Il Venerdì

Leoluca Orlando: nessuno mi può rottamare nemmeno lui

Leoluca Orlando (Getty Images) 
Dopo trent’anni e due Repubbliche si ricandida a sindaco di Palermo. Per la quinta volta. Perché? «Perché c’è ancora bisogno di uno stronzo come me»
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Anno Domini 1985. Mikhail Gorbaciov cominciava ad ambientarsi al Cremlino, in Sudafrica c’era l’apartheid e internet era solo un protocollo militare segreto. Ma Leoluca Orlando era già sindaco di Palermo. Studi in Germania, buone letture ma eloquio pop e decisamente fumantino, il professore viene eletto indirettamente, secondo il canone aureo della Prima Repubblica, quando le Cinque Stelle sono al massimo una questione alberghiera. Eppure nella sua testa ha già preso forma l’idea di una politica oltre i partiti. Il giorno che esce dalla Dc e fonda la Rete gli danno tre mesi di vita pubblica. Invece passano trent’anni e lui sta ancora a Palazzo delle Aquile. Dove vuole restare fino al 2022. Altro che rottamazione, dunque. Al Sinnacollando, da pronunciarsi tutto attaccato in palermitano stretto, il quarto mandato non basta. Così il più longevo dei politici italiani tra dieci giorni si gioca la quinta rielezione contro l’ex pupillo Fabrizio Ferrandelli, già strapazzato l’ultima volta ma oggi di nuovo in corsa sotto l’ala protettrice di Totò Cuffaro. Al passo indietro ci ha pensato, dice: «Poi ho capito che Palermo ha ancora bisogno di un sindaco stronzo come me».

Prego?
«Sì, ha sentito bene. Serve uno stronzo che quando annusa aria di palude reagisce».

Ci sbrighiamo presto, lei ha la campagna elettorale.
«Sono sempre in campagna elettorale. Finisco il giorno delle elezioni e comincio il giorno dopo. Gli esami non finiscono mai».

L’11 giugno c’è il prossimo. Un’altra volta senza partito.
«Il mio partito si chiama Palermo. È un modo per dire che non accetto di stare ingabbiato dentro i recinti e le scatole».

Crede ancora al modello Rete, allora.
«Si fondava su una cosa di cui sono ancora convinto: la rottura con le appartenenze».

A chi appartieni è espressione diffusa in Sicilia.
«E infatti quando la sento mi vengono i brividi».

È un grillino ante-litteram?
«Guardi, io ho sempre seguito un’indicazione che mi diede Sciascia. A chi gli chiedeva che consiglio desse al nuovo sindaco, lui rispose: che si faccia opposizione da sé».

Però all’epoca dei professionisti dell’antimafia volarono stracci.
«Sciascia aveva il diritto e il dovere di dire quello che disse, magari poteva essere più cauto nel fare il nome di Borsellino, e anche il mio. Ma evidenziava una preoccupazione, che poi  venne strumentalizzata dagli “sciasciani”».

A proposito di mafia. Il primo pensiero quando ha sentito delle accuse di un pentito a Ferrandelli?
«La cosa inquietante è che siamo di fronte ad un condannato per mafia (Salvatore Cuffaro, ndr) che dichiara di essere artefice di una candidatura ora viziata anche da questo avviso di garanzia».

Cuffaro è l’unico che l’ha battuta.
«Sì, ma presi il doppio dei suoi voti. Furono le coalizioni a decidere. Erano i tempi del 61-0 di Forza Italia in Sicilia. Io resto comunque il politico più votato a quelle Regionali».

Col Pd ha da sempre un rapporto complicato. Ora stanno con lei, senza simbolo.
«Il mio progetto resta il Partito democratico. Quello vero, però. Non quello delle scissioni dell’atomo o delle rottamazioni tanto per farle».

In effetti lei è l’antitesi della rottamazione.
«La rottamazione fine a se stessa non può essere un valore. E poi si demoliscono le cose, non le persone».

Con Renzi ha firmato il Patto per Palermo.
«Cosa importantissima. Ci ha consentito di portare a termine progetti come i tram, le zone free wi-fi, lo sharing e tanto altro. La sa una cosa?».

Dica.
«Oggi siamo la quinta città turistica d’Italia. Pochi anni fa non eravamo nemmeno in classifica. A luglio superiamo Milano e diventiamo quarti».

Però si ricandida, non sono bastati vent’anni per cambiarla del tutto?
«Qui è stata fatta una rivoluzione culturale e amministrativa. Bisogna però metterla in sicurezza».

Parlavamo del segretario del Pd.  
«Ecco, a Renzi consiglierei di lasciar perdere la premiership, è giovane e ha tanto tempo. Si dedichi invece alla costruzione di un Pd moderno».

Curioso che un settantenne chieda a un quarantenne di essere moderno.  
«Sarà curioso, ma questo è».

Dicono sia schiavo del consenso. Lei invece ha sempre detto di non cercare il consenso perché ce l’ha.
«È il dramma del Partito democratico, la perdita di consenso. Si cambiano i gruppi dirigenti, ma su questo non si innesta una vera proposta politica».

Lei risolve facendo da solo.
«Trent’anni fa mi definivano l’ultimo dei mohicani, ma io mi pensavo – con altri – profeta di un mondo nuovo. Possiamo dire che questo mondo nuovo è arrivato?».

Insomma.
«Quando mi dicono che io, Pizzarotti, De Magistris, sindaci senza partito,  siamo minoranza, io ricordo i quasi cinquemila primi cittadini come noi in Italia».

Ancora il partito dei sindaci?
«No,  è che il maggioritario e la crisi dei partiti stanno finendo col rendere i sindaci finalmente liberi. E questa è la strada».

Il pentapartito, i referendum di Segni, il bipolarismo: quando l’Italia ha perso il treno della democrazia compiuta?
«Quando non ha scelto la questione morale come precondizione per selezionare la classe dirigente. Chi è coinvolto in inchieste deve lasciare, non è questione giudiziaria ma di onore della politica».

Sento di nuova un’eco grillina. Ma in cosa è diverso lei dai Cinque Stelle?
«Ci sono molte  sintonie e una sostanziale differenza. Bisogna saper amministrare. Il nuovo nasce sempre dai sentimenti, rabbia compresa, ma lo slogan deve saper diventare linguaggio. Quindi è la competenza che fa la differenza. E allora l’esperienza diventa una virtù».

L’afflato civico non basta, ergo.
«La strada è il civismo politico, non il civismo dell’antipolitica».

Grillo sui migranti fa un po’ il furbetto. Lei invece dice che l’Europa sarà processata in una seconda Norimberga.
«Siamo di fronte ad un vero e proprio genocidio. E se i nostri nonni potevano dire di non sapere di Auschwitz, noi no».

È facile dirlo da amministratore di una terra abituata alle contaminazioni.
«Nello stomaco delle persone, a Palermo come in Veneto, non c’è intolleranza. Quella sta nella testa malata di qualche politico e intellettuale. Chi pensa che il diverso sia il nemico contagia i cittadini».

E Salvini a Lampedusa?
«Lasciamo stare… Lui gioca al tiro al bersaglio, io ad hockey su prato. Giochiamo partite diverse».
La sua è anche una storia di clamorose rotture.  Sciascia, Falcone, Pintacuda… Quale non rifarebbe?
«Le rotture sono sempre dolorose. Furono scelte che viste con l’occhio di quel momento apparivano sbagliate, e io accetto questa critica. Ma le ho sempre fatte pensando a quello che sarebbe accaduto non quel giorno, bensì l’indomani».

E quando non votò Mattarella giudice costituzionale?
«Gli scrissi una lettera formale, spiegando che non riguardava la persona».

Il suo errore più grande?
«Fare politica, l’amore per la politica».

Sindaco…
«D’accordo: l’errore di aver sciolto la Rete quando arrivò Prodi, pensando che fosse nato il vero Partito democratico».

Lei è amico personale di Hillary Clinton. L’ha sentita dopo la mazzata?
«Ci siamo mandati delle mail. Proprio non se l’aspettava».

Avrebbe avuto un amico alla Casa Bianca.
«Sì, ma quel giorno  ho pensato soprattutto al disastro per gli americani».

In America e altrove pensano ancora che Palermo sia uguale mafia?
«Una volta si parlava di Palermo come capitale della mafia, ora si parla di Palermo capitale della cultura (lo sarà l’anno prossimo, ndr). Ora non so se sia esagerato, ma sarà un po’ meglio, che dice?».

Il Sinnacollando è eterno (dal 2002) anche come presidente della federazione football americano...
«È un dovere promuovere sport diversi dal calcio. E io ho scelto lo sport più povero d’Italia. Quando l’ho spiegato alla Clinton stentava a crederci. Se fossi negli Usa promuoverei il calcio».

(2 giugno 2017)