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In scena con Buddha

Spettacoli hi-tech tra le rovine delle antiche capitali reali. Grandi restauri e nuovi musei. La Thailandia post tsunami reagisce con la cultura

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Wat Phra Mahathat ad Ayutthaya, è un groviglio di cavi. Grossi serpenti di gomma nera si snodano in ogni direzione e si arrampicano sinuosi sui riflettori che i tecnici della versione thailandese (avveniristica e un po' kitsch) dello spettacolo "Suoni e luci" hanno montato a centinaia. Gli addetti al palco si affrettano a dare gli ultimi colpi di sega e di pennello alla parata di carri sacri e alla corte di re Trailok che fa da sfondo.

 

A qualche banyan di distanza un gruppetto di comparse, con il volto eccessivamente truccato, cammina a piccoli passi nervosi verso l'improvvisato guardaroba. Il fruscio delle loro sciarpe di seta suona come una dolce e sensuale promessa nell'aria tiepida. Via gli orologi dai polsi. Quando le ragazze, provenienti dalle campagne attorno, si trasformano in principesse e dame di corte e i giovani meccanici del vicino villaggio in valorosi eroi di guerra, non è più tempo di Swatch e Rolex falsi.

Nell'antica capitale del Siam va in scena il Medioevo. Che lo stile dello spettacolo corrisponda a quello dell'epoca lo dimostra, qualche ora più tardi, l'infernale tempesta elettronica scatenata dagli operatori arrivati da Bangkok che hanno azionato sofisticatissime e avveniristiche apparecchiature.

"The Golden Era of Ayutthaya...", tuona la voce del narratore nel cielo tempestato da un numero infinito di stelle, che, a dire il vero, suona più comizio piuttosto che rievocazione storica. I pinnacoli rosi dal tempo dell'antico wat in rovina si accendono di azzurro, fucsia e verde acido nell'oscurità di seta nera. Sul palco gli intrepidi guerrieri dell'"Epoca d'Oro" di Ayutthaya incrociano le spade di cartone nel tentativo di salvare il salvabile.

Il pubblico, affascinato, segue attento il polpettone storico come fosse una delle infinite soap opera trasmesse dalle televisioni thai, sgranocchiando al posto del pop-corn cavallette e cicale fritte e uccellini impanati. Non si scompone nemmeno, quando i malvagi birmani prendono d'assalto il palco esterno, mettendo così fine alla gloriosa potenza di Ayutthaya. L'antico splendore è definitivamente spazzato via in un tripudio di fuochi artificiali, eccessivi persino per queste antiche mura, che pure di botti nel corso dei secoli ne hanno sentiti tanti.

Mentre le fiamme divorano la città, arriva l'anno 1767, e con esso la fine dello spettacolo. Tra la nebbia di ghiaccio secco e il sottofondo di cori mistici gli spettatori piangono. Il Buddha, montato su un'impalcatura d'acciaio è bombardato da straordinari effetti di luce, grazie all'impianto elettrico da 10 mila watt e a un numero di lampadine quasi altrettanto esagerato.

Il mattino dopo è come se nulla fosse successo. Le tribune, allestite per il pubblico, sono già per metà sugli autocarri e le gloriose rovine di Ayutthaya hanno riacquistato l'austera imperturbabilità di sempre. Anche senza la suggestione del mega impianto luminoso, è impossibile visitare l'antica capitale reale senza ricordarne gli anni di gloria e splendore. L'accesa tonalità rosso mattone delle sue secolari architetture abbaglia il visitatore ancora prima che abbia raggiunto la mitica "King Size City".

Templi e tempietti si ergono al centro di un incrocio, si stagliano come dipinti sullo sfondo di una risaia verde smeraldo, si fanno largo tra i nuovi palazzi senza volto della periferia e indicano la strada verso quella che per 417 anni (dal 1350 al 1767) è stata la capitale del Siam. Per coglierne tutto il fascino è necessario entrare nel perimetro urbano, delimitato dal corso di tre fiumi e di un canale, perché è lì che sorge il Phra Nakhon Sri Ayutthaya Historical Park.

Oltre tre chilometri quadrati di rovine dichiarati dall'Unesco Patrimonio Mondiale dell'Umanità, un cesellato complesso di palazzi, templi, monasteri e pinnacoli che non trova paragoni nel pur esuberante panorama architettonico dell'Indocina e del Sud Est asiatico e che non ha perso il suo straordinario fascino nemmeno dopo che, negli anni Sessanta, ben 84 dei 384 monumenti che costituivano il complesso archeologico originario sono caduti sotto i colpi dello sviluppo economico e della mafia del mattone.

"Certo, quello è stato un errore molto grave che si è ripetuto purtroppo anche in tempi più recenti e che ha coinvolto numerosi altri siti archeologici del nostro Paese", sostiene Kittisak Phauk, storico dell'arte che si batte da decenni per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio artistico del "Paese degli uomini liberi". "La guerra del Vietnam, i marines nordamericani e la Orient Fermereisen, agenzia turistica di Hannover che per prima lanciò i sexy tour all'inizio degli anni Settanta, consacrarono la Thailandia come paradiso del sesso.

Bar e sale di massaggio si moltiplicarono per confortare il riposo dei guerrieri in licenza e i corpi stressati di occidentali in cerca di facili avventure. Poi vennero i gruppi degli inclusive tour a riempire hotel e resort super lusso costruiti in tutta fretta un po' ovunque, non solo su isole e coste. Il gioco era fatto. La Thailandia si trasformò nel paradiso delle vacanze esotiche a buon mercato. Ma da qualche anno si è invertita questa tendenza che ha procurato anche notevoli danni ambientali. Abbiamo puntato sulla valorizzazione delle nostre tradizioni, della nostra cultura e del nostro patrimonio artistico.

Centri archeologici, pagode, monasteri e palazzi d'epoca sono stati restaurati. Nuovi musei sono stati aperti e quelli già esistenti arricchiti di preziosi reperti. Una scelta che si è dimostrata vincente, anche in occasione della tragedia provocata dallo tsunami. Il flusso turistico, infatti, non si è interrotto. Città d'arte e siti archeologici hanno continuato a ospitare viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo". Per i thailandesi Ayutthaya è il simbolo del glorioso passato nazionale iniziato nel XIII secolo, il cui culmine ha coinciso con l'epoca d'oro della città reale.

Oggi è méta ideale per affascinanti lezioni di storia all'aria aperta. Nel Wat Ratchaburana, che sorge proprio di fronte al Wat Mahathat, gli scolari sfiorano assorti le piume dei Garuda, i mitici uccelli affrescati sulle pareti, mentre l'insegnante parla di "stile a pannocchia", di "stupa" (l'edificio-reliquiario che gli addetti ai lavori chiamano "prang") e delle forti influenze indiane cui Ayutthaya deve, a quanto pare, non solo l'architettura, ma anche il nome: deriverebbe infatti da Ayodhya, la cittadina nell'India nord-orientale dove nacque Rama e dove si svolge l'epica del Ramayana, il poema sacro indù.

All'ombra dei giganteschi banyan, che sussurrano a ogni alito di vento, si ascolta volentieri persino la storia raccapricciante dei principi Ai e Yo, fratelli del re Boromraja II, da lui arsi vivi al termine di spietate lotte di potere proprio nel punto in cui, nel 1442, sarebbe sorto il Wat Ratchaburana. Un aneddoto esemplare della storia di Ayutthaya, che si eleva su un terreno impastato d'oro e di sangue.

"Ogni scavo riporta alla luce nuovi tesori: un Buddha di bronzo, un'insegna reale, pietre preziose", racconta l'archeologo Suan Kamthien, "ma, soprattutto, conferma il glorioso passato di Ayutthaya. Per oltre 400 anni la città si impone come la prestigiosa capitale di uno tra i regni più ricchi e potenti di tutto il Sud Est asiatico.

Fondata intorno al 1350, nel momento del suo massimo splendore estende il suo potere da Angkor, ad est, in Cambogia, fino a Pegu, ad ovest, nell'attuale Myanmar, ed è al centro di un'attiva rete di traffici internazionali. Nel XVII secolo vi sono rappresentate più di quaranta nazionalità. Lungo i canali della "Venezia d'Oriente", oltre alle barche dei nobili e della corte thai, incrociano giunche cinesi, dhow arabi e navi europee. Infatti, i resoconti dell'epoca narrano di gusti eccentrici e lussi sfrenati.

Pare che, in pieno sole, il rivestimento in mosaici d'oro massiccio di templi e palazzi fosse così brillante da far male agli occhi, e che il trattamento riservato agli elefanti del re lasciasse a bocca aperta mercanti e viaggiatori stranieri: "Dormono su cuscini di seta e mangiano da trogoli d'oro puro" scrive nel 1596 il belga Jacques de Coutres. "Il Buddha scomparso dal Wat Sri San Phet, poi - alto 16 metri e coperto da 250 chili di lamina d'oro - meriterebbe un capitolo a sé nei libri di storia dell'arte".

Ma il resto dei tesori archeologici thailandesi non è da meno. A un'ottantina di chilometri più a nord sorge Lopburi. Venne fondata nel 468, ma i suoi templi risalgono in buona parte al XII secolo. Sui muri di laterite rossa ormai anneriti del Wat Phra Prang Sam Yot le divinità della trimurti indù, Brahma, Shiva e Vishnu, compaiono al fianco dei mitologici serpenti Naga.

Il tempo e i monsoni ne hanno reso quasi irriconoscibili i tratti, ma la loro presenza testimonia di un'epoca in cui il buddhismo non era ancora la religione ufficiale del Paese: "Lo stile di Lopburi è il sigillo artistico e architettonico del periodo khmer, durante il quale la Thailandia intrattiene rapporti diretti e intensi con il regno di Angkor", spiega Apin Banduwongse, che si occupa della valorizzazione dei siti khmer.

"Ai khmer la Thailandia deve alcuni dei propri complessi religiosi più affascinanti: Pimai, il più imponente e meglio conservato di tutto il Paese, Muang Tham e Phanom Dung. Concentrati tutti nelle province orientali, al confine con la Cambogia, sono ancora poco visitati. Per valorizzarli si è riattivato il tracciato della "Via dei Re" che collegava Angkor con il bacino del Mae Nam. Nel passato era molto importante, come quella che nel Medioevo in Europa univa il Rodano al Reno".

Ancora più a nord, ancora più indietro nel tempo: Sukhothai, la prima capitale del Siam, fondata nel 1238. Qui sono stati riportati alla luce oltre 200 templi, grazie ai contributi dell'Unesco. "Per 200 anni il regno gode di una fioritura artistica senza pari. Grazie anche alla presenza di architetti di valore si costruiscono edifici sacri che si integrano armonicamente con gli specchi d'acqua che punteggiano il sito", spiega lo storico Makeo Dokomai. A Sukhothai -che significa "L'alba della felicità e l'ombra del piacere infinito" - il Buddha è raffigurato mentre avanza verso gli uomini con la mano destra sollevata per portare loro la pace dello spirito. Le spalle sono ampie e la vita sottile. La stessa silhouette dei fotomodelli che da ore stanno posando in costume da bagno sullo sfondo elegantemente allusivo degli stupa.