Per darsi coraggio aveva esagerato col whiskey. Il 4 marzo 1865, nella solennità del Senato, Abraham Lincoln, appena rieletto, assisté al confuso discorso inaugurale del suo nuovo vicepresidente. «Conosco Andrew Johnson e so che non è un ubriacone» provò a difenderlo ma l’altro, per la vergogna, andò letteralmente a nascondersi. Riapparve al Senato 40 giorni dopo, per giurare da Presidente, a seguito dell’assassinio di Lincoln. «Non mi sento all’altezza del compito» disse, e l’America intera pensò che avesse ragione.
Andrew Johnson aveva avuto un’infanzia davvero complicata. Era nato in una famiglia povera del North Carolina e a tre anni aveva perso il padre. La mamma, lavandaia, non si era potuta occupare molto di lui. A 10 anni lo aveva mandato a lavorare, come apprendista, in una sartoria.
Andrew era un ribelle e, quindicenne, andò a cercare fortuna come sarto itinerante. Non aveva mai messo piede in una scuola e a dare una svolta alla sua istruzione e alla sua vita fu Eliza, una ragazza in gamba di Greenville, Tennessee. Johnson decise di fermarsi, aprì un negozio, studiò e lesse tantissimo; a 18 anni sposò Eliza (50 anni di matrimonio e 5 figli) e a 22 fu eletto sindaco di Greenville.
Il talento da oratore e l’ambizione lo spinsero sulla scena nazionale. Non voleva legarsi a un partito e fu eletto al Congresso come indipendente. Dopo tre mandati, diventò governatore del Tennessee e infine senatore del Partito democratico, restando comunque un «cane sciolto». Quando gli Stati del Sud, all’elezione di Lincoln, si preparavano alla secessione, Johnson fu l’unico senatore del Sud a schierarsi in difesa dell’Unione. Per questo Lincoln, alle presidenziali del 1864, lo scelse come vice. Una mossa elettorale che si rivelò imprudente. Johnson era l’uomo meno adatto a favorire la riconciliazione dopo la Guerra Civile. Per i democratici era un traditore mentre i repubblicani ne contestavano le simpatie schiaviste.
In effetti il presidente Johnson, come la maggioranza degli americani bianchi dell’epoca, considerava i neri esseri inferiori e nel 1866 pose il veto alla legge sui diritti civili. L’anno dopo gli Stati Uniti acquistarono dal governo della Russia il territorio che chiamarono Alaska, pagandolo sette milioni di dollari (oggi sarebbero 122 milioni). Nel 1868, Johnson finì in stato di accusa davanti al Congresso, per avere licenziato il ministro della Guerra Stanton, in violazione delle regole istituzionali. Se la cavò di un pelo nella votazione finale in Senato ma perse ogni possibilità di essere rieletto. Se ne tornò a Greenville nella sua sartoria, accolto da eroe dalla sua gente che, qualche anno dopo, lo rimandò a Washington, da senatore. Ebbe solo pochi mesi per la rivincita. Morì il 31 luglio 1875, stroncato da una serie di ictus.
Andrew Johnson fu sepolto, come aveva disposto, con il corpo avvolto nella bandiera americana e la testa appoggiata su una copia della Costituzione. Indossava uno dei vestiti che si era cucito da sé, alla Casa Bianca.
(6 maggio 2016)
Andrew Johnson aveva avuto un’infanzia davvero complicata. Era nato in una famiglia povera del North Carolina e a tre anni aveva perso il padre. La mamma, lavandaia, non si era potuta occupare molto di lui. A 10 anni lo aveva mandato a lavorare, come apprendista, in una sartoria.
Andrew era un ribelle e, quindicenne, andò a cercare fortuna come sarto itinerante. Non aveva mai messo piede in una scuola e a dare una svolta alla sua istruzione e alla sua vita fu Eliza, una ragazza in gamba di Greenville, Tennessee. Johnson decise di fermarsi, aprì un negozio, studiò e lesse tantissimo; a 18 anni sposò Eliza (50 anni di matrimonio e 5 figli) e a 22 fu eletto sindaco di Greenville.
Il talento da oratore e l’ambizione lo spinsero sulla scena nazionale. Non voleva legarsi a un partito e fu eletto al Congresso come indipendente. Dopo tre mandati, diventò governatore del Tennessee e infine senatore del Partito democratico, restando comunque un «cane sciolto». Quando gli Stati del Sud, all’elezione di Lincoln, si preparavano alla secessione, Johnson fu l’unico senatore del Sud a schierarsi in difesa dell’Unione. Per questo Lincoln, alle presidenziali del 1864, lo scelse come vice. Una mossa elettorale che si rivelò imprudente. Johnson era l’uomo meno adatto a favorire la riconciliazione dopo la Guerra Civile. Per i democratici era un traditore mentre i repubblicani ne contestavano le simpatie schiaviste.
In effetti il presidente Johnson, come la maggioranza degli americani bianchi dell’epoca, considerava i neri esseri inferiori e nel 1866 pose il veto alla legge sui diritti civili. L’anno dopo gli Stati Uniti acquistarono dal governo della Russia il territorio che chiamarono Alaska, pagandolo sette milioni di dollari (oggi sarebbero 122 milioni). Nel 1868, Johnson finì in stato di accusa davanti al Congresso, per avere licenziato il ministro della Guerra Stanton, in violazione delle regole istituzionali. Se la cavò di un pelo nella votazione finale in Senato ma perse ogni possibilità di essere rieletto. Se ne tornò a Greenville nella sua sartoria, accolto da eroe dalla sua gente che, qualche anno dopo, lo rimandò a Washington, da senatore. Ebbe solo pochi mesi per la rivincita. Morì il 31 luglio 1875, stroncato da una serie di ictus.
Andrew Johnson fu sepolto, come aveva disposto, con il corpo avvolto nella bandiera americana e la testa appoggiata su una copia della Costituzione. Indossava uno dei vestiti che si era cucito da sé, alla Casa Bianca.
(6 maggio 2016)