ROMA. Quando le dico che prepariamo una storia di copertina sulla Russia che quasi non celebra il centenario della Rivoluzione d’ottobre, Luciana Castellina fa un salto sulla poltrona: roba da poco perché si è ferita una gamba dando l’assalto a un treno e quindi paga l’avventatezza con una convalescenza semi-immobile. Ma è pur sempre un salto dissenziente. «Qualche celebrazione c’è: a novembre sono invitata a un convegno a Mosca. Se i miei novant’anni me lo consentono, vado». Civetteria: ad agosto ne compie 88, e li porta assai bene. «Questo convegno lo organizza un gruppo di compagnucci che conosco dalla caduta dell’Unione Sovietica. Economisti e sociologi molto simpatici. Tutto ruota intorno a Alexander Buzgalin, era un ragazzino irrequieto del Komsomol, Gorbaciov lo inserì nel Comitato centrale, sollevando scandalo nel partito per via dell’età: non fece in tempo a partecipare a un Comitato centrale perché venne giù tutto prima che si riunisse. Insomma, Buzgalin e il suo gruppo sostengono che socialismo è una parola troppo sputtanata, quindi bisogna ripartire dalla lotta di classe. E di quello parleremo, a novembre».
Il governo, però, si limita al minimo indispensabile.
«La strategia di Putin è astutissima, vuole creare un’iconografia che metta insieme e salvi tutto: Lenin, Stalin, la Chiesa ortodossa, perfino lo zar. Se vai a Ekaterinburg c’è il mausoleo costruito per la famiglia dello zar, ormai santificata, che fu fucilata là; poi giri l’angolo e vedi la statua di Sverdlov che la mandò a morte. Putin salva tutti e svuota ognuno di significato, in modo da creare un senso patriottico che contenga di tutto un po’».
Lei quando è andata in Russia la prima volta?
«Nel 1957, per il Festival della gioventù. Era un momento bellissimo, il primo anno di Krusciov: c’era appena stato il XX Congresso che aveva portato una grande liberalizzazione. Mosca era invasa dai giovani, si ballava il jazz. La prima orchestra la portammo noi italiani, era la Roman New Orleans Jazz Band di Carletto Loffredo. Ci aprirono addirittura il Cremlino».
Il jazz non era musica degenerata?
«Lo stalinismo era già finito da un po’, nel ‘54-55 cambia tutto, chiudono i gulag».
Sì, ma nel 1956 c’è l’invasione sovietica dell’Ungheria. Dopo quel trauma, che atteggiamento aveva nel primo viaggio a Mosca?
«In realtà sarebbe stata l’invasione di Praga del 1968 a farci dire che il regime sovietico era irriformabile, eravamo già nella tremenda era brezneviana. Nel 1956 il clima era diverso. E si temeva una guerra mondiale, con Nasser che aveva nazionalizzato il canale di Suez e Francia e Gran Bretagna che invadevano l’Egitto. Sui fatti ungheresi non si è mai capito se è stato un colpo di coda dei militari sovietici, e da noi in Italia non si videro tante lacerazioni. Ci fu il manifesto dei 101: protestarono ma poi tornarono quasi tutti nel partito. Neanche Ingrao si dimise».
La prima cosa che notò entrando in Unione Sovietica?
«Pensavo che Mosca fosse la capitale della Prussia russa, invece somigliava a Napoli. Togliatti diceva: ringraziate che il primo Paese a realizzare il socialismo non è stata la Germania, staremmo freschi. E poi non c’erano negozi né pubblicità. Cambiava molto il panorama stradale».
All’epoca, per i comunisti di tutto il mondo Mosca era il faro. Lei voleva che l’Italia somigliasse a quel faro?
«Il Pci non ha mai pensato che doveva essere la nostra condizione. Era un altro continente, un’altra storia. Un Paese povero che non aveva i cartelloni pubblicitari perché non aveva il consumismo e questo non mi stupiva. Il problema era la riconquista della libertà e della dialettica politica. Nel ‘61 ci tornai sei mesi per organizzazione la Conferenza della gioventù che si apriva anche al Terzo mondo: grande benvenuto alla delegazione cubana, finalmente un comunismo allegro, ballerino e canterino. Passavo le serate all’università: nelle stanze degli studenti Evtushenko e Voznesenskij leggevano i loro versi».
Nel partito andare in Urss era considerato un privilegio?
«Certo, era un mito rivoluzionario. La prima volta, dopo Mosca proseguii per Jalta con il mio allora marito Alfredo Reichlin, che dirigeva l’Unità. C’erano i vecchi alberghi imperiali ribattezzati sanatori: erano normali hotel, ma li chiamavano così perché ci andavano a curarsi i rivoluzionari, i carcerati, i massacrati di tutto il mondo. Ci andammo anche noi che, con tutta evidenza, non avevamo bisogno di cure. Al mare, bagni separati, nudi: mi trovai fra un mucchio di contadine grassissime che facevano la calza al sole e poi sollevavano le loro carni e si presentavano: ingegner Ekatarina Eccetera, direttore dello stabilimento siderurgico di Vattelappesca».
Le donne russe invidiavano il suo stile occidentale?
«Non mi pare proprio. Certo, apprezzavano i cosmetici o la facilità con cui ci procuravamo le cose da questa parte del mondo. Quando venne la moda delle calze fumé, la fidanzata di Bruno Pontecorvo bolliva quelle normali in un pentolone con la cenere. Uno dei grandi errori del Pcus fu proibire l’importazione dei jeans, una delle poche cose buone della cultura popolare occidentale. Per un paio di jeans un russo avrebbe venduto il padre. Ora ha vinto il nostro stile di vita. Che difendiamo contro il terrorismo islamico. Ma questo stile mi lascia perplessa se l’assortimento di merendine nefaste al supermercato è molto più vasto della disponibilità di luoghi dove ricoverare il nonno quando si ammala».
Dopo la radiazione dal Pci ci fu il divieto d’ingresso?
«Sì, e anche lungo. Nel 1977 ero consigliere comunale a Roma, gemellata con Mosca, e mi rifiutarono il visto per andare con una delegazione a Baku dove si riunivano i rappresentanti delle città gemellate. Per solidarietà non volevano partire neanche i democristiani. Insomma, ottenni il visto e appena atterrata, mi attaccarono un giovanotto che era evidentemente una spia. Il convegno a Baku fu noiosissimo e quando ci dissero che l’aereo per Mosca aveva diciotto ore di ritardo, visto che faceva molto caldo, proposi al sindaco di Mosca che era con noi di fare un bagno nel mar Caspio. Lui fece approntare delle limousine e un capanno sulla spiaggia deserta con sontuoso banchetto. Non avevamo i costumi e ci tuffammo in mutande. Il sindaco, che era grande e grosso, ma schizzava come un bambino, non faceva che ripetere: orighinalghia, Luciana, orighinalghia!
(30 giugno 2017)
Il governo, però, si limita al minimo indispensabile.
«La strategia di Putin è astutissima, vuole creare un’iconografia che metta insieme e salvi tutto: Lenin, Stalin, la Chiesa ortodossa, perfino lo zar. Se vai a Ekaterinburg c’è il mausoleo costruito per la famiglia dello zar, ormai santificata, che fu fucilata là; poi giri l’angolo e vedi la statua di Sverdlov che la mandò a morte. Putin salva tutti e svuota ognuno di significato, in modo da creare un senso patriottico che contenga di tutto un po’».
Lei quando è andata in Russia la prima volta?
«Nel 1957, per il Festival della gioventù. Era un momento bellissimo, il primo anno di Krusciov: c’era appena stato il XX Congresso che aveva portato una grande liberalizzazione. Mosca era invasa dai giovani, si ballava il jazz. La prima orchestra la portammo noi italiani, era la Roman New Orleans Jazz Band di Carletto Loffredo. Ci aprirono addirittura il Cremlino».
Il jazz non era musica degenerata?
«Lo stalinismo era già finito da un po’, nel ‘54-55 cambia tutto, chiudono i gulag».
Sì, ma nel 1956 c’è l’invasione sovietica dell’Ungheria. Dopo quel trauma, che atteggiamento aveva nel primo viaggio a Mosca?
«In realtà sarebbe stata l’invasione di Praga del 1968 a farci dire che il regime sovietico era irriformabile, eravamo già nella tremenda era brezneviana. Nel 1956 il clima era diverso. E si temeva una guerra mondiale, con Nasser che aveva nazionalizzato il canale di Suez e Francia e Gran Bretagna che invadevano l’Egitto. Sui fatti ungheresi non si è mai capito se è stato un colpo di coda dei militari sovietici, e da noi in Italia non si videro tante lacerazioni. Ci fu il manifesto dei 101: protestarono ma poi tornarono quasi tutti nel partito. Neanche Ingrao si dimise».
La prima cosa che notò entrando in Unione Sovietica?
«Pensavo che Mosca fosse la capitale della Prussia russa, invece somigliava a Napoli. Togliatti diceva: ringraziate che il primo Paese a realizzare il socialismo non è stata la Germania, staremmo freschi. E poi non c’erano negozi né pubblicità. Cambiava molto il panorama stradale».
All’epoca, per i comunisti di tutto il mondo Mosca era il faro. Lei voleva che l’Italia somigliasse a quel faro?
«Il Pci non ha mai pensato che doveva essere la nostra condizione. Era un altro continente, un’altra storia. Un Paese povero che non aveva i cartelloni pubblicitari perché non aveva il consumismo e questo non mi stupiva. Il problema era la riconquista della libertà e della dialettica politica. Nel ‘61 ci tornai sei mesi per organizzazione la Conferenza della gioventù che si apriva anche al Terzo mondo: grande benvenuto alla delegazione cubana, finalmente un comunismo allegro, ballerino e canterino. Passavo le serate all’università: nelle stanze degli studenti Evtushenko e Voznesenskij leggevano i loro versi».
Nel partito andare in Urss era considerato un privilegio?
«Certo, era un mito rivoluzionario. La prima volta, dopo Mosca proseguii per Jalta con il mio allora marito Alfredo Reichlin, che dirigeva l’Unità. C’erano i vecchi alberghi imperiali ribattezzati sanatori: erano normali hotel, ma li chiamavano così perché ci andavano a curarsi i rivoluzionari, i carcerati, i massacrati di tutto il mondo. Ci andammo anche noi che, con tutta evidenza, non avevamo bisogno di cure. Al mare, bagni separati, nudi: mi trovai fra un mucchio di contadine grassissime che facevano la calza al sole e poi sollevavano le loro carni e si presentavano: ingegner Ekatarina Eccetera, direttore dello stabilimento siderurgico di Vattelappesca».
Le donne russe invidiavano il suo stile occidentale?
«Non mi pare proprio. Certo, apprezzavano i cosmetici o la facilità con cui ci procuravamo le cose da questa parte del mondo. Quando venne la moda delle calze fumé, la fidanzata di Bruno Pontecorvo bolliva quelle normali in un pentolone con la cenere. Uno dei grandi errori del Pcus fu proibire l’importazione dei jeans, una delle poche cose buone della cultura popolare occidentale. Per un paio di jeans un russo avrebbe venduto il padre. Ora ha vinto il nostro stile di vita. Che difendiamo contro il terrorismo islamico. Ma questo stile mi lascia perplessa se l’assortimento di merendine nefaste al supermercato è molto più vasto della disponibilità di luoghi dove ricoverare il nonno quando si ammala».
Dopo la radiazione dal Pci ci fu il divieto d’ingresso?
«Sì, e anche lungo. Nel 1977 ero consigliere comunale a Roma, gemellata con Mosca, e mi rifiutarono il visto per andare con una delegazione a Baku dove si riunivano i rappresentanti delle città gemellate. Per solidarietà non volevano partire neanche i democristiani. Insomma, ottenni il visto e appena atterrata, mi attaccarono un giovanotto che era evidentemente una spia. Il convegno a Baku fu noiosissimo e quando ci dissero che l’aereo per Mosca aveva diciotto ore di ritardo, visto che faceva molto caldo, proposi al sindaco di Mosca che era con noi di fare un bagno nel mar Caspio. Lui fece approntare delle limousine e un capanno sulla spiaggia deserta con sontuoso banchetto. Non avevamo i costumi e ci tuffammo in mutande. Il sindaco, che era grande e grosso, ma schizzava come un bambino, non faceva che ripetere: orighinalghia, Luciana, orighinalghia!
(30 giugno 2017)