Il Venerdì

Gérard Depardieu: selvaggio e crudele, questo è un artista

Gerard Dépardieu (Patrick Aventurier / Getty Images) 
Il cinema. Ma anche la politica, il cibo, l’alcol, i suoi amori, i figli... Insomma, tutto ciò che lo tiene in vita. Il grande attore si racconta spudoratamente nel libro "Innocente". Eccone un'anticipazione
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l giovane Pierre Niney che riceve il Premio César come migliore attore per la sua interpretazione di Yves Saint Laurent ringrazia la «comprensione profonda» della giuria, «questa comprensione tanto importante per recitare», questa «comprensione necessaria».

Da quando in qua il cinema deve essere comprensivo? Il cinema non è comprensivo, soprattutto il cinema non deve essere comprensivo. Il cinema è pericoli, è provocazioni, è dinamite, è pietre bollenti per giocolieri. L’arte, quella vera, qualunque essa sia, è sempre stata tutto tranne che comprensiva. Per essere utile, l’arte deve essere pericolosa. Come l’arte di quel giovane funambolo che da ragazzo ho visto schiantarsi al suolo davanti agli occhi del padre in place Voltaire a Châteauroux. Gli artisti sono tutti gente del circo. E la loro arte è un percorso, un percorso che inizia da una riflessione indispensabile, perché si sa che con tutte le cose che si hanno da esprimere si dovrà, da soli, prendersi dei rischi di cui saremo gli unici responsabili. E se questo approccio deve essere umanamente intelligente, la comprensione non è la prima delle preoccupazioni. La vera motivazione è invece prima di tutto la verità. Il cinema deve essere vero, cioè pericoloso. I grandissimi attori sono tutto tranne che persone comprensive. Io non credo nemmeno a quella che si chiama la sensibilità dell’attore. Quando gli attori sono veri artisti, sono selvaggi, crudeli, il loro modo di arrivare alle cose è doloroso e violento.

Ed è così anche per i registi. Quando penso a Michelangelo Antonioni, quando penso a Marco Ferreri, a Jean-Luc Godard, a Bertrand Blier, non è proprio la comprensione la prima parola che mi viene in mente. Sono persone fuori dal comune, non per forza simpatici, e piacere o essere gentili non era esattamente la cosa che più gli interessava. Chabrol, con le sue magnifiche qualità umane, dissezionava gli ambienti borghesi, le loro nevrosi, le loro perversioni. Non avrebbe mai potuto farlo con la stessa lucidità se avesse avuto uno sguardo comprensivo sui suoi contemporanei. E Buñuel, se avesse voluto apparire educato e perbene non avrebbe potuto descriverci la società e la religione come ha fatto. (...) E lo stesso vale per i grandi registi italiani, Vittorio De Sica, Dino Risi, Mario Monicelli, Luigi Comencini o Bernardo Bertolucci. Mostravano quello che avevano davanti agli occhi e che molti, accecati dai buoni sentimenti, non potevano vedere.

Oggi è diventato molto più difficile essere al centro di un’epoca, come ci sono riusciti loro. Non perché ci sia meno talento, ma perché l’epoca è diversa. La società è cambiata. Oggi tutto cambia a una tale velocità che è diventato estremamente difficile per il cinema cogliere e rivelare la realtà. Una realtà che supera la fantasia, sia quella più lucida che quella più tragica. Tuttavia niente è perduto. Ci sono ancora autori e registi che hanno, nonostante tutto, una visione abbastanza forte, in grado di cogliere questa realtà. Penso per esempio a Abderrahmane Sissako. In Timbuktu ci racconta in modo semplice la storia di un paese ai nostri giorni in Mauritania. Ci mostra una verità. Anche Jafar Panahi fa qualcosa di simile in Taxi Teheran, raccontandoci l’Iran di oggi. Sulla stessa scia Jacques Audiard. Dheepan, una nuova vita mostra il destino di un migrante, e lo ha fatto qualche mese prima che il dramma dei rifugiati diventasse un soggetto scottante. Questo fanno da sempre i grandi autori di cinema. Testimoniano il mondo. Con semplicità, forza, emozione e un’immensa lucidità.

Se la società è cambiata, anche il cinema si è trasformato. Certo, nel cinema c’è sempre stata una promozione commerciale, ma per molto tempo i poeti e gli artisti si trovavano di fronte delle persone con le quali poter parlare, con le quali mettere in piedi dei progetti. (...). Oggi il potere ce l’ha la televisione. E quando un poeta si trova davanti un «decisionista», non è facile vincere la partita. È gente che costruisce prima di tutto modelli, budget, programmazioni. Il loro mestiere non consiste nell’incoraggiare i poeti ma nel costruire prodotti per i loro canali. Gestire il contenitore e il contenuto, come diceva Jean-Marie Messier. Dividono i progetti di film in tre categorie: ciò che può essere trasmesso in prima serata, incolore e indolore; ciò che al limite può essere trasmesso a mezzanotte e ciò che non può essere trasmesso in televisione. E ciò che non può essere trasmesso è censurato fin dall’inizio. Censurato perché non segue la tendenza. Come nei Paesi comunisti durante la guerra fredda. I progetti approvati da questi canali danno spesso come risultato dei bruttissimi film, perché, se vogliono lavorare, gli autori sono costretti ad allinearsi, a rispettare questa censura. Ci sono sempre più film commissionati, quindi ci sono sempre meno registi e autori. (...)

In tv mi piacciono le serie televisive. Le serie televisive funzionano davvero, perché sono fin dall’origine un prodotto televisivo. È qualcosa che è nato con la tv e che c’è sempre stato. È un po’ l’equivalente dei grandi romanzi d’appendice della fine del XIX secolo, quelli di Alexandre Dumas, di Eugène Sue, di Ponson du Terrail. Era un genere a parte, diverso dal romanzo propriamente detto, era scritto per i giornali e gli autori venivano pagati a riga. (...)

Con queste serie, i canali televisivi hanno veramente l’opportunità di essere una finestra aperta sul mondo di oggi, di essere i testimoni di una società, di esprimere un’identità culturale. Qualche anno fa con Josée Dayan, Étienne Mougeotte, Jean-Luc Lagardère, Jean-Pierre Guérin e altri ho lavorato con la televisione per adattare Dumas, Balzac, Hugo, per raccontare Napoleone. Questi progetti mi hanno richiesto un’energia folle, perché si doveva prima di tutto contrattare con persone che pensavano soprattutto in termini di profitto. A Cannes, al Mip Tv, ho incontrato i dirigenti dei canali televisivi di tutto il mondo e ho preso degli accordi con loro. Il Conte di Montecristo è stato comprato quasi ovunque, negli Stati Uniti, sui canali Bravo e Abc ha avuto un’audience da record. (...)

Per Napoleone sono riuscito a trovare quattro miliardi di lire dalla televisione italiana. Sono tornato in Ungheria, dove avevo girato Cirano, ho incontrato il ministro della Difesa e Viktor Orbán, che era ancora frequentabile, prima che costruisse dei muri per impedire ai migranti di entrare. Amava tantissimo il calcio e per ingraziarmelo gli portai la maglietta di Zidane. Ho dovuto parlare varie volte con lui e con tutte le autorità per avere i permessi di girare nei campi d’addestramento della Nato. Per più di un mese hanno messo a nostra disposizione 1.200 soldati e 250 soldati di cavalleria. Siamo così riusciti a ricostruire cinque delle grandi battaglie di Napoleone. Grazie a questi film è arrivata al mondo intero qualcosa dell’identità francese e ne sono molto felice. (...)

Il lato positivo delle trasformazioni della televisione e del cinema è proprio questa possibilità offerta dalla mondializzazione di potere condividere col mondo intero un’identità culturale. È una formidabile apertura sul mondo. Un modo per ogni Paese di esistere ovunque. E inoltre è necessario che questi Paesi incoraggino i loro cineasti a esprimersi, a testimoniare la loro cultura, la loro società. È indispensabile, è la vera ragione d’essere di tutte le immagini che dilagano ovunque. Ma perché ciò possa continuare a verificarsi, è veramente necessario combattere all’interno delle cinematografie nazionali per dare spazio ai propri cineasti, apprezzarli invece di lasciarsi invadere dai prodotti formattati mondializzati.

Il 97 percento dei film diffusi oggi nel mondo sono in inglese. Ci sono dieci star mondiali e sono tutte americane. Davanti ai loro film con effetti speciali che li fanno somigliare più a dei giochi che al cinema, il resto del mondo fa fatica a esistere. Spesso sanno unire con abilità propaganda e cinema, facendo prevalere la loro visione delle cose rispetto alla verità. (...). Prima di conoscerlo, François Truffaut mi sembrava un piccolo borghese. Facevo un po’ fatica con alcuni dei suoi film perché sapevo poco di cinema. Poi ho visto Il ragazzo selvaggio e allora mi sono detto ma guarda... e poi quando l’ho conosciuto ho capito. Era esattamente l’opposto di quello che mi ero immaginato. Era pieno di vita, di avventure, con storie d’amore pazzesche, che più tardi Chabrol mi ha confermato. Sapeva circondare tutto di eleganza e di una vera discrezione, ma in fondo è sempre rimasto il ragazzo di strada che era stato. Aveva un grande intuito per il genere umano, le cose e le persone, e questa verità è nel suo cinema. (...). Quello che invece oggi ci uccide è l’ignoranza. I nuovi mecenati mancano in maniera profonda di curiosità, di generosità, di cultura. Dopo avere guadagnato molti soldi rubando l’anima a tante persone, hanno perso la loro e vogliono comprarsene una nuova. Ne hanno i mezzi, certo, ma non è con i quattrini che ci si può comprare un’anima. Potranno regalarsi prestigiose attività di vendita o costruire artificialmente artisti che non valgono niente, il tempo renderà giustizia. Di fronte agli artisti gli innocenti sono sempre a mani vuote.

Mi piace acquistare delle opere d’arte, ma non sono affatto un collezionista. Non preferisco un movimento artistico in particolare, ho solo dei colpi di fulmine uno dopo l’altro che non riesco nemmeno a spiegare. E del resto perché volerli spiegare? Non cercherò di spiegare cosa sono i quadri di Odilon Redon e perché mi colpiscono. O le sanguigne di Rodin, i mobili di Calder, le sculture di Germaine Richier. Non sono Godard.

Tengo i miei quadri vicino a me, non li attacco mai ai muri per non rinchiuderli in uno spazio, per lasciarli liberi, liberi di esprimere tutto quello che possono esprimere. Li ammucchio e ogni tanto ne tiro fuori uno, uno che chiede di uscire, gli trovo un posto tutto suo e poi, quando se ne vuole di nuovo andare, lo rimetto con gli altri. Da alcuni mi sono separato, so che sono tutti di passaggio, è tutto molto libero, molto allegro. Mi piace averli per la fortuna di vivere un momento accanto a qualcosa che parla alle nostre parti più belle. Non c’è nulla di calcolato, nulla di premeditato, non lo faccio per i soldi. Non c’è niente di più triste delle persone che agiscono per calcolo. Come quegli sceneggiatori che prevedono l’effetto di quello che scrivono. O gli scrittori che scrivono in funzione del gusto alla moda, di quello che la gente ha voglia di comprare.

Tra gli scrittori ce n’è però uno che metto da parte, è Michel Houellebecq. Mi piacciono molto i suoi romanzi, perché sono lo specchio esatto della nostra società. Descrive soltanto ciò che fa parte della nostra epoca. Non fa nessuna provocazione gratuita, ma ha una straordinaria lucidità intelligente. È senza finzioni. È formidabile. Houellebecq è un dandy, un personaggio scomodo, in un certo senso anche Beethoven era un personaggio scomodo. Lui non vuole piacere a tutti i costi, e nemmeno non piacere. Fa il suo lavoro. È un artista, uno che non fa parte dei comprensivi. Un essere umano a parte. Così com’era Marguerite Duras, che ho amato tanto, una donna che è riuscita a far parlare il silenzio. Molti di quelli che ci vengono presentati come scrittori straordinari non hanno una carnalità. Marguerite invece aveva una carnalità, una carnalità incredibile, inquieta. Era legata alla terra, molto più immediata e manipolatrice di coloro che l’adulavano. Anche lei era terribile, come poteva esserlo Picasso. O Simenon. Come tutti i grandi, i veri poeti sono terribili. (...)

È vero che con persone come Truffaut, Pialat, Bertolucci, Monicelli, ho conosciuto un’altra epoca. Quando la vivevo, non me ne rendevo conto, non mi piaceva in maniera particolare, ma adesso capisco quanto poteva essere interessante. Da molti punti di vista il cinema era ancora un’arte minore, con tutta la spensieratezza che questo comporta. Non c’era ancora il potere onnipresente dei soldi e del profitto, cercavamo semplicemente di essere più onesti possibile.

So che non si dovrebbe parlare così del cinema. Dopotutto il cinema è il cinema, e ciò che conta per me sono solo l’emozione e le persone. Non sto dicendo che non mi piace la gente del cinema. Sarebbe come se dicessi che non mi piace qualcuno perché è musulmano o ebreo. Le persone non sono solo musulmane o solo ebree, sono anche altro. Se uno ha la testa a posto, non ti parla solo di religione, non ti impone un’opinione o un modo di pensare. Purtroppo però il cinema, e tutto quello che ci gira intorno, il mercato, i media, l’industria, tutte queste belle menti ti obbligano spesso a vedere le cose a modo loro, oppure a tagliare la corda. È difficile parlarci, a volte non c’è neanche la possibilità di avere una conversazione.

Guardando la cerimonia dei César, sentendo i fetori di «comprensione» e di ipocrisia che esalavano, mi dicevo che oggi un artista dev’essere veramente tosto per sopravvivere a tutto questo. O veramente innocente. Ci sono ancora delle persone oneste, pure, della gente di talento, ma oggi devono lottare per non essere soffocate. Gli si fa subito paura. (...). Ho pranzato spesso con Fellini e Marcello Mastroianni. Fellini aveva dei grossi problemi con i finanziatori, che combattevano ferocemente sulla divisione dei diritti, e questo gli impediva di andare avanti. Mi diceva: «Morirò, sono pronto per fare il film e non lo posso fare». Eppure Fellini guidava meglio di chiunque altro il cinema in ciò che il cinema deve essere. Oltre ogni riflessione culturale, politica o sociale, ti spronava a non dimenticare la tua infanzia, la tua innocenza. Era un uomo di settant’anni capace di farti rivivere delle emozioni di quando ne avevi sei. Pensava solo a questo, ritornare ai sogni dell’infanzia, alla loro bellezza, e anche alla loro crudeltà. Non voleva rimettere la terra in equilibrio, no, non voleva essere comprensivo, sentiva come missione quella di riportarti ai rapporti che avevi tu, bambino, con il cosmo. Il cinema è anche questo.

(9 settembre 2016)