Michele Serra, da venticinque anni sull'amaca
di Gianni MuraIn un “librino” e un “librone" la storia di una rubrica che compie un quarto di secolo. «Temo ancora il giudizio dei lettori» ammette l'autore. Intervistato da un vecchio amico
NIBBIANO (Piacenza). In cima alla collina un’amaca c’è davvero. Anzi, due. Michele Serra parla del suo ultimo libro, che è un librone. Anzi, due libri. Il grande libro delle amache pesa come una Bibbia (parola dell’autore). Più di mille pagine raccolgono i suoi corsivi di un quarto di secolo, pubblicati per nove anni dall’Unità e negli ultimi sedici da Repubblica. Giacomo Papi, che per l’editore Feltrinelli ha operato la selezione, è arrivato a 2.500 pezzi, ossia 100 per ogni anno. Un lavorone, con in più le note, perché se nel 2000 Serra si occupava dell’on. Piripicchio (nome a caso), oggi bisogna pur ricordare chi fosse costui. Al librone s’accompagna un librino intitolato La sinistra e altre parole strane, che potrebbe avere altri titoli: Le amache: istruzioni per l’uso. Oppure: MS Confidential. O anche: Così è se mi pare. O ancora: Amache che ama (penoso anagramma).…
NIBBIANO (Piacenza). In cima alla collina un’amaca c’è davvero. Anzi, due. Michele Serra parla del suo ultimo libro, che è un librone. Anzi, due libri. Il grande libro delle amache pesa come una Bibbia (parola dell’autore). Più di mille pagine raccolgono i suoi corsivi di un quarto di secolo, pubblicati per nove anni dall’Unità e negli ultimi sedici da Repubblica. Giacomo Papi, che per l’editore Feltrinelli ha operato la selezione, è arrivato a 2.500 pezzi, ossia 100 per ogni anno. Un lavorone, con in più le note, perché se nel 2000 Serra si occupava dell’on. Piripicchio (nome a caso), oggi bisogna pur ricordare chi fosse costui. Al librone s’accompagna un librino intitolato La sinistra e altre parole strane, che potrebbe avere altri titoli: Le amache: istruzioni per l’uso. Oppure: MS Confidential. O anche: Così è se mi pare. O ancora: Amache che ama (penoso anagramma). In sostanza, Serra racconta la rava e la fava, ossia come s’è avvicinato ai corsivi e ci convive, bene o male, più bene che male, da 25 anni. Ma non solo: come decide di cosa occuparsi, quanta fatica gli costa, quanti insulti gli arrivano. «A parte quelli impubblicabili, molti mi attaccano così: tu scrivi solo perché ti paga De Benedetti. In realtà io scrivevo da molto prima che mi pagasse De Benedetti. E fu Veltroni, che allora dirigeva l’Unità, ad affidarmi lo spazio che era stato di Fortebraccio. Un onore, per un giovane comunista, ma anche un impegno da levare il sonno. Ho esordito il 7 giugno 1992».
Ti sei riletto?
«Naturalmente, e ho trovato degli spigoli, delle durezze attribuibili alla giovane età. Fammi precisare un cosa: il librone non è né vuole essere “Il meglio di”, mentre andrebbe bene “Più o meno tutto”. Comprese le cazzate, le ripetizioni. Insomma, non è un’antologia leccata, onestamente bisogna rispondere anche degli errori».
Dopo l’Unità, è impossibile non parlare di Cuore.
«In rete c’è qualcosa che gli somiglia, anche cose molto belle, ma tutto è liquido e disperso. Il pregio dei giornali di carta sta nel non liquido. Più che sul Palazzo Cuore faceva satira e ironia su noi italiani. Credo che avessimo il senso della misura, che fossimo meno feroci. Quando Craxi si ritirò in Tunisia titolammo “Passerotto non andare via”, che oggi è più leggero di un buffetto. Se si dovesse isolare una sola cosa di tutte quelle che ho scritto, una di cui sono abbastanza fiero, una cosa che da intuizione è diventata certezza, è questa: in Italia i governati non sono migliori dei governanti. È giusto arrestare i ladri, ma non sputargli addosso. Più invecchio più mi sento comprensivo. D’altra parte non ero, come dire, estremista nemmeno da giovane. A 18 anni mi iscrissi al Pci, sezione Martiri di Modena, via Capecelatro, e i miei amici erano di Avanguardia operaia e di Lotta continua».
Duro passare dall’Unità a Repubblica?
«Molto, come andar via da casa, una casa sempre più sgarrupata, come lasciare la nave che affonda o la mamma che agonizza nel letto. Avevo anche dubbi sull’efficacia della scrittura, passando da un giornale politico a un grande quotidiano. Ezio Mauro fu molto persuasivo: “fai conto che un pezzettino di Repubblica, ventidue righe, sia casa tua”. E così sono passato da 40 mila lettori a quasi mezzo milione. E anche questo, se non sei un pallone gonfiato, crea problemi. Poi Furio Colombo fece di tutto per farmi rientrare, ma le strade si erano divise».
Chi ha scelto come titolino L’amaca?
«Io. Volevo dare un senso di otium creativo, riflessivo, e di riposo attivo. In verità ho sempre lavorato come un asino, ho scritto non so quante migliaia di cartelle e continuo a lavorare come un asino».
Sei di quelli che si augurano di morire scrivendo al tavolo di lavoro?
«No, vorrei morire con le mani affondate nella terra. Vivere in campagna non è solo il verde, il silenzio, il vedere un cardellino o un cinghiale dalla finestra. È cambiare punto di vista su molte cose. Quando sento annunciatrici tv o graduati dell’Aeronautica assicurare garruli che ci aspetta una settimana di bel tempo vorrei urlare. Bel tempo per chi? Ci sono milioni di persone che pregano, bestemmiano, soffrono quando vedono un cielo senza nuvole e sono passati sei mesi dall’ultima vera pioggia».
Vorrei tornare al tuo ragionamento su governanti e governati.
«Se vuoi posso cambiarlo. Quando sento dire che non ci sono più buoni maestri, rispondo che sono i buoni allievi a non esserci più».
No, stiamo ai governanti-governati. In cosa sperare?
«Che cambino i governati. L’impulso di tutte le rivoluzioni è il cambiamento. Se hai fiducia nell’uomo questa è una speranza. Se no, siamo fottuti. Ma all’interno della nostra bottega dobbiamo tener vivo un dubbio: non tutti i cambiamenti si capiscono. Io a 40 anni mi sentivo contemporaneo, adesso un po’ meno».
Perché hai detto “la nostra bottega”?
«Perché anche tu sei un opinionista e chissà quante volte ti sei preso del moralista».
Muralista, semmai. Ho perso il conto.
Un chiarimento per il lettore. Questa è la prima battuta che ci concediamo. Ma dev’essere un’intervista seria. Anche dopo salame, coppa, tortelli con la coda, formaggi e q.b. di Gutturnio mosso. In genere, con Michele, finisce sempre in cabaret. O in mnemoniche lunghissime. Dai fratelli De Rege ad Ale & Franz sappiamo muoverci. Non ricordo da quanto ci conosciamo, una quarantina d’anni. Io lo chiamo Michelino perché non vuole saperne di crescere del tutto. Lui mi chiama Brontolo (zio Brontolo quando i figli erano piccoli). E ha più memoria. «Ci conosciamo dall’autunno del ’76. Su Telemilano 2, la tv del Pci, conducevo un programma calcistico, Sinistro al volo, in coppia con Ivan Della Mea. Il nostro inviato, Antonello Moravia Bislenghi, era David Riondino. E la guida al Totocalcio era curata da Umberto Simonetta. Tu sei intervenuto come ospite d’onore».
Un bel cast, a parte me.
«Forse un paio di volte abbiamo avuto fino a 300 spettatori».
Che rapporto hai col tuo pubblico attuale?
«Affettuosa consuetudine. In genere il lavoro o l’onestà degli intenti viene apprezzata. C’è indulgenza, quasi fossi un parente. Questo legame coi lettori è ancora più stretto da quando sul Venerdì curo le due pagine della posta, saranno quasi dieci anni. Mai pensato che il mio pubblico fosse composto da presidi comunisti in pensione, ma ogni volta che mi scrive un ventenne è come se suonassero le campane. La parola corsivista mi fa un po’ ridere. Corrisponde a un genere e a un carattere tipografico, e io non sono mai stato impaginato in corsivo. Meglio opinionista. A occhio, avrò già espresso ottomila opinioni e non puoi azzeccarle tutte».
Chiaro. E allora?
«Se stai sull’equivalente di un pulpito, devi farti delle domande. La prima è: sarò stato all’altezza? Valutando limiti e meriti, credo di essermela cavata. Se uno si espone, il lettore glielo riconosce. Dopo 25 anni, mi piacerebbe la definizione di “generoso Serra”, come il generoso Graziani del Toro. Ho un incubo ricorrente: con la maglia numero 9 dell’Inter sto uscendo sul campo di San Siro, e non da giovane, così come sono adesso. Sarò all’altezza? Non lo so, tutto s’interrompe prima del calcio d’inizio, io lì pallido e sudato. Del giudizio del lettore ho sempre paura ed è un bene, credo, come il trac dell’attore prima di uscire sul palcoscenico. Pare aiuti a recitare meglio. E non ho paura della mia paura: dentro ci sono il piacere del rischio e il senso di responsabilità».
Nel tuo studio c’è una foto di Kurt Vonnegut.
«È l’unico cui vorrei assomigliare, ma non posso. Taglia, taglia, via gli aggettivi, via gli avverbi, questo consigliava Vonnegut. Ma io sono irrimediabilmente legato agli aggettivi e agli avverbi. Infatti ho appena detto infatti e irrimediabilmente». Prende un libro. È l’edizione originale del Richiamo della foresta (ed. Mc Millan, New York, 1903). «È il libro a cui sono più affezionato. Me l’ha regalato Walter Bonatti, una delle persone più belle che potessi incontrare».
Programmi per l’immediato futuro?
«Continuare a leggere libri sugli animali e sulle piante e comprare un trattore».
(17 novembre 2017)
Ti sei riletto?
«Naturalmente, e ho trovato degli spigoli, delle durezze attribuibili alla giovane età. Fammi precisare un cosa: il librone non è né vuole essere “Il meglio di”, mentre andrebbe bene “Più o meno tutto”. Comprese le cazzate, le ripetizioni. Insomma, non è un’antologia leccata, onestamente bisogna rispondere anche degli errori».
Dopo l’Unità, è impossibile non parlare di Cuore.
«In rete c’è qualcosa che gli somiglia, anche cose molto belle, ma tutto è liquido e disperso. Il pregio dei giornali di carta sta nel non liquido. Più che sul Palazzo Cuore faceva satira e ironia su noi italiani. Credo che avessimo il senso della misura, che fossimo meno feroci. Quando Craxi si ritirò in Tunisia titolammo “Passerotto non andare via”, che oggi è più leggero di un buffetto. Se si dovesse isolare una sola cosa di tutte quelle che ho scritto, una di cui sono abbastanza fiero, una cosa che da intuizione è diventata certezza, è questa: in Italia i governati non sono migliori dei governanti. È giusto arrestare i ladri, ma non sputargli addosso. Più invecchio più mi sento comprensivo. D’altra parte non ero, come dire, estremista nemmeno da giovane. A 18 anni mi iscrissi al Pci, sezione Martiri di Modena, via Capecelatro, e i miei amici erano di Avanguardia operaia e di Lotta continua».
Duro passare dall’Unità a Repubblica?
«Molto, come andar via da casa, una casa sempre più sgarrupata, come lasciare la nave che affonda o la mamma che agonizza nel letto. Avevo anche dubbi sull’efficacia della scrittura, passando da un giornale politico a un grande quotidiano. Ezio Mauro fu molto persuasivo: “fai conto che un pezzettino di Repubblica, ventidue righe, sia casa tua”. E così sono passato da 40 mila lettori a quasi mezzo milione. E anche questo, se non sei un pallone gonfiato, crea problemi. Poi Furio Colombo fece di tutto per farmi rientrare, ma le strade si erano divise».
Chi ha scelto come titolino L’amaca?
«Io. Volevo dare un senso di otium creativo, riflessivo, e di riposo attivo. In verità ho sempre lavorato come un asino, ho scritto non so quante migliaia di cartelle e continuo a lavorare come un asino».
Sei di quelli che si augurano di morire scrivendo al tavolo di lavoro?
«No, vorrei morire con le mani affondate nella terra. Vivere in campagna non è solo il verde, il silenzio, il vedere un cardellino o un cinghiale dalla finestra. È cambiare punto di vista su molte cose. Quando sento annunciatrici tv o graduati dell’Aeronautica assicurare garruli che ci aspetta una settimana di bel tempo vorrei urlare. Bel tempo per chi? Ci sono milioni di persone che pregano, bestemmiano, soffrono quando vedono un cielo senza nuvole e sono passati sei mesi dall’ultima vera pioggia».
Vorrei tornare al tuo ragionamento su governanti e governati.
«Se vuoi posso cambiarlo. Quando sento dire che non ci sono più buoni maestri, rispondo che sono i buoni allievi a non esserci più».
No, stiamo ai governanti-governati. In cosa sperare?
«Che cambino i governati. L’impulso di tutte le rivoluzioni è il cambiamento. Se hai fiducia nell’uomo questa è una speranza. Se no, siamo fottuti. Ma all’interno della nostra bottega dobbiamo tener vivo un dubbio: non tutti i cambiamenti si capiscono. Io a 40 anni mi sentivo contemporaneo, adesso un po’ meno».
Perché hai detto “la nostra bottega”?
«Perché anche tu sei un opinionista e chissà quante volte ti sei preso del moralista».
Muralista, semmai. Ho perso il conto.
Un chiarimento per il lettore. Questa è la prima battuta che ci concediamo. Ma dev’essere un’intervista seria. Anche dopo salame, coppa, tortelli con la coda, formaggi e q.b. di Gutturnio mosso. In genere, con Michele, finisce sempre in cabaret. O in mnemoniche lunghissime. Dai fratelli De Rege ad Ale & Franz sappiamo muoverci. Non ricordo da quanto ci conosciamo, una quarantina d’anni. Io lo chiamo Michelino perché non vuole saperne di crescere del tutto. Lui mi chiama Brontolo (zio Brontolo quando i figli erano piccoli). E ha più memoria. «Ci conosciamo dall’autunno del ’76. Su Telemilano 2, la tv del Pci, conducevo un programma calcistico, Sinistro al volo, in coppia con Ivan Della Mea. Il nostro inviato, Antonello Moravia Bislenghi, era David Riondino. E la guida al Totocalcio era curata da Umberto Simonetta. Tu sei intervenuto come ospite d’onore».
Un bel cast, a parte me.
«Forse un paio di volte abbiamo avuto fino a 300 spettatori».
Che rapporto hai col tuo pubblico attuale?
«Affettuosa consuetudine. In genere il lavoro o l’onestà degli intenti viene apprezzata. C’è indulgenza, quasi fossi un parente. Questo legame coi lettori è ancora più stretto da quando sul Venerdì curo le due pagine della posta, saranno quasi dieci anni. Mai pensato che il mio pubblico fosse composto da presidi comunisti in pensione, ma ogni volta che mi scrive un ventenne è come se suonassero le campane. La parola corsivista mi fa un po’ ridere. Corrisponde a un genere e a un carattere tipografico, e io non sono mai stato impaginato in corsivo. Meglio opinionista. A occhio, avrò già espresso ottomila opinioni e non puoi azzeccarle tutte».
Chiaro. E allora?
«Se stai sull’equivalente di un pulpito, devi farti delle domande. La prima è: sarò stato all’altezza? Valutando limiti e meriti, credo di essermela cavata. Se uno si espone, il lettore glielo riconosce. Dopo 25 anni, mi piacerebbe la definizione di “generoso Serra”, come il generoso Graziani del Toro. Ho un incubo ricorrente: con la maglia numero 9 dell’Inter sto uscendo sul campo di San Siro, e non da giovane, così come sono adesso. Sarò all’altezza? Non lo so, tutto s’interrompe prima del calcio d’inizio, io lì pallido e sudato. Del giudizio del lettore ho sempre paura ed è un bene, credo, come il trac dell’attore prima di uscire sul palcoscenico. Pare aiuti a recitare meglio. E non ho paura della mia paura: dentro ci sono il piacere del rischio e il senso di responsabilità».
Nel tuo studio c’è una foto di Kurt Vonnegut.
«È l’unico cui vorrei assomigliare, ma non posso. Taglia, taglia, via gli aggettivi, via gli avverbi, questo consigliava Vonnegut. Ma io sono irrimediabilmente legato agli aggettivi e agli avverbi. Infatti ho appena detto infatti e irrimediabilmente». Prende un libro. È l’edizione originale del Richiamo della foresta (ed. Mc Millan, New York, 1903). «È il libro a cui sono più affezionato. Me l’ha regalato Walter Bonatti, una delle persone più belle che potessi incontrare».
Programmi per l’immediato futuro?
«Continuare a leggere libri sugli animali e sulle piante e comprare un trattore».
(17 novembre 2017)