Il Venerdì

Landini: il primo anti-Renzi non si scorda mai (o quasi)

Maurizio Landini il 28 marzo 2015, durante una manifestazione nazionale della Fiom (Alessandro Di Meo/ Ansa) 
Presenza fissa in tv, solo due anni fa era considerato il leader della sinistra fuori dal Pd. Ora nei talk show non va più ma scala la Cgil. E a Bersani, Pisapia e soci dice che...
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ROMA. Entrando nella stanza di Maurizio Landini sembra passato un secolo. Un secolo dal 2015 in cui mezza Italia lo vedeva come l’anti-Renzi, quando era un divo dei talk e negli indici di gradimento si piazzava al terzo posto dietro Renzi e Salvini ma davanti a Grillo e Berlusconi. Oggi l’uomo in felpa Fiom, quello che Crozza inchiodava a un irresistibile vintage operaio, in tv non va quasi mai. Da luglio è segretario confederale della Cgil e punta al vertice del sindacato alla fine del mandato Camusso. Di Coalizione sociale, il rassemblement tra associazioni e personalità varie, da Emergency a Libera, da Rodotà a Scalzone, restano l’aspirazione di fondo («l’unità del mondo del lavoro») e un quadro di Vauro appeso alla parete: un Urlo di Munch dove spiccano i volti di Gino Strada e Fiorella Mannoia.

Ha il maglione blu alla Marchionne.
«Sì, ma io lo compro al mercato».

Si dice che sia diventato moderato per conquistare la Cgil.
«E io dico che quello che dicevo ai tempi di Coalizione sociale lo dicevo prima e lo dico anche oggi, pari pari».

Coalizione sociale ha fatto flop, però.
«Fallì anche perché abbiamo dovuto passare tutto il tempo a spiegare cos’era rispetto a quello che volevamo fare. Poi perché alcune associazioni si raffreddarono. E ci fu la furbizia di qualcuno che voleva farne un trampolino  politico».

Lo dicevano di lei.
«Io ho sempre ripetuto che non era un partito ma un modo per ricostruire l’unità del mondo del lavoro».

Sosteneva che il sindacato o cambiava o moriva.
«Sì, e lo dico anche ora. Solo che nella Cgil le cose si sono da un po’ di tempo rimesse in moto, c’è un processo di innovazione: dalla proposta di un nuovo Statuto dei lavoratori alla mobilitazione sui voucher. Tutte scelte che ho condiviso».

Però, ai tempi, Crozza le dava del vecchio operaista che non riconosce un precario perché senza tuta blu.
«Crozza è un genio e chi fa satira ha il compito di dissacrare. A me faceva ridere e fa ridere ancora».

Tipo Renzi?
«Ecco, lui si è un po’ montato la testa».

Ma all’inizio andavate d’accordo.
«Certo, poi è arrivato il 40 per cento alle Europee e le cose sono cambiate».

In molti sostenevano che il dialogo col premier fosse anti-Camusso.
«Perché non si guarda al merito. Quello che è successo è sotto gli occhi di tutti: ci sono un primo e un secondo Renzi, e il secondo è quello che ha messo la fiducia sul Jobs act e cancellato l’articolo 18. Non era più possibile il dialogo».

E lei diventa l’anti-Renzi dei talk show.
«Ma lo facevo da sindacalista, non da eventuale capo politico».

Negli indici di gradimento, due anni fa, andava alla grande.
«Io a quelle cose ci credo il giusto. Come ho sempre detto non ambivo a ruoli politici, non nel senso che mi si attribuiva. Poi va detto che il sindacato, ed è  bene che sia così, ha sempre avuto un ruolo politico, l’ambizione di promuovere un suo progetto di trasformazione sociale».

Le scappò lo scivolone sugli “onesti che non votano Pd”.
«Forse nel modo potevo essere più cauto, e lo dissi anche allora. Però faccio notare che il Pd (che mi attaccò scandalizzato) dovette pochi giorni dopo commissariare Roma per Mafia capitale…Sarà stata una frase maldestra, ma un problema c’era. Non è un caso se l’affluenza alle urne crolla. Le persone non si sentono rappresentate, questo è il vero tema da affrontare per la politica e per il sindacato. Noi stiamo cercando di farlo».

La preoccupa di più la bassa affluenza del 9 per cento o Casa Pound a Ostia?
«Sono due cose che sono la stessa cosa. Nemmeno i fenomeni politici più nuovi – Renzi, Grillo, Salvini – frenano l’astensione. E in questo vuoto di rappresentanza si infila chiunque».

A sinistra del Pd adesso ci sono D’Alema, Bersani, Pisapia, Grasso.
«È presto per dare un giudizio. Per rimettere al centro il lavoro non basta essere “a sinistra del Pd”. Che vuol dire? Non ci vuole molto, visto che il Pd non è più di sinistra. A me interessa capire se si intende promuovere una nuova cultura».

Quindi non vanno bene.
«Non dico questo, dico che il problema non è mettere assieme cose che già ci sono, ma innescare un processo nuovo. Bene che abbiano detto addio al Pd, anche troppo tardi se è per questo. Ora vediamo il merito».

Di Pisapia che pensa?
«È un amico, ha fatto bene il sindaco. Il suo limite è pensare che si possa applicare il modello Milano a tutta l’Italia. E non aver fatto i conti fino in fondo con il renzismo».

Le mancano i riflettori della tv, il successo mediatico?
«A me la tv interessava solo perché potevo portare avanti l’idea alla base di Coalizione sociale. Quando mi sono accorto che mi invitavano a prescindere, che più che le idee interessava il personaggio che mi stavano costruendo addosso, ho capito che qualcosa non andava».

Il massimalista inchiodato al Novecento di Crozza?
«Fosse così non avremmo firmato un contratto dei metalmeccanici con tante innovazioni. Dal diritto alla formazione permanente al Fondo sanitario integrativo fino al diritto delle RSU a negoziare orari di lavoro e  flessibilità. Se poi sono “vecchio” perché ho dei valori e dei principi, allora sono ben contento di esserlo».

La Cgil del futuro?
«Un sindacato come perno di un processo che deve rimettere al centro l’unità del lavoro che cambia. Tutto il lavoro, compreso quello autonomo».

A proposito di giovinezza, è vero che non è più del Milan ma della Reggiana?
«Eheh, sì e no. Tanto quest’anno vanno male tutti e due. Diciamo che col calcio ho un rapporto meno da tifoso. Sarà la vecchiaia oppure la maturità? Ci penserò».

(17 novembre 2017)