Sahalin la selvaggia
Bruno Birolli*
Yuzhno è una città piatta, senza attrattive. Grazie al petrolio è la seconda città più ricca della Russia. Lo si capisce dal gran numero di negozi e di macchine nuove di pacca. Lungo 940 chilometri ma con una larghezza massima di 100 nel punto più ampio, questo dito di terra è attraversato da una strada che parte dal porto di Korsakov per poi risalire in direzione nord fino a Oha.
Sotto il regime comunista, Korsakov era una base della flotta sovietica del Pacifico, rigorosamente vietata agli stranieri. Quando se ne sono andati, i militari hanno abbandonato due barche arrugginite. Oggi alcune navi fanno la spola con il Giapp…
Yuzhno è una città piatta, senza attrattive. Grazie al petrolio è la seconda città più ricca della Russia. Lo si capisce dal gran numero di negozi e di macchine nuove di pacca. Lungo 940 chilometri ma con una larghezza massima di 100 nel punto più ampio, questo dito di terra è attraversato da una strada che parte dal porto di Korsakov per poi risalire in direzione nord fino a Oha.
Sotto il regime comunista, Korsakov era una base della flotta sovietica del Pacifico, rigorosamente vietata agli stranieri. Quando se ne sono andati, i militari hanno abbandonato due barche arrugginite. Oggi alcune navi fanno la spola con il Giappone, scambiando il legno con automobili di seconda mano.
Fino a non molto tempo fa, i salmoni invadevano i corsi d'acqua alla fine dell'estate. Ma il bracconaggio ha dato origine ad autentiche carneficine, al punto che i fiumi sono ormai quasi disabitati. I bracconieri vanno a caccia di "ikra", il caviale rosso.
Catturate con le reti, le femmine del salmone vengono sventrate e i loro corpi, parecchi chili di ottima carne, abbandonati alle mosche. Non avendo valore commerciale, i maschi vengono invece risparmiati e proseguono inutilmente la loro risalita dei fiumi. Perché a monte non troveranno più femmine da fecondare. Questa carneficina è severamente vietata. Ma chi si preoccupa di rispettare le leggi, a Sahalin?
Per ritrovare i salmoni nel loro stato naturale bisogna abbandonare la pianura abitata. La strada segue dapprima la costa. All'improvviso il paesaggio si rischiara. Spazzato dal vento, il cielo è di un blu quasi verde. Dal lato della terraferma, la spiaggia interminabile è fiancheggiata da un acquitrino.
Aironi dall'andatura elegante punteggiano di bianco i giunchi dove in primavera si posano le oche e le anatre selvatiche durante le loro migrazioni. I pescatori alla ricerca di salmoni e alghe commestibili hanno eletto il proprio domicilio in mezzo alle dune. L'auto oltrepassa un antico ponte giapponese, una delle rare tracce architettoniche lasciate da questi primi colonizzatori che hanno occupato la zona sud fra il 1905 e il 1945.
La strada prosegue poi diritta nella foresta. I camion che procedono a rotta di collo avvolti in nuvole di polvere non riescono comunque a spezzare la monotonia della taiga. Non essendoci nulla da osservare per distrarsi un po', c'è chi spera addirittura in un imprevisto. Che si manifesta in una forma di cui avremmo fatto volentieri a meno: una gomma bucata. Vadim, l'autista, toglie due chiodi dal pneumatico. Dopo una riparazione sommaria, si riparte fino a raggiungere il villaggio successivo, Smirnyh. Questa lunga fila di isbe ha una sola attrattiva: una locanda gestita da cinque donne, l'unica fra Yuzhno e Nogliki.
"Dove stiamo andando noi, non si può più parlare di civiltà", ha promesso Vadim. Il colle di Chamginskiy è sorvegliato dal monte Lopatino (1600 m), per lo più immerso nelle nubi. Su questa montagna a volte nevica in estate. Le pendici scoscese sono coperte di betulle.
Più in alto, quasi nelle nuvole, iniziano le distese di mirtilli selvatici dove gli orsi sono soliti passare per fare razzia. Al riparo dalle valanghe, l'amministrazione ha installato una stazione meteorologica. Il meteorologo fisso è il giovane e biondo Piotr. Non sa quando verrà trasferito altrove.
Tutto dipende dalla prossima auto inviata da Yuzhno. "Mi piace vivere da solo", dice. "L'uomo non è fatto per rimanere seduto otto ore davanti a un computer". I suoi unici visitatori regolari sono gli orsi che vengono a fiutare la sua capanna.
Qualche settimana fa, un orso più temerario degli altri, o forse solo più affamato, ha incollato il muso alla finestra. Piotr parla con un certo affetto dei suoi burberi e piuttosto ingombranti vicini: "Fra noi c'è una tacita intesa. Loro lo sanno che io non userei mai il fucile".
Piotr partecipa periodicamente a missioni per valutare i rischi dell'inquinamento legato allo sfruttamento del petrolio ma anche a spedizioni scientifiche, che studiano le regioni meno accessibili. È convinto che la storia geologica di quest'isola dai rilievi accidentati rimanga comunque un mistero.
C'è chi sostiene che queste montagne siano il risultato della collisione di due placche tettoniche mentre altri sono più inclini a pensare che siano dovute a un fenomeno di erosione. "Sahalin è davero unica, molto diversa dalla Siberia", spiega. La sua specificità sta nell'essere bagnata da una corrente marina proveniente dal Grande Nord e da una seconda corrente che arriva dal Pacifico meridionale.
Questo scontro di masse d'acqua a temperature diverse si traduce in giornate di nebbia da tagliare con il coltello, in piogge torrenziali ed ecezionali nevicate. Qualche anno fa, Yuzhno è stata ricoperta da sei metri di neve. In estate, i tifoni riescono ad aprirsi un varco e i fulmini che rischiarano il cielo per ore e ore carbonizzano centinaia di ettari di pineta. Diceva Cechov: "Sahalin non ha un clima, ha solo brutto tempo."
Queste straordinarie nevicate limitano la fauna alle specie più accorte, come la volpe o lo scoiattolo di Corea dalla coda dritta, che riescono ad accumulare riserve di pesce conservato dai primi freddi o un po' di granaglie nascoste nelle cavità degli alberi. Quanto agli orsi, vanno in letargo dopo essersi rimpinzati di mirtilli e salmoni per tutto l'autunno. "La taiga è la legge e l'orso è il suo avvocato", recita un proverbio del luogo.
Gli orsi sono ancora i padroni incontrastati di buona parte dell'isola. Questi sovrani solitari e un tantino irascibili, che diffidano degli uomini e non sopportano la compagnia dei propri simili, sono presenti ancora con 3500-4000 esemplari, sparsi su monti e vallate. È la più numerosa comunità di grandi mammiferi in libertà dell'Asia nordorientale.
Dato che l'orso non ha alcun valore commerciale, i rapporti fra i plantigradi e gli esseri umani sono abbastanza buoni. Bisogna quindi essere davvero sfortunati per non imbattersi in uno di questi giganteschi animali marroni, che superano la mezza tonnellata di peso, mentre si avventurano sulle rive di un torrente.
Ovviamente le specie animali che nuotano se ne infischiano della neve. Dopo essere sceso impetuoso lungo le ripide colline, il fiume Nampi si fa più tranquillo.
Attraversa una piana di sabbia che arriva fino al mare, con una falesia alta una trentina di metri. Un centinaio di foche tendono un'imboscata alla foce del corso d'acqua. Si rimpinzano di salmoni che con frenetici colpi di pinna tentano di forzare la barriera di sabbia poco profonda che li costringe a stare fuori dall'acqua con metà del corpo. La concorrenza delle foche è nociva per gli uomini che hanno gettato le reti a monte. Esasperati, i pescatori mandano un emissario che gesticola, urla e lancia pietre. Con i loro occhi a palla e i baffi al vento, i mammiferi marini osservano l'energumeno e continuano a mangiare come se niente fosse. L'unica cosa che potrebbe mettere in fuga i "cani del mare" sarebbe la presenza delle orche. Ma le orche assassine giungono da nord solo verso novembre. Piotr ama ripetere che "a Sahalin la natura è ancora più forte dell'uomo". Ed è vero.
Nessuno sa perché Cechov abbia deciso di compiere questo viaggio in capo al mondo. Lui stesso è stato molto evasivo sulle ragioni che l'hanno spinto ad attraversare tutta la Russia. Nel 1890 ha trascorso sei mesi in questo luogo di deportazione, intervistando 7500 ergastolani per scrivere il suo libro.
Probabilmente la madre di Irina ha incrociato Cechov, visto che è arrivata ad Aleksandrovsk durante l'estate del 1890. "Quando è arrivata mia madre, stavano ancora tagliando gli alberi per tracciare le strade", racconta questa babouska che nei suoi 75 anni di vita non ha mai messo piede sul continente. Dice: "una volta era molto meglio".
Parla di cinquant'anni fa, sotto Stalin. Da giovane Yuri era membro della squadra nazionale di sci. Oggi fa fatica a camminare, ed è costretto ad appoggiarsi a due bastoni: "Ai tempi dello zar Sahalin era un campo di lavoro. Ed è rimasto tuttora un campo di lavoro, anche se manca il lavoro! Guardatemi, Aleksandrovsk è come me: kaputt!".
La guida del museo Cechov è molto felice di apprendere che lo scrittore è apprezzato in tutto il mondo, la rende molto felice, anche se si rammarica di non essersi mai presa la briga di leggere anche solo una riga delle sue opere. Il museo si trova nella dimora di un ricco commerciante dell'epoca.
Qui Cechov è venuto a volte a prendere il tè. All'interno aleggia un'atmosfera di nostalgia, avvilimento e dignità. È un'atmosfera che si ritrova dappertutto perché questo porto dove da oltre mezzo secolo nessuna nave ha più fatto scalo, è forse il luogo più cecoviano di tutta la Russia.
Da colonia penitenziaria, Sahalin è diventata una colonia petrolifera. Nel suo sottosuolo le riserve sono superiori a quelle del Kuwait. Nogliki, in mezzo alla tundra, è il centro dello sfruttamento. La città rimane abbandonata per sei mesi all'anno, quando la banchisa paralizza l'estrazione offshore.
In estate, viene invece percorsa dal fremito del denaro. Qui sono presenti due società americane. Il personale alloggia in case fatte arrivare in kit dall'America del nord, e si nutre di cibo rigorosamente importato. Attorno a questi espatriati gravita una seconda cerchia di privilegiati: il personale delle società petrolifere russe.
E poi ci sono gli anonimi che scendono dal treno alla ricerca di un lavoro nel cantiere dell'oleodotto, per rifare le strade, allargare la ferrovia o realizzare il nuovo aeroporto. Donne pochissime, solo quelle necessarie per servire nei bar gli scapoli giunti da ogni parte della Russia.
Ai tempi dello zar, regnavano i carcerieri, oggi le milizie petrolifere. L'incontro con loro è breve, imprevisto e molto istruttivo. Ci fermiamo al bordo di una strada per fotografare alcuni pozzi di petrolio. In pochi minuti spunta dal nulla un gruppetto di persone.
Con il volto paonazzo e la pancia flaccida e strabordante, il capo ci urla: "Se non ve ne andate entro due minuti, vi distruggo il catorcio", lasciando intendere che rischiamo di fare la stessa fine della nostra auto. Dasvidanija! (Foto dell'ag Aura).
* corrispondente a Pechino del Nouvel Observateur
(7 maggio 2005)