LONDRA. Immaginate un thriller di spionaggio che comincia così. Un mattino di novembre di qualche anno fa un certo Sasha, ex agente del Kgb, emigrato nel Regno Unito, dove ha ottenuto la cittadinanza britannica e cominciato a collaborare con i servizi segreti di Sua Maestà, esce dalla sua casetta di Londra per andare a incontrare in un ristorante giapponese un italiano che indaga sui misteri della Russia post-comunista. L'italiano gli consegna una lista di «nemici» che il Cremlino vuole eliminare: il primo nome della lista è proprio il suo, ma lui non ci dà importanza. Tre ore dopo Sasha va a prendere un tè in un albergo accanto all'ambasciata americana, dove lo aspettano dei vecchi colleghi del tempo dell'Urss, anch'essi ex agenti del Kgb. Poi va a trovare un oligarca, un miliardario russo caduto in disgrazia a Mosca e rifugiatosi a Londra, anch'egli nella lista dei nemici del Cremlino da assassinare. Quindi si fa dare un passaggio a casa da un esule ceceno, un ex dirigente della lotta della piccola repubblica per l'indipendenza, un altro inviso a Mosca e nella lista dei bersagli da colpire.
La sera Sasha mangia un ottimo pollo preparatogli amorevolmente dalla moglie, spedisce un email a un ex dissidente dell'era sovietica e di colpo comincia a vomitare. Vomita tutta la notte, non è mai stato così male in vita sua. Ventun giorni dopo muore in ospedale. Causa del decesso: avvelenamento con il polonio radioattivo, una sostanza in possesso soltanto dei Paesi dotati di armi nucleari, di cui vengono ritrovate tracce nella tazza del tè che gli è stato servito nell'albergo di fianco all'ambasciata americana (i suoi colleghi avevano preferito bere vodka). Epilogo: il processo per individuare i responsabili dell'omicidio viene insabbiato per ordine del governo britannico, che cita l'esigenza di proteggere la propria «sicurezza nazionale». Più o meno allo stesso tempo, l'oligarca odiato dal Cremlino viene ritrovato morto, apparentemente suicida. L'esule ceceno, invece, è vivo. Ma non si fa più vedere tanto in giro.
Si può scommettere che parecchi editori firmerebbero subito un contratto all'autore di una trama simile; e forse qualche produttore hollywoodiano comprerebbe i diritti per farne un film. Ma questa storia non è un romanzo. È accaduta davvero. A dimostrazione che in Russia, talvolta, la realtà supera la fantasia. È una vicenda che i giornali, incluso il nostro, hanno già raccontato a puntate, in centinaia di articoli pubblicati nell'arco di sette anni. Adesso esce in Italia sotto forma di libro, arricchita da testimonianze sconosciute e nuove ricerche: non un'opera di narrativa, dunque, bensì una spy-story dettata dalla cronaca. Si intitola Londongrad. L'ultima spia e la firma Alan Cowell, a lungo corrispondente da Londra del New York Times, uno dei reporter più prestigiosi del grande quotidiano americano.
Si legge appunto come un giallo, anche se manca, alla fine, il nome dell'assassino: ma è una lacuna trascurabile, perché arrivati in fondo non si hanno più molti dubbi sull'identità degli esecutori materiali e dei mandanti dell'omicidio. Il protagonista è Aleksandr Litvinenko, chiamato con il diminutivo di Sasha dalla moglie, dagli amici e certamente anche da coloro che lo hanno ucciso. Accanto a lui tanti personaggi i cui nomi sono noti: Boris Berezovskij, l'oligarca prima potentissimo e ricchissimo nella Mosca di Eltsin, poi diventato povero e abbandonato da tutti nella sua nuova patria adottiva, l'Inghilterra; Roman Abramovich, il petroliere andato a vivere a Londra, dove si è comprato fra le altre cose il Chelsea Football Club, ma rimasto fedele al Cremlino e al presidente Putin, sfidando Berezovskij in un duello giudiziario a colpi di miliardi nella capitale britannica; Akhmed Zakhaev, l'ex leader della Cecenia separatista, fuggito a Londra, per non essere assassinato, dove è protetto dall'attrice Vanessa Redgrave forse più che dagli 007 di Downing street. E poi altri meno famosi, ma interessanti, come Mario Scaramella, il ricercatore italiano che lavorava per la controversa Commissione Mitrokhin; Oleg Gordievskij, l'agente del Kgb che faceva il doppio gioco durante la Guerra Fredda e ottenne asilo politico in Gran Bretagna; Andrej Lugovoj, l'ex agente del Kgb che offrì il tè a Litvinenko nel bar dell'Hotel Millennium di Londra, sospettato di essere il killer o almeno uno dei killer.
Litvinenko fu quasi certamente ucciso, nel novembre del 2006, perché sapeva troppo sugli affari che legano il petrolio al Cremlino, forse passando anche dalla guerra in Cecenia. Inizialmente il governo di Londra espulse quattro diplomatici russi come rappresaglia per la morte di un proprio cittadino, visto che Sasha aveva appena preso la nazionalità britannica, ma poi le indagini sono state spente dalla realpolitik: l'esigenza di mantenere rapporti economici con Mosca, oltre alla necessità di coprire le attività segrete svolte dallo stesso Litvinenko come collaboratore dello spionaggio del Regno Unito. In pratica, la vittima del primo assassinio della storia commesso con armi non convenzionali è stata sacrificata alla ragione di Stato. «In queste condizioni non posso condurre il processo» ha deliberato il giudice.
Londongrad è un libro che aiuta a capire la Russia d'oggi. E anche a capire Little Moscow, la Londra dei 250 mila immigrati russi, molti dei quali erroneamente convinti che nella Mosca-sul-Tamigi sarebbero stati al sicuro. Come si sentiva al sicuro Sasha Litvinenko. Che pure, per una di quelle coincidenze da romanzo, è stato veramente assassinato. Ed è verosimile che i suoi assassini non verranno mai alla luce, almeno fino a quando a Mosca non tornerà la glasnost.
(27 settembre 2013)
La sera Sasha mangia un ottimo pollo preparatogli amorevolmente dalla moglie, spedisce un email a un ex dissidente dell'era sovietica e di colpo comincia a vomitare. Vomita tutta la notte, non è mai stato così male in vita sua. Ventun giorni dopo muore in ospedale. Causa del decesso: avvelenamento con il polonio radioattivo, una sostanza in possesso soltanto dei Paesi dotati di armi nucleari, di cui vengono ritrovate tracce nella tazza del tè che gli è stato servito nell'albergo di fianco all'ambasciata americana (i suoi colleghi avevano preferito bere vodka). Epilogo: il processo per individuare i responsabili dell'omicidio viene insabbiato per ordine del governo britannico, che cita l'esigenza di proteggere la propria «sicurezza nazionale». Più o meno allo stesso tempo, l'oligarca odiato dal Cremlino viene ritrovato morto, apparentemente suicida. L'esule ceceno, invece, è vivo. Ma non si fa più vedere tanto in giro.
Si può scommettere che parecchi editori firmerebbero subito un contratto all'autore di una trama simile; e forse qualche produttore hollywoodiano comprerebbe i diritti per farne un film. Ma questa storia non è un romanzo. È accaduta davvero. A dimostrazione che in Russia, talvolta, la realtà supera la fantasia. È una vicenda che i giornali, incluso il nostro, hanno già raccontato a puntate, in centinaia di articoli pubblicati nell'arco di sette anni. Adesso esce in Italia sotto forma di libro, arricchita da testimonianze sconosciute e nuove ricerche: non un'opera di narrativa, dunque, bensì una spy-story dettata dalla cronaca. Si intitola Londongrad. L'ultima spia e la firma Alan Cowell, a lungo corrispondente da Londra del New York Times, uno dei reporter più prestigiosi del grande quotidiano americano.
Si legge appunto come un giallo, anche se manca, alla fine, il nome dell'assassino: ma è una lacuna trascurabile, perché arrivati in fondo non si hanno più molti dubbi sull'identità degli esecutori materiali e dei mandanti dell'omicidio. Il protagonista è Aleksandr Litvinenko, chiamato con il diminutivo di Sasha dalla moglie, dagli amici e certamente anche da coloro che lo hanno ucciso. Accanto a lui tanti personaggi i cui nomi sono noti: Boris Berezovskij, l'oligarca prima potentissimo e ricchissimo nella Mosca di Eltsin, poi diventato povero e abbandonato da tutti nella sua nuova patria adottiva, l'Inghilterra; Roman Abramovich, il petroliere andato a vivere a Londra, dove si è comprato fra le altre cose il Chelsea Football Club, ma rimasto fedele al Cremlino e al presidente Putin, sfidando Berezovskij in un duello giudiziario a colpi di miliardi nella capitale britannica; Akhmed Zakhaev, l'ex leader della Cecenia separatista, fuggito a Londra, per non essere assassinato, dove è protetto dall'attrice Vanessa Redgrave forse più che dagli 007 di Downing street. E poi altri meno famosi, ma interessanti, come Mario Scaramella, il ricercatore italiano che lavorava per la controversa Commissione Mitrokhin; Oleg Gordievskij, l'agente del Kgb che faceva il doppio gioco durante la Guerra Fredda e ottenne asilo politico in Gran Bretagna; Andrej Lugovoj, l'ex agente del Kgb che offrì il tè a Litvinenko nel bar dell'Hotel Millennium di Londra, sospettato di essere il killer o almeno uno dei killer.
Litvinenko fu quasi certamente ucciso, nel novembre del 2006, perché sapeva troppo sugli affari che legano il petrolio al Cremlino, forse passando anche dalla guerra in Cecenia. Inizialmente il governo di Londra espulse quattro diplomatici russi come rappresaglia per la morte di un proprio cittadino, visto che Sasha aveva appena preso la nazionalità britannica, ma poi le indagini sono state spente dalla realpolitik: l'esigenza di mantenere rapporti economici con Mosca, oltre alla necessità di coprire le attività segrete svolte dallo stesso Litvinenko come collaboratore dello spionaggio del Regno Unito. In pratica, la vittima del primo assassinio della storia commesso con armi non convenzionali è stata sacrificata alla ragione di Stato. «In queste condizioni non posso condurre il processo» ha deliberato il giudice.
Londongrad è un libro che aiuta a capire la Russia d'oggi. E anche a capire Little Moscow, la Londra dei 250 mila immigrati russi, molti dei quali erroneamente convinti che nella Mosca-sul-Tamigi sarebbero stati al sicuro. Come si sentiva al sicuro Sasha Litvinenko. Che pure, per una di quelle coincidenze da romanzo, è stato veramente assassinato. Ed è verosimile che i suoi assassini non verranno mai alla luce, almeno fino a quando a Mosca non tornerà la glasnost.
(27 settembre 2013)