Il Venerdì

Marco Cappato, il radicale della porta accanto

Marco Cappato (Nicola Marfisi/ Agf) 
Da piccolo mangiava pane e politica. Poi incontrò Pannella e i diritti civili. Dalla laurea in Bocconi alla legge sul biotestamento, intervista a un disobbediente tranquillo
 
4 minuti di lettura
MILANO. Folgorato vent’anni fa dall’incontro con Marco Pannella in una piazza di Monza mentre legava il motorino a un palo, Marco Cappato è oggi il volto più noto e belloccio dei radicali, o almeno di una parte,  visto che sull’eredità del patriarca scomparso è scoppiata una pessima lite, finita con una scissione di fatto. Tra una bega e l’altra, Marco il Giovane svetta calcando le orme del padre spirituale: disobbedienza come regola, antiproibizionismo come campo di azione, diritti civili come obiettivo. Il diritto a una morte dignitosa è, in particolare, la sua battaglia di questi anni. Aiutando le persone a morire, accompagnando i malati terminali in Svizzera, di scandalo in scandalo, d’intervista in intervista, è infine riuscito a farsi processare e a costringere il Parlamento – sempre riottoso a trattare faccende “che portano sfiga” o disturbano il Vaticano – a una legge attesa da trent’anni: il biotestamento.

Lontano dal cliché della scapigliatura radicale e nonostante la spericolatezza dell’azione politica, Cappato conduce tuttavia una tranquilla vita borghese: laurea in Bocconi, casa moderna di vetrate e parquet, la giovane moglie in abito bianco nelle foto del matrimonio, un cane baffuto di nome Luigi. Svago ideale? Cenare con gli amici. Romanzi preferiti? Amélie Nothomb e Paolo Cognetti (scoperto scorrendo sul giornale la classifica dei libri più venduti). Più quieto di così. A parte «qualche tiro di spinello», neanche fuma. L’ultimo che ha aiutato a morire è stato Fabiano Antoniani, 40 anni, tetraplegico e cieco. Cappato ha guidato per quasi sei ore l’auto fino in Svizzera, sicché è stato incriminato per avere aiutato dj Fabo a suicidarsi. «Agevolare, l’ho agevolato. Certo, non istigato». Strano processo, comunque, che la pm Tiziana Siciliano non voleva proprio istruire: aveva chiesto l’archiviazione. Ma il gip Luigi Gargiulo non è stato d’accordo. Ed è così che, nei giorni scorsi, abbiamo visto in tv la fidanzata di Fabo raccontare in aula lo strazio del suo amato, la madre piangere e Cappato illustrare, sotto interrogatorio, genesi ed esiti del viaggio.

Telecamere, interviste, il suo volto ovunque: ammetta che in questa vicenda c’è un tratto esibizionista.
 «È l’abc radicale: non c’è nonviolenza, e non c’è conoscenza, senza pubblicità. Avrei potuto aiutare Fabo in silenzio e in silenzio farmi processare. Ma non avremmo fatto un passo avanti. Il digiuno a casa propria è nobile, però è un martirio individuale privo di significato politico. E perché Fabo rende pubblica la sua storia? Vanagloria di un malato terminale?».

Al ritorno da questi viaggi, qualche dubbio le sarà venuto.
«No. So di avere fatto quello che dovevo. Non credo di subìre una pressione psicologica superiore a quella dei medici che hanno a che fare con la morte ogni giorno. Personalmente, non ne ho più terrore. Sa cosa disse Welby un attimo prima? “Sono un po’ nervoso, è la prima volta che muoio”. Il suo senso dell’umorismo è stata una lezione. E comunque il dopo non si spiega senza il prima: per Fabo la vita era una tortura, saperlo mi risparmia le recriminazioni. Anche se...».

Dica.
«Gli avevo dato la mia parola che in Svizzera sarebbe stato tranquillo. Era in pena per Carmen, la madre. Invece, dopo averci scovato, le troupe si erano piazzate davanti alla struttura. Ero nel panico».

I soliti giornalisti.
«Macché. Si sono allontanati appena gliel’ho chiesto».

Come si pianifica la morte?
«Si studia ogni dettaglio con il malato. Bisogna essere meticolosi. Valutare tempistica e rischi».

Non è che esagera?
«Le faccio un esempio. Fabo aveva paura del viaggio, temeva di soffrire. O che ci fermassero alla frontiera. Così gli avevo prospettato la possibilità di morire in Italia: sedazione e poi stop all’alimentazione e all’idratazione. Non una cosa banale. Poteva metterci giorni. Mi disse: “Con mia madre che sta lì a guardare? Col cazzo!” ».

Lei non crede in Dio, giusto? O invece sì?
«Non sono religioso, ma neanche penso che abbiamo capito tutto».

La Chiesa dice che togliete la speranza alla gente. Quanti le hanno chiesto di aiutarli a morire?
«Oltre 450. Non sono sempre malati terminali. Ci sono ventenni che mi scrivono: Marco, a me la vita non interessa».

Questo non la allarma?
«Ho una risposta standard, messa a punto con alcuni psichiatri, dove suggerisco con delicatezza il supporto medico».

Riceverà minacce.
«Qualche insulto. La scritta “Cappato in galera” a un capolinea del metrò. Un disturbato che mi tempesta di telefonate. Però ho vinto una causa contro Militia Christi. Avevano dato degli assassini a me e a Mario Riccio, l’anestesista del caso Welby. Mi devono ventimila euro. Ma pare che siano nullatenenti».

Ci sarà un viaggio a Natale?
«No».

I suoi ne saranno felici.
«Mio padre, un ingegnere che dirigeva un’azienda di ascensori, è stato per un po’ segretario del Partito repubblicano a Monza. Con l’ossessione delle regole: guai a non mettere il casco, a passare col rosso. Mia madre si era iscritta al Partito radicale al tempo della campagna “o lo scegli o lo sciogli”, ma non è mai stata un’attivista. Mio fratello raccoglieva le firme per i referendum di Segni... Voglio dire che ai nostri cenoni natalizi si finiva sempre a discutere di politica. Il mio impegno non ha sorpreso nessuno».  

Gli “altri” radicali, gli amici-nemici, come vivono le sue avventure?
  «La discussione dopo la morte di Pannella ha lasciato ferite profonde. Ma sul lavoro di quest’anno, il biotestamento, il metodo, ho riscontri positivi».

Invidie no?
«Non di grande rilevanza politica».
 
Di cosa vive Marco Cappato?
«Dello stipendio che mi dà l’associazione Luca Coscioni. Finanziata per il 60 per cento dalle iscrizioni e dalle donazioni e per il resto dal 5x1000. Vuole sapere quanto guadagno?».

Perché no.
«Duemila euro al mese. La casa era della nonna di mia moglie. E ho fatto l’europarlamentare per due mandati, il che mi ha consentito una certa libertà».  

Cambiando discorso, lei è a favore degli Ogm e si è infilato in una polemica un po’ brusca con  Coldiretti.
«Coldiretti cavalca un’istintiva avversione nei confronti della scienza. Tu puoi dire “il genoma delle piante è sacro”: è una posizione morale. Ma non puoi dire “se mangi un cibo Ogm ti ammali”, perché non è vero. La scienza ci fornisce le basi per discutere, il resto ha poco senso».

Molto illuminista.
«Non c’è niente di male».

Nuovi obiettivi dopo il biotestamento?
«Ci sono le firme per una legge di iniziativa popolare sull’eutanasia. Il nuovo Parlamento dovrà discuterne».
 
E dopo ancora?
«Lei sa che presto potremo modificare il nostro genoma, e quello di piante e e animali, e creare intelligenze artificiali straordinarie. Il rischio è che potentati economici e dittature decidano per tutti. Come associazione, ci sforzeremo di colmare il divario tra scienza e democrazia».

Un lavoro da niente.
«Qualcuno deve provarci».

(22 dicembre 2017)