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Tra i mille fiordi

Una crociera su un veliero d'epoca nell'Inside Passage, lungo la costa nord del British Columbia in Canada. Un'avventura naturale in mezzo a cascate, sorgenti calde, foreste antichissime e balene in amore
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Per riuscire a raggiungere velocemente il molo d'imbarco avevo bisogno subito di un taxi, e di un traghetto. Ero atterrato in ritardo a causa di temporali e nuvolaglie varie e non sapevo se mi avrebbero aspettato per la traversata. Chiamai un numero affisso in bacheca fuori dal prefabbricato che fungeva da sala arrivi e partenze del villaggio di Waglisla (Bella Bella in lingua heiltsuk) e dopo 15 minuti montai su un pick up Chevrolet guidato da un'indiana grassoccia e poco socievole che lanciò il mio zaino sul cassone posteriore della macchina e sgommò giù per la collina fangosa.

 

Il Beaver, l'idrovolante che mi aveva depositato quassù nel cuore marino del British Columbia dopo due ore di volo, era già ripartito per Vancouver. Ero sceso da solo sotto un cielo grigio che non prometteva nulla di buono e lasciava cadere gocce di pioggia sottili e scure. La foresta copriva l'orizzonte sino al fiordo. Era più o meno l'ora di pranzo e non si …

Per riuscire a raggiungere velocemente il molo d'imbarco avevo bisogno subito di un taxi, e di un traghetto. Ero atterrato in ritardo a causa di temporali e nuvolaglie varie e non sapevo se mi avrebbero aspettato per la traversata. Chiamai un numero affisso in bacheca fuori dal prefabbricato che fungeva da sala arrivi e partenze del villaggio di Waglisla (Bella Bella in lingua heiltsuk) e dopo 15 minuti montai su un pick up Chevrolet guidato da un'indiana grassoccia e poco socievole che lanciò il mio zaino sul cassone posteriore della macchina e sgommò giù per la collina fangosa.

 

Il Beaver, l'idrovolante che mi aveva depositato quassù nel cuore marino del British Columbia dopo due ore di volo, era già ripartito per Vancouver. Ero sceso da solo sotto un cielo grigio che non prometteva nulla di buono e lasciava cadere gocce di pioggia sottili e scure. La foresta copriva l'orizzonte sino al fiordo. Era più o meno l'ora di pranzo e non si vedeva anima viva in giro. Sembrava un villaggio fantasma. Le poche case erano chiuse, le strade deserte. Giù al porto i pescherecci erano tutti all'ancora e persino lo spaccio era sprangato. Io dovevo arrivare a un piccolo molo dall'altra parte della baia prima che il "Duen", il mio veliero in partenza per gli Inlets del Nord, salpasse.

Fu uno di quei momenti di stallo che capitano spesso a Paperino & nipoti quando sbarcano a Timbouctù o nel Paese degli asini volanti, nonché ai viaggiatori e vagabondi professionisti che girano per il mondo un po' troppo spesso. Con i bagagli in spalla mi guardai in giro, classificai l'ambiente e riordinai le possibilità. Atmosfera?...Non ostile. Aiuto possibile da terzi?.. Praticamente nessuno. Idee su che fare?...Nemmeno l'ombra. Di solito a questo punto mi siedo per terra e aspetto. I più fortunati possono accendersi una sigaretta e darsi un contegno. Io, che non fumo, invece mi metto a guardare per aria e mi tolgo le scarpe.

Immancabilmente qualcosa capita.

Dopo una mezz'ora di nulla cerebrale un motore si accese infatti in fondo alla fila di barche sbuffando gasolio vaporizzato dal fumaiolo. Immediatamente spuntarono anche tre uomini e una ragazza dal pontile con un bimbo dagli occhi a mandorla per mano. Mi avviai alla svelta verso la pilotina azzurra che sembrava in partenza da un secondo all'altro e saltai a bordo.

Era il servizio bus del villaggio che faceva spola quotidiana tra le frazioni e le comunità di indiani e taglialegna affacciate sullo stretto di Hecate, il braccio di mare che bagna la meravigliosa Great Bear Rain Forest Coast. Pagai due dollari ed entrai nel pozzetto coperto assieme agli altri. Aspettammo venti minuti, invano. Scesi allora di nuovo sul pontile e buttai un occhio impaziente dentro il ponte di comando. Dall'oblò non si vedeva nessuno.

Il motore bofonchiava al minimo. Aprii la porta tagliafuoco e per poco non decapitai il capitano che se ne stava disteso a faccia in giù a fare flessioni sulle braccia. Si alzò con tutta calma e con un lieve affanno nella voce mi gelò sulla soglia: "Se non approfitto dei tempi morti per stare in forma non ho scampo. Devo fare 500 piegamenti al giorno per essere tranquillo. Non voglio mica diventare molle e obeso come questi indiani qui. Sono appena a metà dell'opera, ma tu qua dentro non ci puoi rimanere. Aspetta di là con gli altri, appena ho finito metto in marcia la baracca e vi porto dall'altra parte a far baldoria... Now balls off...".

Era un ragazzo di appena 30 anni, magro come un giovane abete, tutto nervi e tic facciali. Trattenni una dozzina di male parole, mi specchiai nei suoi occhiali da sole e tornai al mio zaino e alla mia pazienza.

I due alberi di legno del "Duen", un veliero d'epoca che solca queste acque brune ogni estate dal 1985, apparvero finalmente, mezz'ora più tardi, tra la foschia e il bosco, rivelando la posizione della nave ancorata poche miglia a oriente di Campbell Island dietro un promontorio. Michel Hobbis, il capitano, barba nerissima, occhi azzurri, cerata e cappello impermeabile in testa, stava facendo rifornimento di acqua e aspettava solo me per alzare le vele. Aveva appena sentito le previsioni alla radio e mi stava spiegando che nella notte sarebbe arrivato vento forte da nord. Quindi, meglio muoversi alla svelta, miei comodi permettendo...

Si rincalzò i guanti e si mise al timone. Trovammo una rotta veloce verso un fiordo profondo e ben protetto e navigammo qualche ora seguiti da gabbiani e falchi. La notte cadde lenta e buia ma né io né il "Duen" ce ne accorgemmo neppure.

Sognai indiani con gli occhiali a specchio e spiagge caraibiche...

Il mattino successivo non fu né radioso né epico. Fuori dal quadrato di poppa tirava un'aria umida e profumata di muschio e uova fritte. Battagliole e sartie vibravano e fischiavano nel vento. Di raggi di luce nordica nemmeno a pensarci. I banchi di nuvole tagliavano a metà i picchi delle montagne boscose che ci circondavano completamente e centinaia di cascate gorgogliavano in tutte le direzioni alimentate dai 300 giorni all'anno di acquazzoni. Non sarebbe stata una buona giornata per esplorare il mare.

Ci trovavamo tra la sponda settentrionale dell'isola di Vancouver e il confine con l'Alaska, esattamente nella James Bay, lungo un tratto di oceano Pacifico che s'insinuava tra le baie infinite della British Columbia. Terra di indiani Heiltsuk, Kitasoo e Haisla, che ormai vivono solo in comunità stanziali nel sud del Paese, lavorando nel commercio spicciolo, nei trasporti e nell'industria del legname, tentando in qualche modo di salvare il possibile della loro cultura.

La foresta quassù è ricchissima di primati e stranezze naturali. È un controsenso geografico. Un posto così non dovrebbe esistere. Invece la Great Bear Rainforest Coast ricopre un'area grande come il Belgio, ed è davvero una delle ultime regioni totalmente selvagge del pianeta. A leggere le notizie e le statistiche che la descrivono c'è da rimanere a bocca aperta. Ospita infatti oltre tremila esemplari di orsi grizzly, 230 specie di uccelli, 68 diversi mammiferi e migliaia di insetti e microrganismi, buona parte dei quali non sono stati ancora classificati.

Ha una biomassa incredibile (superiore alle foreste del Congo) e possiede caratteristiche a mezza strada tra i boschi alpini, le giungle subequatoriali e gli ambienti marini nordamericani. Licheni, muschi, muffe naturali e liane ciclopiche avvolgono cedri, abeti, betulle, massi erratici e scogli trasformando il sottobosco e le rive del mare in un inferno verde impenetrabile.

Le forme naturali cui siamo abituati, qui sono completamente stravolte, così come le percezioni ambientali. Sembra di essere nella preistoria. Mancano solamente gli pterodattili in volo.

Bordeggiando lungo il celebre Inside Passage, il varco marino protetto, che si snoda tra le isole esterne e la costa, ancora oggi unica via di navigazione sicura per raggiungere l'estremo nord del continente americano durante l'inverno, s'imparano un sacco di cose sulla meteorologia acquatica. Oltre James Bay, visitando man mano gli altri canali interni e i fiordi straordinari di Poison Cove, Mussel Inlet (nel cuore del parco naturale di Fjordland), Quigley Creek e Loredo, fino al Meyer Passage e al mare aperto, di fronte alle rive sabbiose della Princess Royal Island, si scopre per esempio che le acque turbolente, teatro di navigazioni epiche e di scoperte geografiche epocali, sono abitate da leoni di mare, orche, balene, delfini ma sono spesso caratterizzate da tempeste e correnti infide che nulla hanno da invidiare a quelle di Capo Horn.

E s'impara anche che basta un pomeriggio di sole per far tornare tutto alla splendente normalità.

Sotto la luce primaverile appare dunque una terra di mezzo fatta di fondi oceanici ricchissimi, sorgenti calde, prati d'erba e cascate scintillanti. Due passi sulle rive di una penisola qualunque, all'ombra di picchi innevati anche in estate, sono sufficienti per innamoramenti primordiali in una natura selvatica ed esuberante, patria di orsi e alci, salmoni e castori sorvegliata da aquile dalla testa bianca e da secoli di equilibrio ecologico.

Nel tardo pomeriggio tornammo tutti in barca e ci preparammo per la notte, sperando in un miracolo atmosferico. Cominciò invece l'ennesima pioggerella battente che in breve si trasformò in un acquazzone torrenziale. Chiudemmo oblò e boccaporti, mentre Michael e Cheryl, la biologa e cuoca di bordo, accendevano la magnifica stufa norvegese sottocoperta e cominciavano a cucinare tranci di salmone al forno con patate e formaggio. Fuori la "Grande Foresta dell'Orso" riposava silenziosa.

Probabilmente domani sarebbe stata una buona giornata. Finalmente.

(9 aprile 2005)