In tempi di televisione, Lincoln non sarebbe diventato presidente. Era uno spilungone di 1 metro e 95, scarpe numero 48, barba folta e rarissimi sorrisi, che dimostrava più dei suoi anni. Eppure, meglio di chiunque altro, Lincoln, nato in Kentucky nel 1809 da genitori poveri e analfabeti, impersonò il sogno americano. Da ragazzo, con la forza acquisita a furia di tagliare legna, fu campione di lotta libera. Trasferitosi in Illinois, da autodidatta e senza conseguire la laurea, diventò un famoso avvocato.
Lincoln aveva il pallino della politica ma fu bocciato in due elezioni per il Senato. Non si arrese. Voleva diventare presidente e ci riuscì anche giocando d’astuzia. La Convention repubblicana del 1860 si tenne a Chicago e Lincoln sfruttò al meglio il fattore campo. I suoi uomini organizzarono un tifo da stadio, che raggiunse l’apice al momento del voto. Un cronista scrisse che, in quel pandemonio, sarebbe passata inosservata anche una carica degli indiani Comanche.
Candidato dal nuovo Partito repubblicano, Lincoln sconfisse alle elezioni il democratico Douglas, sua vecchia conoscenza. Si erano battuti in Illinois per il posto in Senato. Lincoln aveva perso ma si era fatto conoscere, sfidando il più noto avversario in affollati dibattiti in piazza, un formato nuovo per quei tempi. Era buffo vederli vicini, Lincoln altissimo e sgraziato, Douglas tarchiato ma elegante. Il tema centrale era lo schiavismo. I repubblicani volevano abolirlo, i democratici, forti nel Sud agricolo, mantenerlo. Appena Lincoln fu eletto Presidente ma senza conquistare neanche un distretto meridionale, sette Stati avviarono la Secessione, dando vita alla Confederazione del Sud.
Nel discorso di insediamento, Lincoln si impegnò a lasciare lo schiavismo negli Stati dove già c’era e chiarì che per lui preservare l’Unione era più importante che liberare gli schiavi. Non bastò ad evitare la guerra civile e così, dopo alterne fortune, Lincoln raggiunse il doppio obiettivo, salvare l’Unione e abolire lo schiavismo. Fu rieletto proprio alla fine della guerra ma non poté avviare la promessa riconciliazione nazionale. Il 14 aprile 1865 fu assassinato nel palco di un teatro di Washington, da un simpatizzante sudista. Una settimana prima aveva raccontato di essersi visto, in sogno, in una bara, nella camera ardente, alla Casa Bianca.
Affascinato dall’occulto, Lincoln aveva partecipato nel tempo a diverse sedute spiritiche, in cerca di un contatto con i 3 figli morti bambini. A 9 anni aveva perso la mamma, avvelenata dal latte, e convisse con la depressione (all’epoca la chiamavano malinconia) senza però mai perdere il senso dell’umorismo. Lo testimoniano i suoi aforismi, tipo «meglio stare in silenzio e passare per stupidi piuttosto che parlare e togliere ogni dubbio».
Lincoln fu il primo presidente a usare il telegrafo e il primo ad avere la barba. Di lui sappiamo anche che nascondeva i documenti nel cappello a tuba e che aveva una passione per gli animali. Il suo gatto Tabby consumava i pasti nella sala da pranzo della Casa Bianca.
(29 aprile 2016)
Lincoln aveva il pallino della politica ma fu bocciato in due elezioni per il Senato. Non si arrese. Voleva diventare presidente e ci riuscì anche giocando d’astuzia. La Convention repubblicana del 1860 si tenne a Chicago e Lincoln sfruttò al meglio il fattore campo. I suoi uomini organizzarono un tifo da stadio, che raggiunse l’apice al momento del voto. Un cronista scrisse che, in quel pandemonio, sarebbe passata inosservata anche una carica degli indiani Comanche.
Candidato dal nuovo Partito repubblicano, Lincoln sconfisse alle elezioni il democratico Douglas, sua vecchia conoscenza. Si erano battuti in Illinois per il posto in Senato. Lincoln aveva perso ma si era fatto conoscere, sfidando il più noto avversario in affollati dibattiti in piazza, un formato nuovo per quei tempi. Era buffo vederli vicini, Lincoln altissimo e sgraziato, Douglas tarchiato ma elegante. Il tema centrale era lo schiavismo. I repubblicani volevano abolirlo, i democratici, forti nel Sud agricolo, mantenerlo. Appena Lincoln fu eletto Presidente ma senza conquistare neanche un distretto meridionale, sette Stati avviarono la Secessione, dando vita alla Confederazione del Sud.
Nel discorso di insediamento, Lincoln si impegnò a lasciare lo schiavismo negli Stati dove già c’era e chiarì che per lui preservare l’Unione era più importante che liberare gli schiavi. Non bastò ad evitare la guerra civile e così, dopo alterne fortune, Lincoln raggiunse il doppio obiettivo, salvare l’Unione e abolire lo schiavismo. Fu rieletto proprio alla fine della guerra ma non poté avviare la promessa riconciliazione nazionale. Il 14 aprile 1865 fu assassinato nel palco di un teatro di Washington, da un simpatizzante sudista. Una settimana prima aveva raccontato di essersi visto, in sogno, in una bara, nella camera ardente, alla Casa Bianca.
Affascinato dall’occulto, Lincoln aveva partecipato nel tempo a diverse sedute spiritiche, in cerca di un contatto con i 3 figli morti bambini. A 9 anni aveva perso la mamma, avvelenata dal latte, e convisse con la depressione (all’epoca la chiamavano malinconia) senza però mai perdere il senso dell’umorismo. Lo testimoniano i suoi aforismi, tipo «meglio stare in silenzio e passare per stupidi piuttosto che parlare e togliere ogni dubbio».
Lincoln fu il primo presidente a usare il telegrafo e il primo ad avere la barba. Di lui sappiamo anche che nascondeva i documenti nel cappello a tuba e che aveva una passione per gli animali. Il suo gatto Tabby consumava i pasti nella sala da pranzo della Casa Bianca.
(29 aprile 2016)