Il Venerdì

Un arresto a Miami fa tremare Erdogan

(Getty Images) 
Un grande scandalo che toccò quattro ministri turchi e lo stesso figlio del presidente riemerge da una cella americana. Dove è rinchiuso l'uomo che sa tutto sulla corruzione politica
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ISTANBUL. Mentre a fine marzo Tayyip Erdogan, ospite di un think tank a Washington, parlava di come la Turchia combatte il terrorismo e fa da diga all'Europa contro un fiume di rifugiati, un camioncino di propaganda girava per le strade della capitale americana mostrando una scritta luminosa: «Verità+Pace=Erdogan». A molti il messaggio orwelliano sarà apparso una burla. Ma in Turchia, su tanti giornali e tv, oggi l'idea del presidente è più o meno quella. Le autostrade della jihad, su cui in questi anni sono entrati dalla Siria molti degli attentatori dell'Is verso l'Europa e la Turchia stessa, sono un'invenzione della propaganda russa e occidentale; la guerra al Pkk curdo nel Sud-Est, con centinaia di morti anche civili e decine di migliaia di sfollati, diventa un'operazione antiterrorismo; gli arresti di giornalisti e la chiusura dei media di opposizione, una risposta a spie ed eversori; e chiunque non sia d'accordo, un nemico. Con le parole di Erdogan: «Senza di me, questo Stato crolla».

In quelle ore, però, molti in Turchia guardavano con apprensione da tutt'altra parte. E precisamente a Miami, dove pochi giorni prima era stato arrestato un cittadino turco-iraniano, Reza Zarrab. Con lui, in una prigione federale americana sono finiti molti dei segreti della Tangentopoli del Bosforo, il clamoroso scandalo di corruzione che alla fine del 2013 fece tremare il governo allora guidato proprio da Erdogan, coinvolgendo quattro dei suoi ministri.

In Turchia la maxi-inchiesta era finita in una bolla di sapone, archiviata dai magistrati dopo che quelli che l'avevano aperta – arrestando tra gli altri proprio Zarrab – erano stati estromessi dall'indagine. Per l'opposizione, un colossale insabbiamento. Infatti, cacciati dalla magistratura, alcuni dei pm che avevano aperto il caso sono persino fuggiti dalla Turchia, dove rischiano il carcere con l'accusa di aver cospirato per rovesciare il governo. Fuggiti l'estate scorsa prima in Armenia e poi in Germania, hanno fatto perdere le loro tracce mentre in patria diversi loro colleghi finivano licenziati o in manette.

Erdogan ha fatto carte false per dimostrare che è tutto un complotto orchestrato dal suo nemico numero uno, colui che più di tutti negli anni scorsi lo aveva aiutato a consolidare il suo potere: Fethullah Gulen. Magnate di un impero miliardario e imam molto influente, dal 1999 Gulen non torna in Turchia – dove oggi è nella lista dei terroristi più ricercati, insieme agli stragisti dell'Is e ai leader della guerriglia curda – e vive in auto-esilio proprio negli Stati Uniti. Legami che inevitabilmente alimentano accuse e sospetti.

Ora, l'arresto di Zarrab potrebbe far saltare il banco. Il faccendiere è stato fermato con l'accusa di aver riciclato denaro sporco, aggirando le sanzioni americane contro Teheran. Molte delle operazioni finite sotto accusa negli Stati Uniti sono frutto della sua partnership con Babak Zanjani, tycoon iraniano, tra gli uomini più ricchi del Paese, che poche settimane fa è stato condannato a morte dalla giustizia di Teheran per corruzione. Un vero e proprio intrigo internazionale che rischia di far cadere molte teste. Il meccanismo per evadere le sanzioni, secondo le accuse, prevedeva il pagamento in oro del petrolio iraniano acquistato in Turchia. Fondi neri poi fatti transitare da Zarrab su banche americane per conto di uomini d'affari. Un business che avrebbe avuto in Turchia il suo cuore pulsante.

Sposato con una popstar locale e molto vicino agli ambienti governativi di Ankara, il 33enne Zarrab vanta anche un passaporto dell'Azerbaigian, dove ha vissuto e lavorato per diversi anni. Una triangolazione di affari opachi su cui i magistrati Usa promettono di far luce. In Turchia, il procuratore americano che conduce l'indagine è già diventato una star, con decine di migliaia di follower su Twitter che, per «ringraziarlo», si offrono di regalargli tappeti, dolci e kebab. Del resto, i rapporti di Zarrab con l'establishment di Ankara sono fuori discussione. L'anno scorso aveva persino ricevuto dalle mani di alcuni ministri un premio per il suo contributo all'export nazionale. Ma Erdogan ostenta sicurezza, dicendosi certo che l'arresto del faccendiere non lo riguarda. «Il vero riciclaggio di denaro» ha rilanciato al suo arrivo in America «è in Pennsylvania», dove Gulen vive lontano da occhi indiscreti.

Il destino di Zarrab rischia però di incrociare molto da vicino quello del presidente turco, e della sua famiglia. Nel suo insidioso dossier potrebbero spuntare pagine scottanti anche sul figlio di Erdogan, Bilal, che intanto per imprecisati «motivi di sicurezza» ha lasciato Bologna, dove viveva, e resta indagato per riciclaggio dopo l'esposto di un oppositore politico in esilio. Sfiorato anche lui dall'inchiesta su Tangentopoli, da cui è uscito indenne, ha dovuto nel frattempo fare i conti con altre, pesantissime accuse. Su tutte, quella di aver trafficato il petrolio dell'Is. Ad accusarlo, anche un nemico nuovo del padre, probabilmente il più pericoloso: Vladimir Putin.

Dopo l'abbattimento a novembre del jet russo al confine con la Siria – dove Mosca ha affossato i sogni turchi di rovesciare Bashar al Assad – il leader con cui Erdogan faceva grandi affari ora non gli risponde neppure al telefono. Letteralmente. In pochi mesi è stato congelato il progetto strategico del gasdotto Turkish Stream e quello della prima centrale nucleare turca, affidato proprio alla tecnologia di Mosca. E poi, effetto subito visibile, dalla Turchia sono spariti i turisti russi: meno 80 per cento in un paio di mesi, con l'estate alle porte, e perdite che unite al calo degli europei per la minaccia del terrorismo si stimano in 10 miliardi di dollari, quasi un terzo del fatturato di un settore chiave dell'economia reale turca.

Dall'inizio dell'anno gli attentati a raffica ad Ankara, e soprattutto quelli contro i turisti nel centro di Istanbul, hanno inferto un colpo pesantissimo. Gli allarmi, del resto, sono quasi quotidiani. Perché oltre all'Is, che secondo diversi analisti si sentirebbe «tradito» da un voltafaccia della Turchia, a seminare il terrore ci sono i settori più radicali della guerriglia curda. «Adesso il nostro scopo principale è la caduta di Erdogan» minaccia Cemil Bayik, uno dei leader del Pkk nascosto nelle montagne del nord Iraq, che Ankara continua a bombardare regolarmente. Una guerra permanente in cui il Paese è sempre più invischiato. Alla frontiera con la Siria, armi e combattenti filo-turchi continuano a trovare passaggi comodi mentre l'artiglieria di Erdogan contrasta l'avanzata dei curdi in lotta con l'Is, dando fiato alle accuse di chi – Russia in testa – ne denuncia il sostegno ai jihadisti.

Per Ankara, la formazione nella Siria che verrà di uno Stato curdo – o anche solo di una regione autonoma – è il principale incubo geopolitico. Uno scontro in cui, ancora una volta, si trova di fronte il peggiore dei nemici: la Russia. A Mosca i curdi siriani hanno aperto la loro prima rappresentanza all'estero. E dopo aver combattuto lo Stato islamico in prima linea, riconquistando località strategiche come Kobane, non hanno nessuna intenzione di lasciare il campo libero ai gruppi sunniti sostenuti dalla Turchia.

Una partita ad alto rischio e – per adesso – ad altissima resa, quella che il sultano sta giocando dentro e fuori i confini della Turchia. Perché nel momento che gli osservatori internazionali considerano più autoritario e isolazionista dei suoi 13 anni al potere, Erdogan ha ottenuto quello che in passato, all'epoca delle riforme e delle grandi speranze sull'islam politico, gli era stato negato: un accordo «alla pari» con l'Europa. Pur di fermare il flusso di rifugiati, Bruxelles gli ha messo in mano 6 miliardi di euro e, di fatto, carta bianca su come gestirli. Amnesty International accusa Ankara di averne rimpatriati a migliaia verso zone di guerra in Siria, compresi bambini e donne incinte; l'Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus) persino di sparargli. Sui quasi tre milioni di rifugiati presenti in Turchia, solo uno su dieci vive nei campi di accoglienza. Gli altri si arrangiano come possono per le strade, tra elemosina e lavoro nero. Dei bambini – dicono i dati ufficiali – meno di uno su tre va a scuola.  Per l'Ue, però, la Turchia è un «Paese sicuro» in cui rispedirli indietro.

Tra il successo e l'abisso, il filo su cui danza il sultano resta insomma sottilissimo. Il nervosismo degli ambienti filo-governativi turchi dopo l'arresto di Zarrab negli Stati Uniti è palpabile. Il portavoce del suo partito Akp, Omer Celik, l'ha definito un «comportamento morboso contro il nostro Presidente e alcuni dei nostri amici». Gli Stati Uniti, ipotizzano molti analisti, potrebbero usare questa vicenda per cercare di influenzare Erdogan su alcune scelte strategiche di politica estera. Ma chi conosce Zarrab da vicino, giura che farlo parlare non sarà facile.

(15 aprile 2016)