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Enzensberger racconta: così Günter Grass sfrattò gli hippie

Hans Magnus Enzensberger alla fine degli anni Sessanta (Getty Images) 
Squatter, fricchettoni, bombaroli. Nella Berlino del ‘67 poteva succedere di tutto. Anche che un futuro Nobel sgomberasse una comune. La storia nel nuovo libro "Tumulto"
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La scena culminante è congetturale. Magari ci si aiuta con le foto del tempo, e altri dettagli. C’era una volta, e tanto tempo fa, Ein Märchen aus alten Zeiten. E scruti nella palla di vetro, all’incontrario. Auruspicare il passato, rimestare nel torbido. 6 aprile, 1967: bisogna provare a immaginarselo, Günter Grass negli anni Sessanta, il baffo nero, la zazzera spettinata, l’occhio torvo e il vocione che abbaia, «fuori, Raus!»; bisogna sforzarsi di figurarselo nei panni del buttafuori, dell’ufficiale giudiziario, dello sfrattatore. Colpi secchi al portone, e pugni e calci, e gli hippie costretti a sloggiare: «fuori, Raus!». 

Allora, Grass aveva appena pubblicato Anestesia locale e prendeva le misure alla rivolta giovanile, sbeffeggiandola. A due metri da casa sua, la Ur-comune berlinese, la Kommune 1. Una banda di svitati, singolarissima. Peace & Love (o meglio: Frei Liebe für Alle) e tutto il repertorio …
La scena culminante è congetturale. Magari ci si aiuta con le foto del tempo, e altri dettagli. C’era una volta, e tanto tempo fa, Ein Märchen aus alten Zeiten. E scruti nella palla di vetro, all’incontrario. Auruspicare il passato, rimestare nel torbido. 6 aprile, 1967: bisogna provare a immaginarselo, Günter Grass negli anni Sessanta, il baffo nero, la zazzera spettinata, l’occhio torvo e il vocione che abbaia, «fuori, Raus!»; bisogna sforzarsi di figurarselo nei panni del buttafuori, dell’ufficiale giudiziario, dello sfrattatore. Colpi secchi al portone, e pugni e calci, e gli hippie costretti a sloggiare: «fuori, Raus!». 

Allora, Grass aveva appena pubblicato Anestesia locale e prendeva le misure alla rivolta giovanile, sbeffeggiandola. A due metri da casa sua, la Ur-comune berlinese, la Kommune 1. Una banda di svitati, singolarissima. Peace & Love (o meglio: Frei Liebe für Alle) e tutto il repertorio del tempo, e la paccottiglia. Un nuovo modello di vita quotidiana, l’uscita dalla famiglia intesa come prima cellula dello Stato borghese, la ricerca di nuove armonie e disarmonie amorose, un’altra politica (Das Private ist politisch, eccetera). Berlino-Friedenau: erano accampati lì, i proto-squatter. Persone «appassionatamente interessate a se stesse», ma per cambiare il mondo, farlo ruotare sul suo asse: Rivoluzione! Indizi, trascurabili reperti, immagini… iconiche. Pesca di frodo nella rete: facilissimo. Riemergono dal passato figure quasi ovvie, certo già viste. Un gruppo di ragazzi e ragazze nudi, faccia a un muro. Sempre loro, seduti a tavolino per la prima colazione: latte e canne. E tutti insieme sul letto… appassionatamente. La celebre Kommune 1, la Ur-comune.

Conviene provare a riavvolgere il nastro. Erano gli anni del tumulto, dice Hans Magnus Enzesberger, e naturalmente, aggiunge, «io non c’ero». Tipico suo: stava «sempre da un’altra parte», sempre altrove. Tumult, tumulto. C’è sempre un libro dentro ogni libro, e un sottotesto. In questa sua quasi autobiografia (più scettica che sincera, più ironica che convinta, tutto sommato), Enzensberger si racconta e non si racconta, tipico suo, ma la è la storia nascosta a sorprendere e appassionare, a lasciare il segno. Ecco, in Tumulto (Einaudi, pp. 240, euro, 19, traduzione di Daniela Idra) c’è anche l’epopea di una tragicommedia… immobiliare.

Niedstrasse, Berlino-Friedenau: la chiamano Die Strasse der dichter, la strada dei poeti, degli scrittori. Di fatto, vivevano tutti lì, chi più chi meno. C’aveva abitato anche Erich Kästner prima di trasferirsi a Monaco, dopo la guerra. Adesso, c’erano loro, gli enfant terribles: Hans Magnus Enzensberger, Günter Grass, Uwe Johnson (Max Frisch sarebbe arrivato qualche anno più tardi). Il meglio della letteratura tedesca, a conti fatti. Grass ci s’era trasferito da poco; aveva comprato questa casa in clinker tutta da ristrutturare, mezza sfasciata (lo racconta in Camera oscura, in terza persona: «se l’è presa a prezzo stracciato perché subito dopo la costruzione del muro il valore dei terreni era sceso in cantina… »). Gli altri stavano lì, a un tiro di schioppo. Johnson aveva lo studio al civico accanto. Enzensberger pure viveva lì, sempre a due metri. 
Ma erano anni stranissimi, di grandi viaggi e confuse speranze, comunque in tumulto. Il pubblico e il privato: sempre intrecciati; l’amore e la politica: saldati.

A Berlino Friedenau era iniziato il fuggi fuggi, segno dei tempi. A parte Grass, rintanato nel sottotetto a disegnare «suore grasse e spaventapasseri», o chiuso nello studio a scrivere di politica e illusioni, e a prendersela con gli illusi, e gli illusionisti, gli altri s’erano dati alla macchia, poco ma vero. Johnson aveva traslocato a New York, armi e bagagli. Enzensberger, fedele alla sua divisa («sempre da un’altra parte, sempre altrove») vagava tra l’Italia e gli States, e sognava Cuba. Così ci pensano loro, gli scombinati. Nasce la Ur-comune, a Friedenau. Lo slogan («uscire dalla famiglia!») l’avevano lanciato Dieter Kunzelman e Rudi Dutschke (ma lui poi s’era tenuto alla larga, restando a casa); il nome – Kommune 1 – l’aveva scelto lo stesso Dutchscke, pensando a Parigi («alle mie orecchie aveva un che di presuntuoso» scrive Enzensberger); i volontari – più o meno una decina – erano pronti. Tra loro il fratello di Enzensberger, Ulrich, l’ex moglie di Hans Magnus che adesso stava proprio col cognato, e Volker Gebbert e Fritz Teufel e Hans-Joachim Hameister e Dieter Kunzelman. Mancava solo una base, ma che ci voleva? Nel febbraio ’67 i neo-comunardi si installano nello studio di Uwe Johnson, e comincia la festa. Frei Liebe fur Alle e azioni dimostrative, trovate situazioniste, esperimenti (Enzensberger li incontra di sfuggita, e inorridisce: «mi dissero tutti seri. Partecipa anche tu! La Comune è la soluzione. Niente poteva essere più lontano da me…»). Fosse o no la soluzione, comunque una novità, faceva effetto. (Enzensberger rincara la dose: «solo i media erano entusiasti. Alla stampa la Kommune 1 offrì per anni titoloni e tirature crescenti»). 


Il patatrac capita ai primi di aprile, ci vuole un attimo. Enzensberger racconta come andò, non senza sarcasmo. Il senato berlinese aspettava la visita del vicepresidente americano Hubert Horatio Humprhey («un nome che ricordava il protagonista del romanzo di Nabokov, Lolita») ma «anche la Kommune 1 voleva fargli una visita di cortesia». Conciliaboli e frenetiche riunioni, in Niedstrasse. Kunzelman propose un attentato con i fumogeni: bocciato. Qualcosa però si decise di tentare lo stesso, figuarsi (e figurarsi se non «era presente anche il solito informatore della polizia»). Com’è, come non è, il 4 aprile la polizia politica arresta 11 studenti (tra loro Fritz Teufel e il fratello Enzensberger, il giovane Ulrich). La stampa soffia sul fuoco, capita spesso. Si scrive del sequestro di «prodotti chimici altamente esplosivi», di «bombe Mao». Niente di più lontano dal vero, chiosa Enzesberger: «nei sacchetti sequestrati c’era, oltre a farina e colorante, solo una polvere per prepare il budino che è entrata nella leggenda». Ma ormai la frittata era fatta, altro che budino.

Due giorni dopo, ne parla persino il New York Times e sono guai. La «zia» Times (così lo definisce Uwe Johnson negli Jahrestage) stavolta ci va giù pesante: «11 seized in Berlin in a reported plot to kill Humphrey». E scrive proprio to kill, e a Johnson prende un mezz’accidente, non si capacita. Lui lontano ad Amsterdam Avenue e che ti combinano quei matti, lì a casa sua? Una telefonata transoceanica e siamo all’azione culminante, al Grande Sfratto. Enzensberger non entra in dettagli, ci lascia sognare: «Uwe Johnson era allarmato e pregò Günter Grass di sgomberare il suo appartamento dai miei ex-ospiti, il signor Ulrich Enzensberger, la signora Dagrun Enzensberger e da tutte le altre persone che vi soggiornano. Il che avvenne….».
Il che avvenne: telegrafico, allusivo, reticente. La scena madre: possiamo soltanto immaginarla, congetturare. 

Però figuratevi Grass, «il revisionista»; non aspettava altro, probabilmente. Nel Diario di una lumaca non le manda mica a dire, regola i conti: «con Dutschke alla testa, la protesta studentesca correva in fitti cordoni, eroica e bella contro di noi, gli squallidi revisionisti. Assuefatti al baccano, noi siedevamo al margine». Ma starsene fermo lì, mica da lui. D’accordo, «intercettare e deviare l’onda della protesta», precisare i concetti, elogiare la malinconia del passo di lumaca del progresso, della lentezza. Però, anche darsi da fare, strepitare. E sbatterli fuori di lì, a calci nel culo. «Il che avvenne…». Grass l’angelo sfrattatore, il guastafeste. Deve essere stato uno spasso, e una baraonda. Quanto ai comunardi, non era finita lì, ma è un’altra storia. Traslocheranno a Moabit, in Stephenstrasse. Due mesi dopo, la visita dello Scià, in pompa magna. La polizia uccide uno studente, Benno Ohnesorg. Iniziano gli anni dell’odio; si gira pagina.

(17 giugno 2016)