«Mio Dio fa che non sia vero!». Alla morte del presidente Garfield lo pensarono tanti americani, compreso il più diretto interessato, il Vicepresidente, che non si sentiva pronto. Non che non avesse le doti politiche, ma Chester Alan Arthur amava la bella vita, mai in ufficio prima di mezzogiorno mai a letto prima dell’alba, soprattutto da quando, un anno prima delle elezioni, era rimasto vedovo. Era nato in Vermont, nel 1829 in una famiglia di immigrati irlandesi. Il padre era predicatore di una Chiesa Battista. Una pagella delle elementari lo descriveva gentile ed estroverso e lui tenne sempre fede a quel giudizio.
Da giovane avvocato, a New York, ottenne uno storico risarcimento a favore di una donna nera cacciata da un tram a cavalli, nel 1855. La sentenza mise fine alla segregazione sui mezzi pubblici newyorchesi. Qualche anno dopo il Partito Repubblicano lo scelse come Esattore del Porto di New York, grosso stipendio e grosso potere, che lui esercitò distribuendo favori a tutti. Sempre sorridente e gentile, lo chiamavano «il boss gentiluomo». Da quella influente posizione, gestì la macchina elettorale degli Stalwart, corrente del Partito Repubblicano di New York. Alle presidenziali del 1880, i repubblicani divisi in fazioni, scelsero un outsider, Garfield, e lasciarono agli Stalwart la vicepresidenza, con Arthur.
L’attentato al Presidente, la lunga agonia e infine la morte di Garfield segnarono Chester A. Arthur, che, nel ruolo più alto, sorprese tutti. Lui che era stato maestro delle clientele, varò la riforma amministrativa che introdusse i concorsi pubblici, con prove scritte. Continuò a promuovere i diritti civili delle minoranze. In tema di immigrazione, invece, varò leggi che regolavano gli ingressi, bloccando i cinesi che stavano sbarcando in massa. La presidenza non gli cambiò il carattere. Diventò il single più ambito di Washington. Le feste alla Casa Bianca si moltiplicarono così come i pettegolezzi, ma lui si dichiarò sempre fedele alla memoria della moglie Ellen, morta a 42 anni per una polmonite fulminante.
Fu il primo presidente ad avere un maggiordomo, una scelta obbligata per uno col suo guardaroba (aveva non meno di 80 paia di pantaloni). Gli arredi della Casa Bianca non erano di suo gusto e Chester A. Arthur decise di svuotare e rifare tutto. Ne venne fuori il più grande mercatino della Storia americana, 24 vagoni di roba, compresi un paio di pantaloni di Abraham Lincoln e un cappello di John Quincy Adams.
A fine mandato, nel 1884, Arthur, che aveva un grave problema renale, non cercò la rielezione e riaprì lo studio legale di New York. Era entrato alla Casa Bianca nello scetticismo generale e ne uscì carico di elogi. Morì pochi mesi dopo, a 57 anni. Potremmo sapere molte più cose di lui se Chester A. Arthur, prima di andarsene, non avesse bruciato tutti i documenti, pubblici e privati, in suo possesso.
(3 giugno 2016)
Da giovane avvocato, a New York, ottenne uno storico risarcimento a favore di una donna nera cacciata da un tram a cavalli, nel 1855. La sentenza mise fine alla segregazione sui mezzi pubblici newyorchesi. Qualche anno dopo il Partito Repubblicano lo scelse come Esattore del Porto di New York, grosso stipendio e grosso potere, che lui esercitò distribuendo favori a tutti. Sempre sorridente e gentile, lo chiamavano «il boss gentiluomo». Da quella influente posizione, gestì la macchina elettorale degli Stalwart, corrente del Partito Repubblicano di New York. Alle presidenziali del 1880, i repubblicani divisi in fazioni, scelsero un outsider, Garfield, e lasciarono agli Stalwart la vicepresidenza, con Arthur.
L’attentato al Presidente, la lunga agonia e infine la morte di Garfield segnarono Chester A. Arthur, che, nel ruolo più alto, sorprese tutti. Lui che era stato maestro delle clientele, varò la riforma amministrativa che introdusse i concorsi pubblici, con prove scritte. Continuò a promuovere i diritti civili delle minoranze. In tema di immigrazione, invece, varò leggi che regolavano gli ingressi, bloccando i cinesi che stavano sbarcando in massa. La presidenza non gli cambiò il carattere. Diventò il single più ambito di Washington. Le feste alla Casa Bianca si moltiplicarono così come i pettegolezzi, ma lui si dichiarò sempre fedele alla memoria della moglie Ellen, morta a 42 anni per una polmonite fulminante.
Fu il primo presidente ad avere un maggiordomo, una scelta obbligata per uno col suo guardaroba (aveva non meno di 80 paia di pantaloni). Gli arredi della Casa Bianca non erano di suo gusto e Chester A. Arthur decise di svuotare e rifare tutto. Ne venne fuori il più grande mercatino della Storia americana, 24 vagoni di roba, compresi un paio di pantaloni di Abraham Lincoln e un cappello di John Quincy Adams.
A fine mandato, nel 1884, Arthur, che aveva un grave problema renale, non cercò la rielezione e riaprì lo studio legale di New York. Era entrato alla Casa Bianca nello scetticismo generale e ne uscì carico di elogi. Morì pochi mesi dopo, a 57 anni. Potremmo sapere molte più cose di lui se Chester A. Arthur, prima di andarsene, non avesse bruciato tutti i documenti, pubblici e privati, in suo possesso.
(3 giugno 2016)