con buona dose di candore, ha creato una app per insegnare ai jihadisti ciò che prevede il diritto umanitario. In uno degli esempi Zako, una recluta sovreccitata, «ha scoperto che l’ospedale locale sta curando combattenti nemici feriti. Vuole distruggere l’ospedale così non potrà più aiutarli. Può farlo?». La risposta deve essere risultata particolarmente elusiva sia per il regime di Assad che per i bombardieri russi. Una delle tecniche più spregevoli è il cosiddetto double tap, il doppio colpo: prima sganci su un bersaglio, poi aspetti che arrivi l’ambulanza per sbarazzarti del personale sanitario.
A un certo punto, nell’Aleppo assediata, era rimasto un solo pediatra per duecentocinquantamila persone (il 95 per cento, stando alle stime di Physicians for Human Rights, era fuggito, o in prigione o morto). Puoi razionare pane e acqua, ma niente ti fa capitolare come il non capire per quale oscuro motivo tuo figlio piccolo e febbricitante pianga a dirotto. In quella città ostaggio il dottor Nott ha trascorso mesi memorabili. Operando 12-18 ore al giorno, perché non c’era letteralmente nessun altro in grado di farlo. Ma soprattutto insegnando a studenti di medicina o ai pochissimi chirurghi che non si erano già messi in salvo con le famiglie a cavarsela in operazioni per loro inedite. «Fegato, pancreas, arterie femorali, pelvi, trachea e le ricostruzioni più estreme. Il grosso degli interventi era su ferite da ordigni a frammentazione. Pance squarciate, persone a brandelli che dovevamo in qualche modo ricucire». In ospedali segreti, identificati solo con lettere e numeri, allestiti alla bell’e meglio in case private dove la cucina diventava la sala operatoria e il salotto le corsie.
«Almeno tre delle strutture dove ho lavorato, l’M1, M2 e M10, sono state poi bombardate» racconta Nott, che ha poi documentato le macerie in un altro video su YouTube. «Uno di questi era vicinissimo al confine tra Aleppo Est e Ovest, presidiato da cecchini che ogni giorno producevano in media una dozzina di malcapitati da salvare». Nell’ultima ventina d’anni questo figlio di un chirurgo birmano cresciuto in India e di un’infermiera, ha condotto una doppia vita. Il dottor David ha continuato a operare nel centralissimo ospedale Charing Cross di Londra per circa due terzi dell’anno, mentre mister Nott è partito per missioni generalmente trimestrali («In aspettativa non pagata») in una ventina di Paesi, dall’Afghanistan alla Sierra Leone, da Haiti al Nepal. Dove c’era una catastrofe, causata dalla natura o dagli uomini, lì andava lui. Dice: «Ho imparato moltissimo sul campo e ho avuto le mie soddisfazioni più grandi. Spesso manca tutto, dal sangue alla strumentazione, ma ciò ti costringe ad acrobazie ingegnose che la clinica ordinaria non prevede».
Poi, purtroppo, succede che nel caos un bambino muoia perché il sangue che gli hanno trasfuso non era del suo tipo. Succede anche di peggio. Ma il saldo dei salvati resta in attivo. Nott ha fatto cinque missioni in Siria. Ognuna peggiore della precedente. La seconda volta, nel 2013, il controllo del territorio da parte dell’Isis si era fatto capillare. Sebbene fosse stato invitato dall’Aleppo City Medical Council, se in uno dei tanti check point avessero capito che era occidentale, come minimo l’avrebbero rapito. Un’altra volta sei islamisti con kalashnikov fecero irruzione nella sala operatoria perché girava voce che curassero i nemici. Un collega siriano gli sussurrò all’orecchio di non parlare per nessun motivo. Già il fatto che oggi sia qui a raccontarlo è abbastanza miracoloso. Ma il catalogo taumaturgico del dottore non finisce qui: «A dicembre ero a Idlib, a Sud di Aleppo, e la situazione degli assediati era disperata. Così, attraverso canali che non posso svelare, sono riuscito a mettermi in contatto con i russi e ho spiegato loro che non potevano permettersi di avere sulla coscienza cinquecento bambini».
Passino migliaia di adulti, ma non c’è macchina di propaganda che ti mondi da un infanticidio. Il cessate il fuoco arriva. Però qui il racconto, per il resto verificabile e circostanziato, diventa vago. Tendente a una diplomazia unipersonale che rivaleggerebbe con la comunità di Sant’Egidio. Il corridoio umanitario regge sino a quando un colonnello, che doveva essersi perso qualche passaggio dei contatti altolocati del medico-mediatore, bombarda i fuggitivi. Nott, come davanti agli imprevisti sul tavolo settico, non si scoraggia: «Ci viene in aiuto Bana al-Abed, una bimba di sette anni che ha conquistato il mondo twittando scene di vita quotidiana sotto l’assedio. Succede che lo staff di Erdogan si prenda a cuore la storia e intercede con Mosca. Il 18 dicembre le armi tornano a tacere. E l’evacuazione finalmente può essere completata». È molto difficile verificare il peso esatto della sua influenza, ma l’uomo gode di una credibilità complessiva solida.
Nella normalità londinese Nott fa ormai tante cose diverse, tra cui alcune che non aveva previsto, come la nomina a ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico e il Pride of Britain Award che l’hanno fatto finire a cena seduto accanto alla Regina. Ma quando Elisabetta gli ha chiesto di raccontare le sue esperienze, è andato in una specie di cortocircuito emotivo che la sovrana ha elegantemente risolto glissando e invitandolo a giocare insieme ai suoi cani prediletti (la cui centralità nell’educazione reale è ben spiegata nella serie The Crown). Continua a operare, molto, all’ospedale Charing Cross, al Chelsea and Westminster, al St Mary’s e al Royal Marsden. È uno specialista nell’aggiustare grosse vene che cedono, come gli aneurismi delle aorte addominali e i bypass delle arterie distali. Il suo primato clinico, nel lontano ‘99, consistette nel praticare il primo bypass femoro-popliteo esclusivamente con tecniche laparoscopiche. Tiene corsi di chirurgia in ambienti ostili al Royal College of Surgeons, seminari intensivi cui, grazie anche a borse di studio versate da munifici sponsor alla sua fondazione, partecipano medici da ogni parte del mondo.
«In Siria avrò formato una quarantina di chirurghi, ma continuo a fare anche workshop sul campo. In uno degli ultimi, ad aprile scorso a Gaziantep, la città turca a sessanta chilometri dal confine siriano, dovevamo partecipare 33 medici. Ma all’appello iniziale hanno risposto solo in 32, perché uno era stato ucciso il giorno prima mentre usciva dal suo ospedale segreto». Quando non può andare, assiste via teleconferenza o in tutti gli altri modi che la tecnologia mette a disposizione. Messaggistica istantanea compresa: «Ero a una cena con colleghi, qui a Chelsea, quando mi sono accorto che uno dei miei ex allievi mi aveva chiesto come procedere con un uomo cui avevano sparato in gola e allo stomaco. Mi aveva mandato delle foto delle ferite. L’avevano stabilizzato e gli avevano tolto le pallottole dall’intestino, ma aspettavano istruzioni per la gola. «La parte neurologica è ok? Il cordone vertebrale è compromesso? Allora mettete un tubo di plastica nel foro per aumentare la ventilazione. Poi ricucite per bene il tratto digestivo e, per rinforzare la sutura, prendete uno dei muscoli del collo e usatelo come toppa aggiuntiva». Cose così, un messaggino alla volta. Nel frattempo il suo agnello si era freddato nel piatto. E lui non ha l’ambizione di togliere i peccati del mondo. Solo quella, largamente alla sua portata, di contribuire a ripararne le conseguenze.
(26 maggio 2017)
«È stato faticoso, ma anche entusiasmante» dice, a distanza di sette mesi, seduto sulla stessa sedia da cui aveva diretto allora. La scrivania ora si è riempita di giornali, libri e un’impressionante varietà di cavi e caricatori elettrici. Incorniciati alle pareti, vessilli della Croce rossa e certificati di ogni genere. A sinistra invece una macchina per gli ultrasuoni e un lettino da visite. Ma ciò che trasforma questa stanza altrimenti luminosa in una specie di bunker è la luce al neon resa indispensabile dalle tapparelle inspiegabilmente abbassate. Quest’uomo è qui, davanti a me, nel quartiere preferito dagli hedge fund e dalle mogli annoiate degli oligarchi russi, ma non sembra veramente mai riemerso dai rifugi in cui si riparava quando dal cielo piovevano le barrel bomb, barili di tritolo e chiodi per massimizzare i danni. Riparare i viventi, col titolo del raggelante romanzo di Maylis de Kerangal, era e rimane la sua missione.
Nelle guerre, si dice, la prima vittima è la verità. La seconda, almeno nel caso siriano, sono i medici. «Ne sono morti 754 in cinque anni» spiega questo sessantunenne gallese, la cui tranquilla vita professionale è stata deragliata per sempre nel ‘93, quando vide in tv scene da Sarajevo e partì volontario per tre mesi con Medici senza frontiere. «E non sono morti per caso, come normale quota dei tanti civili uccisi. No, sono stati presi di mira deliberatamente, per costringere la popolazione ad arrendersi». Una tattica così diffusa che l’ong Geneva Call, con buona dose di candore, ha creato una app per insegnare ai jihadisti ciò che prevede il diritto umanitario. In uno degli esempi Zako, una recluta sovreccitata, «ha scoperto che l’ospedale locale sta curando combattenti nemici feriti. Vuole distruggere l’ospedale così non potrà più aiutarli. Può farlo?». La risposta deve essere risultata particolarmente elusiva sia per il regime di Assad che per i bombardieri russi. Una delle tecniche più spregevoli è il cosiddetto double tap, il doppio colpo: prima sganci su un bersaglio, poi aspetti che arrivi l’ambulanza per sbarazzarti del personale sanitario.
A un certo punto, nell’Aleppo assediata, era rimasto un solo pediatra per duecentocinquantamila persone (il 95 per cento, stando alle stime di Physicians for Human Rights, era fuggito, o in prigione o morto). Puoi razionare pane e acqua, ma niente ti fa capitolare come il non capire per quale oscuro motivo tuo figlio piccolo e febbricitante pianga a dirotto. In quella città ostaggio il dottor Nott ha trascorso mesi memorabili. Operando 12-18 ore al giorno, perché non c’era letteralmente nessun altro in grado di farlo. Ma soprattutto insegnando a studenti di medicina o ai pochissimi chirurghi che non si erano già messi in salvo con le famiglie a cavarsela in operazioni per loro inedite. «Fegato, pancreas, arterie femorali, pelvi, trachea e le ricostruzioni più estreme. Il grosso degli interventi era su ferite da ordigni a frammentazione. Pance squarciate, persone a brandelli che dovevamo in qualche modo ricucire». In ospedali segreti, identificati solo con lettere e numeri, allestiti alla bell’e meglio in case private dove la cucina diventava la sala operatoria e il salotto le corsie.
«Almeno tre delle strutture dove ho lavorato, l’M1, M2 e M10, sono state poi bombardate» racconta Nott, che ha poi documentato le macerie in un altro video su YouTube. «Uno di questi era vicinissimo al confine tra Aleppo Est e Ovest, presidiato da cecchini che ogni giorno producevano in media una dozzina di malcapitati da salvare». Nell’ultima ventina d’anni questo figlio di un chirurgo birmano cresciuto in India e di un’infermiera, ha condotto una doppia vita. Il dottor David ha continuato a operare nel centralissimo ospedale Charing Cross di Londra per circa due terzi dell’anno, mentre mister Nott è partito per missioni generalmente trimestrali («In aspettativa non pagata») in una ventina di Paesi, dall’Afghanistan alla Sierra Leone, da Haiti al Nepal. Dove c’era una catastrofe, causata dalla natura o dagli uomini, lì andava lui. Dice: «Ho imparato moltissimo sul campo e ho avuto le mie soddisfazioni più grandi. Spesso manca tutto, dal sangue alla strumentazione, ma ciò ti costringe ad acrobazie ingegnose che la clinica ordinaria non prevede».
Poi, purtroppo, succede che nel caos un bambino muoia perché il sangue che gli hanno trasfuso non era del suo tipo. Succede anche di peggio. Ma il saldo dei salvati resta in attivo. Nott ha fatto cinque missioni in Siria. Ognuna peggiore della precedente. La seconda volta, nel 2013, il controllo del territorio da parte dell’Isis si era fatto capillare. Sebbene fosse stato invitato dall’Aleppo City Medical Council, se in uno dei tanti check point avessero capito che era occidentale, come minimo l’avrebbero rapito. Un’altra volta sei islamisti con kalashnikov fecero irruzione nella sala operatoria perché girava voce che curassero i nemici. Un collega siriano gli sussurrò all’orecchio di non parlare per nessun motivo. Già il fatto che oggi sia qui a raccontarlo è abbastanza miracoloso. Ma il catalogo taumaturgico del dottore non finisce qui: «A dicembre ero a Idlib, a Sud di Aleppo, e la situazione degli assediati era disperata. Così, attraverso canali che non posso svelare, sono riuscito a mettermi in contatto con i russi e ho spiegato loro che non potevano permettersi di avere sulla coscienza cinquecento bambini».
Passino migliaia di adulti, ma non c’è macchina di propaganda che ti mondi da un infanticidio. Il cessate il fuoco arriva. Però qui il racconto, per il resto verificabile e circostanziato, diventa vago. Tendente a una diplomazia unipersonale che rivaleggerebbe con la comunità di Sant’Egidio. Il corridoio umanitario regge sino a quando un colonnello, che doveva essersi perso qualche passaggio dei contatti altolocati del medico-mediatore, bombarda i fuggitivi. Nott, come davanti agli imprevisti sul tavolo settico, non si scoraggia: «Ci viene in aiuto Bana al-Abed, una bimba di sette anni che ha conquistato il mondo twittando scene di vita quotidiana sotto l’assedio. Succede che lo staff di Erdogan si prenda a cuore la storia e intercede con Mosca. Il 18 dicembre le armi tornano a tacere. E l’evacuazione finalmente può essere completata». È molto difficile verificare il peso esatto della sua influenza, ma l’uomo gode di una credibilità complessiva solida.
Nella normalità londinese Nott fa ormai tante cose diverse, tra cui alcune che non aveva previsto, come la nomina a ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico e il Pride of Britain Award che l’hanno fatto finire a cena seduto accanto alla Regina. Ma quando Elisabetta gli ha chiesto di raccontare le sue esperienze, è andato in una specie di cortocircuito emotivo che la sovrana ha elegantemente risolto glissando e invitandolo a giocare insieme ai suoi cani prediletti (la cui centralità nell’educazione reale è ben spiegata nella serie The Crown). Continua a operare, molto, all’ospedale Charing Cross, al Chelsea and Westminster, al St Mary’s e al Royal Marsden. È uno specialista nell’aggiustare grosse vene che cedono, come gli aneurismi delle aorte addominali e i bypass delle arterie distali. Il suo primato clinico, nel lontano ‘99, consistette nel praticare il primo bypass femoro-popliteo esclusivamente con tecniche laparoscopiche. Tiene corsi di chirurgia in ambienti ostili al Royal College of Surgeons, seminari intensivi cui, grazie anche a borse di studio versate da munifici sponsor alla sua fondazione, partecipano medici da ogni parte del mondo.
«In Siria avrò formato una quarantina di chirurghi, ma continuo a fare anche workshop sul campo. In uno degli ultimi, ad aprile scorso a Gaziantep, la città turca a sessanta chilometri dal confine siriano, dovevamo partecipare 33 medici. Ma all’appello iniziale hanno risposto solo in 32, perché uno era stato ucciso il giorno prima mentre usciva dal suo ospedale segreto». Quando non può andare, assiste via teleconferenza o in tutti gli altri modi che la tecnologia mette a disposizione. Messaggistica istantanea compresa: «Ero a una cena con colleghi, qui a Chelsea, quando mi sono accorto che uno dei miei ex allievi mi aveva chiesto come procedere con un uomo cui avevano sparato in gola e allo stomaco. Mi aveva mandato delle foto delle ferite. L’avevano stabilizzato e gli avevano tolto le pallottole dall’intestino, ma aspettavano istruzioni per la gola. «La parte neurologica è ok? Il cordone vertebrale è compromesso? Allora mettete un tubo di plastica nel foro per aumentare la ventilazione. Poi ricucite per bene il tratto digestivo e, per rinforzare la sutura, prendete uno dei muscoli del collo e usatelo come toppa aggiuntiva». Cose così, un messaggino alla volta. Nel frattempo il suo agnello si era freddato nel piatto. E lui non ha l’ambizione di togliere i peccati del mondo. Solo quella, largamente alla sua portata, di contribuire a ripararne le conseguenze.
(26 maggio 2017)