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Isole nel Dolce Mare

Così gli indios chiamavano la bella Ometepe e le Solentiname, selvaggio arcipelago nel lago Nicaragua. Per le loro foreste e i vulcani, ma anche per i borghi degli artisti, sono oggi diventate ambitissime eco-mete
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La prima volta che finii in Nicaragua, per caso, inseguivo una scultrice finlandese. Lei stava a Ibiza, dove aveva una casa persa nella natura, senza acqua corrente né elettricità. Però c'era un pozzo appena fuori, e lucerne, lampade a petrolio, più tante candele per far luce.

Grandi alberi intorno, forse sugheri, una strada di terra rossa assediata dai cespugli, la striscia del mare appena sopra le chiome, oltre la scogliera. Lì non arrivava neppure l'eco delle carovane motorizzate dei vacanzieri. Eppure Ibiza è l'isola-icona da rotocalco di bassa gamma, fatta solo di estati e discoteche, di trasgressivi impiegati in bandana e fanciulle dai seni altissimi, trasgressive anch'esse perché invece di dormire di notte dormono di giorno. Ma solo per una-due settimane di stacco feriale da una probabile, inesorabile, noia in provincia.

Forse voi non lo sapete, ma appena fuori dall'estate, e appena un poco più in là dei circuiti destinati al turismo a forfait, Ibiza diventa un …

La prima volta che finii in Nicaragua, per caso, inseguivo una scultrice finlandese. Lei stava a Ibiza, dove aveva una casa persa nella natura, senza acqua corrente né elettricità. Però c'era un pozzo appena fuori, e lucerne, lampade a petrolio, più tante candele per far luce.

Grandi alberi intorno, forse sugheri, una strada di terra rossa assediata dai cespugli, la striscia del mare appena sopra le chiome, oltre la scogliera. Lì non arrivava neppure l'eco delle carovane motorizzate dei vacanzieri. Eppure Ibiza è l'isola-icona da rotocalco di bassa gamma, fatta solo di estati e discoteche, di trasgressivi impiegati in bandana e fanciulle dai seni altissimi, trasgressive anch'esse perché invece di dormire di notte dormono di giorno. Ma solo per una-due settimane di stacco feriale da una probabile, inesorabile, noia in provincia.

Forse voi non lo sapete, ma appena fuori dall'estate, e appena un poco più in là dei circuiti destinati al turismo a forfait, Ibiza diventa un magnifico rifugio, verde e blu per i boschi e il mare, selvaggio e polveroso perché ci sono le rocce e le scogliere. E solitario, perché gli impiegati in bandana e le ragazzine dai seni altissimi, e i Valentino Rossi che qui hanno casa con acqua ed elettricità, e probabilmente perfino una piscina, appena finisce agosto se ne vanno. Così tutto ritorna naturale. Ma tutto questo alla finlandese non bastava. Così se n'era andata, perché gli artisti fuggon sempre a cercare qualcosa.

Finimmo su un'altra isola: piccola, selvaggia, senza discoteche, dall'altra parte del mondo. Dentro un immenso lago che sembrava un mare. Eravamo nell'arcipelago di Solentiname, lago Nicaragua. Nel Sudamerica più difficile.

Film impietosi, tragici, sono stati girati qui: e quando ti capita di passarci, venendo da una frontiera di un Paese vicino, dal Costarica a sud o dall'Honduras a nord, i poliziotti di confine e i soldati di guardia alle barriere inquietano, più che rassicurare. Secchi, scuri, mitra in mano, pistola evidente alla cinta, circondati dalla pessima fama che spesso circonda ogni divisa centro o sudamericana. Oltre le barriere della dogana, un Paese dalla storia tormentata e dall'equilibrio geologico instabile.

Il Nicaragua fa parte dell'istmo centroamericano, una delle zone più giovani della Terra, ancora in via di assestamento. Qui passa la grande depressione, come i geologi chiamano "il solco tettonico" che può essere considerato il vero confine fisico tra i "triangoloni" dell'America del Nord e dell'America del Sud. Che peraltro si erano saldati nel Miocene, leggo, a furia di eruzioni. Perché qui è pieno zeppo di vulcani, e ogni tanto esplodono pure. Come ogni tanto ne nascono.

Il più recente è il Cerro Negro, un vulcanetto di 350 metri nato appena nel 1850. Il più noto è il Momotombo, responsabile di violente eruzioni come quelle del 1870 e del 1886, che lo hanno ridotto da 1600 metri ai 1280 attuali. Poi ci sono il Chonco, il San Cristóbal (detto anche El Viejo: 1745 m, il più alto vulcano del Nicaragua), Rota, Hoyo, e altre decine.

Nel promontorio di Cosigüina, che si protende a chiudere il golfo di Fonseca, si apre la vasta caldera, del diametro di un chilometro, impressionante testimonianza dell'esplosione che nel 1835 squarciò il vulcano Cosigüina: la scossa fu avvertita a migliaia di chilometri di distanza e piogge di ceneri caddero in un raggio di 1200 chilometri.

In questo Paese i terremoti sono frequenti, e non di rado disastrosi: quelli del 1931 e del 1972 hanno colpito la capitale riducendola un cumulo di rovine. Che dire di un posto così, che si modifica mentre tu lo vivi? Che si agita, freme, impazzisce? Per contrasto, le Solentiname, trentasei isole piccole e grandi piantate dentro il lago Nicaragua, sono un luogo di pace. Uno di quei posti speciali che rendono unico il mondo degli artisti. Che, in fondo, è un mondo privato.

Il lago è una spianata d'acqua di cui non vedi la fine: devi guardare una carta e prendere un centimetro per scoprire che è lungo 180 chilometri e largo 60. Dentro, ci sono 354 isole, piccole e grandi, pezzi di lava buttati giù nei millenni dal vulcano Mombacho. Cocibolca, così il lago è chiamato dagli indios, che hanno un vocabolario semplice, basato sulle sensazioni: vuol dire "dolce mare", perché è grande come un mare ma non ha le sue onde "cattive". Acqua piatta e azzurra con dentro galleggianti rifugi naturali. Anche Violeta Chamorro, l'ex presidentessa, possiede un'isola. E ne aveva una il dittatore Somoza, che faceva il servo agli Stati Uniti e aveva il potere, e contribuiva a mantenere l'ecosistema del lago.

Ci sono piccoli squali d'acqua dolce, vera rarità faunistica che in realtà non si avvistano da tanto tempo e forse sono solo leggendari. Servivano a Somoza, dicono le leggende, per far sparire gli oppositori politici. Poi neanche Somoza servì più agli Usa e gli squali si sono rassegnati a nutrirsi di altri pesci più piccoli. Altri scogli appartengono ai comandanti sandinisti, perché anche loro cercano rifugi.

Un cordone ombelicale che si chiama rio San Juan unisce il lago all'oceano Pacifico; tante storie lo uniscono al passato complicato e al presente di speranza del Nicaragua. Il fiume fu un'autostrada naturale per i conquistadores, arrivati alle coste dell'America Centrale sulla scorta delle informazioni di quel Cristobal Colón che aveva girovagato da quelle parti per primo: si insinuava dentro la terra, facendosi largo nel verde umido di una foresta fatta di alberi alti anche 60 metri e di un sottobosco impossibile abitato da ocelot, facoceri, puma, giaguari, bradipi. E da mille specie di scimmie che urlano nel silenzio della barca che scivola nell'acqua, e da uccelli belli come i falchi, invisibili come i colibrì, mitici come il quetzal, l'uccello sacro dei Maya.

C'erano anche uomini, incidentalmente: apparivano sulle rive del fiume, s'intravedevano i loro villaggi. Gruppi tribali stanziali, culturalmente tributari dei vicini Maya. Coltivatori, pacifici cacciatori di scimmie. Fu Nicarao, dicono le cronache, capo di una tribù, ad accogliere nel 1522 Gil González Dávila coi modi gentili e semplici della sua gente. E Dávila, in suo onore, chiamò Nicaragua una terra che aveva già un suo nome e non aveva bisogno di essere rinominata. L'anno dopo fu Francisco Férnandez de Córdoba a venire da queste parti, perché era il tempo in cui i conquistadores spagnoli calavano sulle nuove terre come cavallette. Si disse che pacificò la regione perché già a quei tempi si conquistavano Paesi esportando la pace. E fondò la prima città dell'America Centrale: Granada.

I selvaggi senza Dio, in seguito, sarebbero stati tolti dall'ignoranza, volenti o nolenti, ma non si sa in nome di quale Dio. E la Chiesa, qualche secolo più tardi, dopo il 1839, anno in cui il Nicaragua divenne Repubblica indipendente ed ebbe un inizio difficile, avrebbe avuto un ruolo politico decisivo.

Il Paese era devastato da guerre civili che vedevano contrapporsi liberali e conservatori: in realtà una lotta tra due fazioni oligarchiche, che si disputavano il controllo della proprietà fondiaria. Una situazione ereditata dall'epoca coloniale che aveva creato una società divisa in due: da una parte i "signori della terra" e i loro clientes, dall'altra la maggioranza della popolazione, contadina, analfabeta, povera. Al fianco dei proprietari c'era la Chiesa, detentrice di cospicue ricchezze ancora in nome non si sa di quale Dio. I liberali avevano il loro quartier generale nella città di León, i conservatori a Granada.

Granada è ancora lì. Ci arrivi per forza da Managua, la capitale, se vuoi scoprire il lago e la storia del Paese. Architetture coloniali, chiese missionarie, le sontuose ville dei conquistadores: la sciagurata storia della conquista raccontata dai muri. E lo spirito latino. Hanno fama di grandi festeggiatori, gli abitanti di Granada: la festa di Maria Immacolata dura 3 giorni, e sono balli, birra, processioni rumorose come concerti rock, feste, fuochi d'artificio per 3 notti, in un misto di misticismo e ironia. Perché i missionari con la spada hanno lasciato eredità di segno opposto.

Un battello porta ad alcune delle 354 i- solette del lago Nicaragua. Isletas che sono solo pezzi di lava, o terre più grandi. Il livello d'acqua è così basso che si possono osservare intere famiglie, immerse fino alla pancia, che pescano il guapote, un pesce gustoso rintracciabile solo in queste acque.

A sud-est c'è l'isola più grande del lago, Ometepe. Profilo vulcanico, come sempre. Ne ha due, di vulcani, uno è spento, l'altro attivo. Quello spento si chiama Maria Concepciòn: volendo ci si va a piedi (5 ore) per rendersi conto di che luogo straordinario è. Si passa dalla vegetazione tropicale a quella alpina, tra paesaggi surreali, per arrivare sul bordo di un cratere spento che però emana ancora calore.

Il resto sono piccoli villaggi, fattorie sul bordo del lago, spiagge di sabbia fine. Un altro battello porta a San Carlos, all'altra riva del lago, al confine con il Costa Rica. Una notte di navigazione per arrivare in un avamposto chiamato città. Una città di transito, un immenso mercato regionale, una città da Far West, solo molto più umida e macilenta. La main street è fangosa, un porto e una piazza zeppa di ristoranti, empori, alberghi che affittano camere, un posto e due ganci dove appendere la propria amaca. Una capanna di legno si dice Banca Nazionale.

Da qui partono i camion e i pullman che portano nei paesini sperduti dell'interno, nella foresta tropicale che arriva fino alla costa caraibica. In questa parte del lago c'è l'arcipelago fatato delle Solentiname. Appena due ore di battello singhiozzante da San Carlos per precipitare in questo sontuoso Eden colto e naïf, roccaforte, nei tempi tragici della dittatura, degli oppositori, e oggi luogo di fuga per chiunque voglia fuggire. Qui è nato il movimento dei pittori "primitivisti", qui abitano i suoi esponenti più rappresentativi.

Una microsocietà senza tensioni, tra silenzi e riflessioni. Una vita semplice. Così ci si sente diversi, come dire, impregnati di natura, capaci di passare sere intere a guardare le stelle con un orizzonte scuro di piccole isole intorno. Si dice dell'arte primitiva che è "ingegnosa perché osa sognare".

Il mondo che rappresenta non è necessariamente quello in cui siamo costretti a vivere, ma il mondo che tutti in realtà sognano. Un mondo di innocenza, pace, senza peccato, perché l'arte primitiva rifiuta di accettare una realtà inumana. "Per questo", dice Miguel d'Escoto Brockman, membro onorario della Fondazione degli artisti associati del Nicaragua, "può essere considerata a tutti gli effetti un'arte rivoluzionaria, che ispira la rivoluzione".

Ma qui è più facile rappresentare l'utopia del mondo perfetto. Ce l'hai davanti, basta copiare. Qui finimmo io e la bella finlandese. Ammirando quadri che rappresentano un'utopia. O un'utopia vera rappresentata sulla tela.