Il Venerdì

La ritirata di Russia in moto e sidecar

Sylvain  Tesson in moto con il compagno di viaggio Cédric Gras in sidecar (Thomas Goisque) 
La disfatta contro lo zar fu per Napoleone l'inizio della fine. Uno scrittore stravagante ne ha ripercorso le tappe su due ruote. Tutto d'inverno. Tra vodka,  goliardia e ricordi. Molto splatter
5 minuti di lettura
Distese innevate da cui sbocciano strani fiori a forma di naso, di orecchio, di mano, di testicolo. Uomini che dormono dentro la pancia di un cavallo. Soldati che marciano vestiti di merletti, arazzi, stole di zibellino, tappeti di Bukhara, sottane da donna sopra l'uniforme. Diresti una pittura surrealista. E invece andò proprio così nei giorni più truci della ritirata di Russia. Quando, se non le aveva già spiccate via una sciabolata, il gelo staccava le propaggini dal corpo con naturalezza assurda. Quando si cercava rifugio termico nel ventre appena squarciato dei cavalli. Quando gli abiti, le tappezzerie, i tessuti razziati dalla Grande Armée nei palazzi di Mosca vennero riutilizzati per difendersi dall'inverno e trasformarono il migliore esercito del mondo in una massa grottesca. Dalla macellazione dei feriti agli atti di cannibalismo, la fiera delle atrocità ha alimentato la leggenda splatter della disfatta napoleonica. Ma in Beresina (Sellerio) non si indugia più di tanto sui dettagli macabri. Un po' perché il pudore è sempre cosa buona e giusta; e un po' perché – per quanto sbarazzino – l'autore del libro è un francese visibilmente fier de l'être: rigirare il coltello nella madre di tutte le débâcle nazionali sarebbe stato davvero troppo.

Classe 1972, Sylvain Tesson è uno scrittore globetrotter e un viaggiatore estremo. Ha fatto il giro del mondo in bicicletta, ha attraversato l'Himalaya a piedi e le steppe centroasiatiche a cavallo. È rimasto dieci giorni senza bere nel deserto del Gobi e per sei mesi ha vissuto da eremita in una capanna siberiana sul lago Baikal. L'idea di Beresina gli è venuta quattro anni fa. Ricorreva il 200° anniversario della campagna di Russia e lui decise di ripercorrere il tragitto di Bonaparte in fuga, ossia i quattromila chilometri che separano Mosca da Parigi. Tutto in moto, una Ural di fabbricazione russa con immancabile sidecar. E tutto ovviamente d'inverno. In resta il tricolore con su scritto a lettere d'oro: Guardia Imperiale. L'Imperatore dei francesi al primo reggimento di cavalleria leggera, squadrone dei lancieri. Non solo. Appena si libera dal casco, Tesson infila il bicorno e la gente lo guarda come merita di essere guardato uno che oggi va in giro col cappello di Napoleone.

Borodino, Vjaz'ma, Smolensk, la Beresina, fiume di sangue... Tra innocenti carnevalate, litrozzi di vodka, feticismi motociclistici e freddure a 20 gradi sotto zero, il viaggio parte su toni goliardici che irritano quel tot. Però presto si dà una regolata, se non altro perché, in fondo, è la rievocazione di un'ecatombe da un milione di morti. Non per niente la parola Beresina è entrata nel vocabolario francese a sinonimo di disastro, l'equivalente della nostra Caporetto.«Uccidere un russo non basta. Bisogna anche spingerlo per farlo cadere». Entrando a Mosca a metà settembre 1812, Napoleone si rese improvvisamente conto che quello non era solo un modo di dire. La città era stata evacuata e lo zar Alessandro aveva impartito al governatore Rostopcin l'ordine neroniano di incendiarla. Incenerire la capitale pur di non darla vinta al nemico? «Ma sono degli Sciti!» esclama l'Imperatore. Il riferimento è alla popolazione iranica di cui Erodoto racconta che avrebbe resistito ai persiani di Dario fregandosene di tutto e facendo terra bruciata. Ecco: la tattica della terre brûlée.

Nel maxi-rogo di Mosca, al quale egli stesso scampa per il rotto della cuffia, Bonaparte realizza in che accidenti di guaio è andato a cacciarsi. I trionfi di Austerlitz, Wagram, Jena sono lontanissimi. In Russia la guerra è tutt'altra. Asimmetrica. Non tanto per la disparità delle forze in campo, che grosso modo si equivalgono: l'asimmetria è mentale. Riguarda il modo di considerare l'autorità, la patria, la vita e la morte: «Davanti al cielo color sangue e ai palazzi in fiamme» scrive Tesson «Napoleone comprese di aver sottovalutato la furia sacrificale dei russi, la fermezza di Alessandro e l'irriducibile oltranzismo degli slavi». Lo stesso che quasi 150 anni più tardi «a Stalingrado, avrebbe portato migliaia di ondate umane a frangersi sulla barriera, a torto giudicata invincibile, della Wehrmacht».

Come noto, nel 1812 le modalità guerriere dei russi furono molto diverse, orientate a evitare quanto più possibile gli scontri frontali per logorare l'invasore sulla distanza. L'obiettivo – si ripete – era farsi inseguire dall' Armée attirandola sempre più dentro lo sterminato ventre delle steppe e ridurla così allo sfinimento. Nulla prova però che i ripiegamenti delle truppe zariste rispondessero a una deliberata strategia d'insieme. Forse vennero decisi di volta in volta secondo necessità. A Corte ne erano, del resto, indignatissimi e invocavano vere battaglie. Ma, improvvisata o meno, l'arte della fuga stava dando i suoi frutti. Se aveva pagato al momento dell'invasione tanto valeva ripeterla anche durante la ritirata. Dopotutto, perché affrontare a viso aperto un temibile esercito che scappa quando l'inverno, i pidocchi, il tifo petecchiale stanno lavorando al posto tuo, e i cosacchi, gli irregolari, i contadini stroncano i rifornimenti, assaltano le retroguardie smarrite, gettano cento chilometri di soldati in rotta nell'incubo di un nemico ubiquo?

«Se un gregge entra in un orto e calpesta le aiuole, che cosa è meglio fare, spingerlo fuori al più presto oppure tagliargli la strada, chiudere le uscite e frustarlo a sangue?» si domandava Tolstoj in Guerra e pace a maggior gloria del feldmaresciallo Kutuzov, lo stratega della schivata. La storia ha dato ragione al suo genio, ricorda Tesson, perché «tutti gli scontri si conclusero a favore dei francesi», ma Kutuzov intuì il paradosso di una strana guerra dove «un esercito passa di vittoria in vittoria fino al suo totale annientamento».

Le perdite dell'Armée furono di 400 mila uomini, meno di un quarto dei quali caduti in battaglia. Nonostante le accortezze tattiche, stesso bilancio sul versante russo: 400 mila morti, 110 mila dei quali sul campo, più decine di migliaia di civili. Ma forse i veri martiri della ritirata furono i cavalli. Scuoiati vivi, arrostiti o addentati direttamente crudi. Con 200 mila animali fatti fuori, fu «la più grande macelleria equina della Storia». La terra russa è imbottita di ossa. E a tal punto zeppa di residuati bellici che nei musei non c'entrano più.

Tesson racconta di un amico – archeologo feticista – che sulle rive della Beresina s'imbatte in una palla di cannone dell'artiglieria napoleonica. Vorrebbe portarsela a casa a Mosca come bagaglio a mano. Ma all'aeroporto di San Pietroburgo il tentativo manda in tilt i detector. Senza spiegare in che modo un proiettile dell'Ottocento possa nuocere a un aereo, le guardie stanno per requisire l'oggetto. Senonché il cacciatore di cimeli si dilegua e seppelisce il reperto sotto un albero nel parcheggio del terminal. Due passi a destra dopo il parchimetro; terza betulla dal recinto: mesi più tardi, con queste istruzioni farà recuperare la palla da un compare che gliela recapiterà dopo essersela caricata in treno. Ora troneggia sul pianoforte di un appartamento moscovita, tra un'icona e un ritratto di Lenin.

In tempi nei quali la politica putiniana risveglia vetero-pregiudizi contro tutto un popolo, Tesson si abbandona a doverose dichiarazioni d'amore per i russi. Dei quali adora la follia arcaica, gli anacronismi sanguigni: «mi piace il loro fatalismo, il loro gusto del tragico, il senso del sacro, l'incapacità di organizzarsi, la tendenza a bruciare tutte le loro forze nel rogo dell'istante, la noncuranza per l'avvenire e per ogni forma di programmazione personale». I russi non si sforzano mai di piacervi: «Non siamo mica i portieri dello Sheraton»; dapprima fanno i duri, «ma poi li ho visti offrirmi aiuto come a un figlio». Noi latini «cogliamo al volo la felicità ogni volta che la vediamo balenare», mentre i russi «sono convinti che si possa apprezzare qualcosa solo dopo aver sofferto». Che ne sai del sole se non sei mai stato in minera? gli dice, scuro di carbone, un operaio del Donbass.

A Borodino, sul monumento che ricorda la battaglia, c'è scritto: Qui abbiamo combattuto contro l'Europa. «Dal punto di vista tecnico» commenta Tesson, «la frase non è falsa perché nella Grande Armata confluivano reclute italiane, polacche, prussiane e austriache. Dal punto di vista storico l'affermazione è imprecisa perché anche i russi potevano avvalersi dell'aiuto delle nazioni straniere, prima fra tutti l'Inghilterra. Dal punto di vista culturale, la sintesi è gradita ai russi, convinti della loro vocazione extraeuropea e sicuri che a loro spetti il compito di aprire una strada tra Asia e Occidente. Dal punto di vista spirituale, la formula tocca un punto fondamentale: la battaglia di Borodino aveva fatto scorrere il sangue che aveva tenuto a battesimo il nuovo sentimento patriottico russo». Da allora, piaccia o no, quel sentimento non si è più spento. «L'antico popolo russo, assopito da secoli, non aveva mai manifestato contro il giogo dello zar un'energia pari a quella di cui dette prova contro l'invasore». Meglio un oppressore di casa propria che un liberatore straniero.

Pochi anni prima Napoleone aveva già sperimentato i terribili effetti di un simile convincimento – che doveva apparirgli insensato – durante la fallimentare avventura in Spagna. Mutatis mutandis, anche lì un potere d'Antico regime aveva saputo mobilitare un popolo nel fanatismo identitario dell'ideologia resistenziale, in una specie di ipnosi nazional-religiosa contro l'Anticristo-Bonaparte. Anche lì la guerrilla, cioè la "piccola guerra" plebea aveva dimostrato di poter far più male di quella grande. Nell'ultima cattività a Sant'Elena l' Empereur si rimproverava: «Ah, la maledetta Spagna mi ha perduto!». Però non era servita da lezione. E così l'invasione della Russia – concepita per spezzare l'asse Mosca-Inghilterra o, nella versione napoleonica, «per assicurare la pace continentale» – fu «il primo passo verso la caduta dell'Impero». Concede il francesissimo Tesson. Che magari non sarà il più grande scrittore di viaggi al mondo come si decreta in copertina. Ma di certo è un matto grosso. E i matti sono pur sempre i migliori compagni di vagabondaggio.

(14 ottobre 2016)