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Michoacán

Acque tra cielo e terra

Nell'antica lingua dei purépecha il nome dello Stato messicano significava "terra dei pescatori". Le loro barche non navigavano sul Pacifico bensì sui laghi: uno dei più belli è quello di Pátzcuaro

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Michoacán, nella lingua dei purépecha, significa "terra dei pescatori", ma non si riferivano alle coste del Pacifico, a loro pressoché sconosciute, bensì ai laghi dell'entroterra, e in particalare a Pátzcuaro, che dà il nome anche a una delle città coloniali più belle del Messico, situata nei pressi della sponda meridionale.

Gli odierni abitanti si dedicano ancora alla pesca sul lago, usando reti "a farfalla" con cui catturano un tipo di pesce, il pescado blanco, che per un singolare capriccio della natura esiste soltanto qui, specie unica al mondo.

Lo stato del Michoacán si estende a ovest di Città del Messico, montagnoso e coperto da foreste di conifere, e sui dépliant turistici - come sulle targhe delle auto - si annuncia orgogliosamente quale El Alma de México. Ci sarebbe da augurarsi che fosse "l'anima del Messico" in tutti i sensi, non solo in quello geografico e tradizionale, perché il Michoacán vanta amministrazioni locali efficienti da far invidia alle altre entità governative della Confederazione, mentre la sua capitale, Morelia, va fiera di un invidiabile record nazionale: è la città con il minor numero di reati, la più sicura del Paese, dove il benessere si nota nelle strade ordinate e pulite, specie quelle del centro storico dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco.

Ma ad attirare milioni di visitatori all'anno, è soprattutto il lago e la cittadina di Pátzcuaro, unica per tanti motivi: conservata con lungimiranza da chi ha vietato da sempre abusivismi e persino insegne al neon, è rimasta identica a come la vide crescere Vasco de Quiroga nel XVI secolo.

Tata Vasco, così lo chiamavano gli indigeni, fu, al pari di fra Bartolomé de las Casas in Chiapas, una di quelle rare figure di sacerdoti umanisti che contrastarono ardentemente la Conquista intesa come saccheggio e genocidio, dedicando l'intera esistenza alla difesa dei diritti delle popolazioni autoctone.

Per sua decisione, Pátzcuaro è l'unica città coloniale delle Americhe a non avere una chiesa sullo zocalo, la piazza principale: per don Vasco, era un modo di manifestare rispetto e non imposizione. La cattedrale la fece costruire poco distante, nel progetto - inconcluso - avrebbe dovuto rappresentare la pluriculturalità fondante di Pátzcuaro, con 5 navate a simboleggiare le razze entrate in contatto in seguito alla Conquista o derivate da essa: gli europei, i neri afroantillani, gli indigeni americani, i mulatti e i creoli.

Appassionato lettore di Sir Thomas More, nella Nueva España sognava di realizzare la sua Utopia: impresa impossibile, eppure, l'utopia è come l'orizzonte, resta irraggiungibile ma serve a spingersi avanti e poco importa se non si afferra, ciò che conta è non rassegnarsi.

E don Vasco realizzò così gli hospitales, che erano anche case di cura per poveri, ma soprattutto centri di accoglienza dove gli indios potevano imparare un mestiere, godere di protezione ed evitare i soprusi dei potenti. L'ex magistrato Vasco de Quiroga divenuto vescovo per volere della Corona spagnola, che lo mandò qui con l'intento di mitigare le crudentà dei colonizzatori - primo fra tutti il sanguinario Nuño Beltrán de Guzmán - avviò una tradizione che ancor oggi fa del Michoacán lo Stato messicano più ricco di artigianato: dal legno intagliato al rame battuto, con livelli di finezza che sfociano nell'arte orafa o scultorea.

Prima di lui, i purépecha, detti poi taraschi dagli spagnoli, erano un popolo guerriero, seppur incline ai commerci, alla pesca e all'agricoltura, l'unico che i bellicosi aztechi non erano riusciti a sottomettere, preferendo al dissanguamento delle battaglie gli accordi tra mercanti e il reciproco rispetto in materia di culto e tradizioni.

Anche di fronte ai Conquistadores i purépecha ebbero un atteggiamento saggio: l'allora caltzontzin - monarca - Tzimzincha Tangaxoan II si rese subito conto che era impossibile respingere gli spagnoli armati di "canne tonanti", e decise di salvare il suo popolo scendendo a patti. Convertitosi al cattolicesimo, il re tarasco ottenne la protezione dei francescani, che però risultò vana quando l'ottuso Nuño de Guzmán lo fece torturare a morte perché rivelasse il nascondiglio di un inesistente tesoro...

E fu allora, nel 1536, che dalla Spagna giunse Vasco de Quiroga, il primo artefice di un destino che avrebbe distinto il Michoacán come territorio progredito e meno devastato dalla bramosia dei coloni. La sua opera di dignitosa mediazione - e di ferma resistenza alle ingerenze delle gerarchie ecclesiastiche d'oltreoceano - diede origine a quel sincretismo religioso, a quella spiritualità che mescola riti ancestrali e cristianesimo, che ancor oggi raggiunge il culmine nel giorno e nella notte dei defunti.

Pátzcuaro, dalla bellezza struggente, attira turisti in ogni stagione, ma tra l'1 e il 2 novembre subisce una vera e propria invasione: sulle rive del lago e sulle isole, si ripetono le cerimonie che riportano indietro di secoli, e per quanto la presenza di tanti "estranei" - spesso armati di telecamere e flash - rischi di inquinare la genuinità dell'ambiente, va detto che nulla avviene a uso e consumo del turismo: i rituali, i gesti, rispondono a una tradizione rimasta immune a ogni tipo di invasione.

Janitzio è l'isola più grande del lago, un monte emerso alle cui falde si abbarbica l'abitato, in un saliscendi di vicoli. Nel suo minuscolo cimitero, la Noche de los Muertos, migliaia di candele vengono accese sulle tombe, ma la fama dell'isola è tale che l'affollamento impedisce di apprezzarne a fondo l'atmosfera un tempo intima e raccolta.

Imbarcarsi su uno dei tanti traghetti vale la pena per assistere alle cerimonie notturne dei pescatori, che illuminano le piroghe con bracieri accesi sulla prua, emergendo suggestivamente dalla bruma, simili a spiriti erranti sulla superficie del lago immerso nel buio. Più commovente è assistere alla Velación de los Angelitos sull'isola di Pacanda, all'alba del 1 novembre, cerimonia in memoria dei bambini defunti: data l'ora e la minore notorietà, la presenza di curiosi è limitata, e la gente del luogo accoglie i visitatori con cordialità, purché sappiano rimanere in silenzio durante le preghiere.

La notte tra l'1 e il 2 tutti i cimiteri lungo le rive del lago si trasformano in luoghi di riunione dove, oltre alla miriade di fiammelle, può accadere di ascoltare musica (ogni famiglia porta sulle tombe non solo cibi e bevande cari all'estinto, ma anche le canzoni che più amava), e il clima sorprende per la serenità che prevale sulla mestizia. Se Tzintzuntzan, paesino dal nome fiabesco che significa "terra dei colibrì", è meta di così tante persone da trasformarsi in una festa chiassosa, altri, come Ihuatzio, Cucuchucho o Arocutín, conservano un'atmosfera senza tempo, dove non arrivano le frotte di giovani messicani dalle grandi città come se si trattasse di un'anticipata notte di Capodanno.

Qui, si possono ammirare con calma le ofrendas, frutta o addirittura pentole con il pranzo e la cena dell'indomani, e i monumentali e complessi altari di fiori che segnano la "porta d'ingresso" davanti alla tomba, la soglia da cui le anime tornano per una notte con le persone care. Predomina ovunque il cempasúchitl, fiore dedicato ai morti fin dagli aztechi, che nei giorni precedenti arriva a tonnellate: cassoni di camion, enormi mazzi fra le braccia delle donne, carriole e carretti pieni, ovunque il cempasúchitl colora di giallo ocra il panorama urbano e campestre.

Il culto della Santa Muerte, in Messico, si nutre di antiche tradizioni ma è anche emblematico del rapporto con la morte che tuttora caratterizza i messicani. Come ha scritto Carlos Fuentes, "La differenza dalla concezione europea della morte come una finalità è che noi la vediamo come origine. Discendiamo dalla morte. Siamo tutti figli della morte. Senza i morti, non saremmo qui, non saremmo vivi. La morte è nostra compagna".

La morte, in Messico, viene apparentemente irrisa, ma non per "fatalismo", come potrebbe dedurre uno sguardo superficiale su una questione che affonda le radici in quella filosofia del vivere definita mexicanidad. Nei giorni precedenti il mercato di Pátzcuaro si riempie di calaveras, teschi di marzapane o zucchero, mentre gli artigiani della ceramica si sbizzarriscono con le catrinas, figure di scheletri femminili elegantemente vestiti, sorta di "morte in ghingheri" che nel villaggio di Tzurumútaro vengono riunite in un'esposizione nelle sale della Casa della Cultura.

Infine, nella lunga notte in cui i defunti tornano tra i vivi a condividere gioie e tristezze del presente, molte case si aprono ai viandanti, qualunque sia la loro provenienza: a Santa Fe de la Laguna, per esempio, le porte sono tutte aperte, e in ogni patio c'è un altare dove, tra un'orazione e l'altra, le donne offrono da mangiare ai visitatori, vicini di casa, compaesani o anche stranieri che, qui, nessuno fa sentire come tali.

(20 maggio 2005)