Juan Marsé: «La mia Barcellona ora è una borghese fuori di testa»
dal nostro inviato Marco CicalaLo scrittore catalano (in Italia sta uscendo il suo capolavoro) di questi tempi non ama parlare di politica. Oggi è in buona: «L’indipendenza? Una balla che si sono bevuti in tanti»
BARCELLONA. Il levriero porta una sfiziosa mantellina Burberry e col muso mi cerca la mano per ottenerne una carezza. Non sarò certo io a rifiutargliela. Come me, il padrone del cane è in attesa di un caffellatte ai tavoli di Las Delicias, il bar dove da sempre si raduna il popolo del Carmelo. In catalano: El Carmel. È uno dei quartieri alti di Barcellona. Ma “alto” solo nel senso che sta aggrappato a una collina, trecento metri sopra il livello del mare. Fino agli anni 70 era tra i quartieri più “bassi”. Uno slum. I charnegos, i “terroni” che migravano dall’Andalusia, dall’Estremadura, dalla Galizia, e che hanno fatto la ricchezza – umana oltre che economica – della Catalogna, vivevano in baracca. Se non si erano portati appresso la famiglia, gli uomini andavano ad ammucchiarsi in pensionacce infami. Il cane con cappottino sciscì non inganni: dove c’erano bidonville ci sono adesso dig…
BARCELLONA. Il levriero porta una sfiziosa mantellina Burberry e col muso mi cerca la mano per ottenerne una carezza. Non sarò certo io a rifiutargliela. Come me, il padrone del cane è in attesa di un caffellatte ai tavoli di Las Delicias, il bar dove da sempre si raduna il popolo del Carmelo. In catalano: El Carmel. È uno dei quartieri alti di Barcellona. Ma “alto” solo nel senso che sta aggrappato a una collina, trecento metri sopra il livello del mare. Fino agli anni 70 era tra i quartieri più “bassi”. Uno slum. I charnegos, i “terroni” che migravano dall’Andalusia, dall’Estremadura, dalla Galizia, e che hanno fatto la ricchezza – umana oltre che economica – della Catalogna, vivevano in baracca. Se non si erano portati appresso la famiglia, gli uomini andavano ad ammucchiarsi in pensionacce infami. Il cane con cappottino sciscì non inganni: dove c’erano bidonville ci sono adesso dignitose palazzine, ma il Carmelo – 40 mila abitanti – non si è infighettito.
È rimasto un posto ruspante, un barrio muy barrio. Anche qui dalle finestre si affaccia qualche estelada, la bandiera stellata di quella Catalogna che oggi si vorrebbe nazione. Però, salvo che tra i giovanissimi, in catalano senti parlare poco. O meno che altrove. Senti invece lo spagnolo dei vecchi lavoratori trapiantati o quello, più soffice, della nuova manodopera sudamericana. La Barcellona storica, i palazzi della politica dove a ottobre si è consumato lo strappo della dichiarazione unilaterale di indipendenza distano da quassù un’ora a piedi – riporta il navigatore. Sembrano più lontani. E ancora più lontana, una civiltà sepolta, è la Barcellona raccontata da Juan Marsé in tanti suoi libri. Città sgarrupata di suburbi infiniti in un dopoguerra civile che la dittatura franchista rese ancora più infinito. Città di «muchachos furiosos», scugnizzi scatenati che, quando non si fottevano la vita, venivano su sotto l’alto magistero del cinema americano, dei fumetti e dei romanzacci d’avventura comprati nei chioschi.
Anche se in Italia ce ne siamo accorti distrattamente, Marsé – barcellonese classe 1933 – è un romanziere grandissimo. Ho l’impressione che lo sarebbe stato perfino se avesse scritto soltanto questo Ultime sere con Teresa, ora tradotto da Bompiani mezzo secolo dopo la pubblicazione in patria. Il protagonista della storia – una tragicommedia di equivoci e amori senza domani – è tra i pochi personaggi davvero memorabili prodotti dalla letteratura spagnola del secondo Novecento. È entrato nell’immaginario, nel parlato quotidiano. Si chiama Manuel Reyes, ma per tutti è Pijoaparte, nomignolo intraducibile e che infatti nella sapiente versione italiana di Hado Lyria è rimasto intoccato. A rigore “pijo” significherebbe “fighetto”. Però Manolo è un fighetto “a parte”, cioè parecchio sui generis. È un charnego, un pischello di origini andaluse, un borgataro del Carmelo che vive rubando motociclette, ma frigge dalla voglia di conquistarsi un posto al sole nella classista società catalana di fine anni 50...
Continua sul Venerdì del 15 dicembre e su Rep
È rimasto un posto ruspante, un barrio muy barrio. Anche qui dalle finestre si affaccia qualche estelada, la bandiera stellata di quella Catalogna che oggi si vorrebbe nazione. Però, salvo che tra i giovanissimi, in catalano senti parlare poco. O meno che altrove. Senti invece lo spagnolo dei vecchi lavoratori trapiantati o quello, più soffice, della nuova manodopera sudamericana. La Barcellona storica, i palazzi della politica dove a ottobre si è consumato lo strappo della dichiarazione unilaterale di indipendenza distano da quassù un’ora a piedi – riporta il navigatore. Sembrano più lontani. E ancora più lontana, una civiltà sepolta, è la Barcellona raccontata da Juan Marsé in tanti suoi libri. Città sgarrupata di suburbi infiniti in un dopoguerra civile che la dittatura franchista rese ancora più infinito. Città di «muchachos furiosos», scugnizzi scatenati che, quando non si fottevano la vita, venivano su sotto l’alto magistero del cinema americano, dei fumetti e dei romanzacci d’avventura comprati nei chioschi.
Anche se in Italia ce ne siamo accorti distrattamente, Marsé – barcellonese classe 1933 – è un romanziere grandissimo. Ho l’impressione che lo sarebbe stato perfino se avesse scritto soltanto questo Ultime sere con Teresa, ora tradotto da Bompiani mezzo secolo dopo la pubblicazione in patria. Il protagonista della storia – una tragicommedia di equivoci e amori senza domani – è tra i pochi personaggi davvero memorabili prodotti dalla letteratura spagnola del secondo Novecento. È entrato nell’immaginario, nel parlato quotidiano. Si chiama Manuel Reyes, ma per tutti è Pijoaparte, nomignolo intraducibile e che infatti nella sapiente versione italiana di Hado Lyria è rimasto intoccato. A rigore “pijo” significherebbe “fighetto”. Però Manolo è un fighetto “a parte”, cioè parecchio sui generis. È un charnego, un pischello di origini andaluse, un borgataro del Carmelo che vive rubando motociclette, ma frigge dalla voglia di conquistarsi un posto al sole nella classista società catalana di fine anni 50...
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