Viaggi

Sudamerica con ogni mezzo/1

Settemila chilometri dalle Ande peruviane alle coste brasiliane, attraverso gli altopiani della Bolivia, le foreste del Pantanal, le pianure infinite dello Stato di San Paolo. Un'avventura su autobus, treni, fuoristrada e barche seguendo un meridiano immaginario tra l'Equatore e il Tropico del Capricorno

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Parte prima: da Lima, Perú a La Paz, Bolivia. I bastioni fangosi di Miraflores quella mattina erano avvolti in una nebbia fitta come lo yogurt. Le luci della movida limeña del sabato sera si erano appena spente, quando la sorprendente caligine oceanica cominciò a sfumare i contorni delle scogliere. La città sonnecchiava ancora mentre la nebliña nascondeva le navi all'orizzonte, il cielo e le nuvole. La mia auto filava parallela alla spiaggia, lungo la Costa Verde e la Panamericana che di solito trafficata come una tangenziale padana, a quell'ora era ancora semideserta.
La grande baia era battuta da onde lunghe e schiumose; qualche surfista stava sulla spiaggia di sassi a studiare la marea. Profumi intensi: salsedine, fiori e rocce bagnate. Uno stormo fitto di gabbiani inseguiva un peschereccio che si allontanava verso nord.
Erano anni che sognavo una partenza così. Solitaria, invisibile e silenziosa. Avevo una buona cartina, un 4x4 giapponese con il pieno di gasolio e una strepitosa rotta da seguire. Da Lima a Rio "sulla strada" attraverso il Sudamerica qualunque, quotidiano e caotico. Niente di predefinito o organizzato. Solo un Paese dopo l'altro.
Che c'era di meglio?
A sentire Paul, l'autista-guida che mi accompagnava, arrivare dall'altra parte del continente latinoamericano sarebbe stata una passeggiata.
"È quasi tutto dritto, amico... Bisogna solo costeggiare un pezzo di Pacifico, girare a ovest, salire fino ad Ayacucho, scendere ad Abancay e risalire verso Cuzco, il lago Titicaca e l'altopiano boliviano. Poi c'è solo da filare su fino alla conca di La Paz. Una volta che avrai superato la regione dei vulcani e i villaggi oltre i valichi, sarà tutta discesa fino alla foresta brasiliana", se la ghignava il peruviano dal sedile sinistro della nostra Toyota, indicando le Ande, il mare e la strada dritta come un fuso che usciva dalla capitale in direzione sud.
Detta così, suonava bene.
Solo che lui, Paul dico, non sarebbe andato oltre il confine. Troppo lontano e troppo complicato per via delle assicurazioni e della logistica delle auto. Sarei stato io invece a guidare un altro 4x4 all'ombra della Cordillera Blanca per giorni.
E sempre io a farmi sballottare su bus e treni tra le foreste della Bolivia, le valli e gli intrichi alluvionali del Pantanal fino ai grattacieli di San Paolo.
Neanche fossi stato in Africa, su un taxi-brousse.
Comunque... La nebbia si stava alzando e quello dopo tutto era il mio "on the road". Non il suo.
Ci volevano ancora migliaia di chilometri prima di arrivare a mettere il naso oltre le montagne, sulle coste dello Stato di Rio e arrivare a sguazzare nell'Atlantico. Il sole rischiarò ancora onde azzurre e grandi dune chiare che sfilavano a ovest del mio finestrino. Zolle di terra bruna e montagne secche stavano invece sull'orizzonte orientale.
Serre da frutta, baie deserte e qualche accampamento agricolo continuarono per chilometri fino al bivio con la statale 24 a El Carmen, poco prima di Pisco e della sabbiosa penisola di Paracas.
Girammo a est e cominciammo a salire. Addio mare e strade diritte.
In pochi minuti la jeep già arrancava verso le Ande lungo la strada battezzata "El Libertador" in onore di Simon Bolivar. La valle si apriva in campi di cotone e distese di fichi d'india. Ogni tanto s'incrociavano camion carichi di campesiños che s'intruppavano verso Lima per andare a protestare contro il governo per una qualche ennesima disputa sulle tasse e gli espropri di terra.
Salimmo per più di 5 ore fino a un passo a 4750 metri tra cime giovani, cieli incerti e aria pungente. Andò tutto bene per mezzo pomeriggio.
Poi una tormenta di neve ci sorprese all'uscita di una sella e il mondo scomparve in un lampo. Greggi di pecore e branchi di alpaca sfumarono in un precoce crepuscolo andino. Case di pietra e rifugi di legno svanirono tra pascoli spogli. Figure scure, intabarrate e curve, camminavano sul ciglio della strada e su sentieri viscidi di nebbia e vento.
Ci vollero 335 chilometri di asfalto e curve a gomito perché la tormenta ci abbandonasse e il mondo reale apparisse di nuovo, seppur nell'oscurità. Finalmente si vedeva qualche luce giù nella valle, forse un paese più grande.
Ayacucho ci accolse con scrosci d'acqua monsonici (si fa per dire), sfilate sacre, statue della Resurrezione, infiorate benedette e pellegrini pasquali bagnati fradici che camminavano quieti a 2731 metri di altitudine. Fu un apparizione.
Ma quella sera tra i vicoli di pietra e le facciate barocche delle 34 chiese della città, pioveva a secchi. Ci riparammo sotto i portici costruiti dagli spagnoli nel 1500 e, insieme ai fedeli arrivati da tutto il Paese per la Semana Santa, attendemmo l'alba accompagnati da canti, candele e preghiere.

Ayacucho-Abancay-Cuzco - 750 km
Poi arrivò un mattino radioso sulla Plaza de Armas, rivelando architetture coloniali e folle di indios arrivati per la fiera regionale del bestiame. I sobborghi erano intasati, la collina pure.
Scappai appena in tempo dall'ingorgo di camion, mantelli colorati e trattori che si stavano riversando in città assieme a un mare di vacche, lama, alpaca e pecore.
Superammo dunque i colli a est del villaggio e imboccammo lo sterrato che si inerpicava tra le montagne. Fino a 10 anni fa queste erano terre di Sendero Luminoso. Il terrorismo, le ideologie politiche e gli scontri con i soldati governativi quassù fecero migliaia di morti. Soprattutto tra i contadini. Tempi oscuri e responsabilità pesanti.
Ora la zona è di nuovo sicura e la strada aperta a tutti. Ma la povertà e l'incertezza economica rimangono. Raggiungemmo l'altopiano erboso a quota 4 mila tra nuvole basse e vigogne e ci godemmo panorami magici.
Poi la pista cominciò a scendere nel bel mezzo della valle, ripida e pericolosa, diretta a Ocros.
In meno di tre ore ci tuffammo nella foresta tropicale a 2 mila metri e in un baleno sparirono l'aria fresca e le cime aguzze della Cordillera.
Comparvero invece piantagioni di banane, manghi e aranceti. Enormi eucalipti e cactus circondavano il Rio Pampas che scorreva impetuoso attraverso la sacra e profumata terra dei guerrieri Chancas. La strada numero 3 era piena di buche, polvere e curve. Io e Paul eravamo coperti di terra rossa dalla testa ai piedi. Seguimmo il fiume Apurima che per un po' scorreva sullo sfondo di nevai e ghiacciai. Trovammo diversi guadi lungo la via - e un paio di camion impantanati - e qualche villaggio silenzioso. Il resto del cammino fu poco più che una passeggiata fino alla Pampa de Anta (pianura delle miniere di rame) attraverso terre fertili, pascoli piatti e prati fioriti. La strada ci passava giusto in mezzo.
Poi all'improvviso apparvero le prime avvisaglie della città più bella del Perú. Qualche gruppo di case abbarbicate alla collina, una chiesa, un mercato e un incrocio con i binari della ferrovia a scartamento ridotto che saliva fino a Machu Picchu. Tirammo dritto verso il centro.
Cuzco quel giorno splendeva nel sole con i suoi 300 mila abitanti che se ne stavano stipati intorno alla celebre Plaza de Armas, tra colline e atmosfere rarefatte. Passeggiando tra le vie di pietra e i muri a cubi costruiti dagli Incas mi diressi con calma verso la cima delle colline: a 3326 metri di correre non se ne parlava proprio.
Vidi cieli cobalto e indios quechua a passeggio sotto i portici. Fantasmi tra le rovine. Chiese ricchissime, fregi e ornamenti scintillanti; qualche lama bianco brucava vicino ai templi.
Pensai di fermarmi per sempre tra i vicoli e le colonne di pietra della città. Ma il Lago Titicaca era una calamita. Non riuscii a resistere a lungo. Guidai in quota per altri 415 chilometri verso est per andare sulle rive del lago navigabile più alto e grande del mondo. Trovai acqua fredda, isole, canneti, profumi d'erba e luci oblique e taglienti, ristagni di alghe verdissime.
Puno apparve violenta: una colata di case color fango costruite tra le colline e la riva sabbiosa del lago. C'erano indios malmessi e tanti turisti. Troppi. Quassù si arriva soprattutto per le gite alle isole e magari per vedere le danze tradizionali (ne esistono 300 tipi diversi).
Ma non avevo gran voglia di starmene in città. Giù al porto, oltre il grande mercato, presi un battello diretto alle islas flotantes (agglomerati di canne di totora galleggianti) abitate dagli indios Uros. Ma ci rimasi male. Le comunità che vivono sulle isole (me lo avevano detto, a dire la verità...) erano ormai una farsa, un museo all'aria aperta con le cholitas (le donne vestite in abiti colorati, con il cappello e le gonne lunghe) appostate tra le case di giunco in agguato con i banchetti di souvenir pieni di modellini di barche di giunco. Ciononostante, le belle luci andine, i riflessi del sole sul lago, i colori dei canneti e la gentilezza di alcuni Uros, riscattarono la giornata.
Al tramonto l'aria era purissima e il cielo color delle melanzane.

Puno-Copacabana-La Paz - 400 km
Era ora di lasciare il Perú. Facemmo ancora pieno nell'ultimo "grifo" (da queste parti chiamano così i distributori perché le pompe di benzina ricordano i profili dei condor), e lasciai l'auto e Paul alla sbarra di confine. Bagagli in spalla, cercai l'ufficio doganale e ottenni il mio timbro d'uscita in un lampo. Cambiai qualche dollaro da un ragazzino e spesi 15 bolivianos per un taxi con gli interni di velluto rosso e i santini appesi che mi aiutò a superare gli ultimi 8 chilometri sino alla baia di Copacabana.
Il villaggio era piacevole. Ma la località, mi dissero, era famosa soprattutto per il grande santuario della Vergine della Candelaria che si trova alle spalle della collina. I pellegrini arrivano da tutto il Paese per venire a farsi benedire l'automobile nel parcheggio di fronte alla chiesa. Capitai lì proprio una domenica mattina e rimasi a bocca aperta vedendo la lunghissima fila di macchine, moto e bus in paziente attesa di essere spruzzati di vino frizzante, acqua santa e fiori mentre i preti facevano gli straordinari, ricevendo offerte, accendendo ceri e petardi e facendo foto ricordo con le Polaroid. Sembrava di stare in India. Buoni auspici per tutti.
Saltai dunque sul primo bus benedetto - americano e senza finestrini - in partenza per la capitale e mi godetti il panorama. Prima di abbandonare il lago vidi forse gli scorci più belli fino a quel momento. Acqua scura in primo piano, colline e ghiacciai sullo sfondo, affilati contro il cielo. Salii su un traghettino che collegava San Pedro e San Paolo, due minuscoli villaggi, e passai il braccio d'acqua più corto del Titicaca in compagnia di due pappagalli, un maiale pezzato e diverse Mujeres de Pollera (letteralmente "donne dalla gonna lunga", ovvero eleganti signore andine) dalla squillante parlantina aymara.
Poi in meno di tre ore mi ritrovai affacciato sulla spaventosa conca di La Paz dominata dai 6882 metri incoronati di neve del vulcano Illimani. Comparve un crepuscolo azzurrognolo e la valle si illuminò come un plastico. (continua)