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Diario d'acqua

Planare con un piccolo aereo sulle cascate, i delta, i laghi, le praterie liquide del Venezuela. Un'avventura da vivere rigorosamente nella stagione delle piogge: quando la natura è ancora più spettacolare
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Delta dell'Orinoco

 

L'acqua veniva giù a secchi. Seduto sui tronchi di un pontile di un microscopico villaggio Warao bagnato dal delta Amacuro, guardavo la corrente che trasportava verso il mare immensi banchi di Boma (grovigli di cespugli ed erbe acquatiche) fitti e verdissimi. Una canoa di legno scendeva lungo il Rio Manamo sotto una pioggia monumentale. I due ragazzini a bordo pagaiavano tranquilli verso ovest. Poco più in là, sotto la tettoia di foglie di banani, un'intera famiglia preparava il pranzo. L'acqua scendeva veloce dal tetto verso il cortile di terra sul retro. Una gabbia per uccelli, vuota, dondolava nel vento mentre una madre con il suo neonato si cullava sull'amaca.

Altri ragazzini nuotavano vicino ai miei piedi, tra il pontile d'attracco e la nostra barca in mezzo ai gigli. Profumo di funghi tropicali e ozono. Foresta alluvionata, fiori che volavano ovunque e pioggia orizzontale. Durò, come al solito, meno di venti minuti.

Ero sbarca…

Delta dell'Orinoco

 

L'acqua veniva giù a secchi. Seduto sui tronchi di un pontile di un microscopico villaggio Warao bagnato dal delta Amacuro, guardavo la corrente che trasportava verso il mare immensi banchi di Boma (grovigli di cespugli ed erbe acquatiche) fitti e verdissimi. Una canoa di legno scendeva lungo il Rio Manamo sotto una pioggia monumentale. I due ragazzini a bordo pagaiavano tranquilli verso ovest. Poco più in là, sotto la tettoia di foglie di banani, un'intera famiglia preparava il pranzo. L'acqua scendeva veloce dal tetto verso il cortile di terra sul retro. Una gabbia per uccelli, vuota, dondolava nel vento mentre una madre con il suo neonato si cullava sull'amaca.

Altri ragazzini nuotavano vicino ai miei piedi, tra il pontile d'attracco e la nostra barca in mezzo ai gigli. Profumo di funghi tropicali e ozono. Foresta alluvionata, fiori che volavano ovunque e pioggia orizzontale. Durò, come al solito, meno di venti minuti.

Ero sbarcato da un Cessna il giorno prima a Tucupita, capitale dello Stato del Delta Amacuro: villaggio umido e sonnacchioso tra la foresta e il fiume. La cittadina è ancora oggi la porta naturale all'immenso Delta dell'Orinoco che si apre la via dalle pianure costiere del nordest fino all'oceano Atlantico attraverso 40 canali principali (caños) e un'infinità di bracci senza nome che inondano un'area di 25 mila kmq.

Stavo galleggiando da ore su una barca per provare a vedere quanto più possibile della regione. Ma la stagione delle piogge era alle porte e quaggiù con le piene non si scherza. Con l'acqua alta il ritmo delle esplorazioni è preistorico.

Da queste parti si gira solo in bongos, le imbarcazioni di legno o resina con poco pescaggio che servono da idro-taxi e collegano le varie comunità del Delta.

Per qualche giorno fui persino fortunato con gli acquazzoni. Piovve poco o nulla e il cielo al mattino era sempre radioso e profondo. Il Delta dell'Orinoco è un mondo pazzesco. Arrivando da Caracas in aereo mi ci volle un bel po' di tempo prima di cominciare a capire cosa accidenti fosse successo alla terra. Dopo centinaia di chilometri di coste caraibiche, pianure polverose, fattorie, praterie, valli e montagne, la foresta si disintegrò all'improvviso sotto le ali del nostro piccolo aereo in rotta verso l'estremità orientale del Venezuela. Migliaia di canali azzurri e marroni, lagune e torrenti, sforbiciarono il suolo dividendo il Creato in isole e penisole verdi come iguane. L'acqua era un dio serpente.

Salimmo di quota per vedere meglio il disegno idrogeologico dell'intera area ma non arrivammo a vedere il mare. C'era troppa umidità nell'aria.

In compenso, una volta a terra, in un bel pomeriggio senza vento né zanzare, filammo come schegge verso il "Mispalafitos Ecolodge" costruito tutto in legno e foglie di banani in un'ansa protetta del Rio Manato. C'erano capibara addomesticati, tucani, scimmie e pappagalli che gironzolavano tranquilli tra le palafitte dove erano le camere e l'area comune.

La foresta fischiò e frinì tutta la notte.

Gran Sabana

Rumore assordante e giochi di luce dietro la fragorosa cortina d'acqua del Salto El Sapo. C'era un sentiero oscuro che correva tra la parete rocciosa e la laguna. Ci infilammo a torso nudo sotto un diluvio vaporizzato e camminammo piacevolmente fino alla sponda successiva rinfrescandoci parecchio le idee.

I muschi e i licheni cresciuti sulle rocce lisce e rotonde brillavano come smeraldi nel sole. La Gran Sabana, l'altopiano a 800 m nel bacino dell'Alto Caroní, era un luna park naturale e liquido.

In meno di 20 minuti a piedi, dalle sponde occidentali della Laguna di Canaima, nel Parco Nazionale omonimo, eravamo arrivati ad ammirare la serie di tepuis (giganteschi monti di arenaria dalla cima piatta) lontani, che sembravano piramidi d'erba e roccia. Su tutti svettava l'Ayuan Tepuy, la montagna verde che genera il celebre Salto Angel, la cascata più alta del mondo (979 m).

Le colline brune della Sierra Pacaraima chiudevano l'orizzonte meridionale mentre le cascate di Hacha, Golondrina, Wadaima e Ucaima, alimentate dal tortuoso Rio Caroní, rombavano incessantemente. Hanno portata d'acqua immani e schiumano come cani rabbiosi durante tutta la stagione delle piogge. A bordo di una piccola canoa traballammo fino all'arcobaleno che si forma abitualmente alla base delle cascate per vedere da vicino la schiuma vegetale che imbiancava la laguna. Remammo controcorrente verso il muro d'acqua per un po' prima di cedere al fiume e scivolare docili verso la riva oltre l'Isla Anatoly. Poggiammo il fondo della barca sulla sabbia e passeggiammo fino al Salto El Sapo. I mordaci puri-puri (moscerini), nascosti tra fiori carnivori e le pozzanghere, banchettarono con il nostro sangue per tutto il pomeriggio. Infine comparve una luce obliqua e tagliente poco prima dell'ennesima pioggia.

Los Llanos

Ci svegliammo all'alba guardando a oriente fuori dal portico di legno. Nuvolaglie scure poco promettenti. Avevamo sperato di vedere il sole salire dall'orizzonte pianeggiante, ma non era destino... Luci scure si sparsero sui pascoli umidi. I capibara intanto già grufolavano nell'erba davanti alla fattoria mentre noi mangiavamo in veranda pane caldo, fagioli neri, uova fritte, carne e latte. La colazione del cowboy venezuelano.

Intorno, i 560 kmq dell'Hato El Cedral (un ranch con ecolodge) con le sue 340 specie di uccelli, mammiferi e rettili e i 23 mila capi di bestiame, si stavano svegliando tutti insieme. Fischi di falchi e ibis, guizzi di caimani e zoccoli di zebù ci fecero saltare il caffè. Non vedevamo l'ora di galleggiare verso le isole di foresta interne e più lontane per scovare un puma. Due imbarcazioni leggere erano già pronte vicino al pontile della laguna di Barratera.

Los Llanos, le immense pianure alluvionali del Venezuela centrale, che si estendono per oltre 300 mila chilometri quadrati tra la Sierra Nevada di Merida e il corso dell'Orinoco, e che avevo osservato dall'alto arrivando qui due giorni fa, mi avevano entusiasmato: c'erano milioni di fiumi (tutti affluenti di sinistra dell'Orinoco), canali, laghi, acque stagnanti e specchi d'acqua azzurri in continuo movimento che frastagliavano l'erba, i pascoli e la foresta. Sembrava il Delta dell'Okawango, una via di mezzo tra le praterie del west americano e le pampas argentine. Da maggio a novembre da queste parti cade tanta di quella pioggia che si può girare solo in barca. Nei mesi rimanenti il sole implacabile trasforma tutto in un deserto brullo e inospitale che uccide alberi e animali.

Noi ci volammo sopra in luglio e il verde della brughiera era intenso come le colline irlandesi. Qualche strada di servizio, diversi hatos (fattorie), migliaia di vacche e una pista di atterraggio, fu tutto quello che scorgemmo nella geometria mimetica della pianura.

Salimmo dunque in barca tra centinaia di capibara, iguana e gigli d'acqua.

Il llanero che ci accompagnava quella mattina era lo stesso che la sera prima aveva cantato intorno al fuoco lo joropo, la melodia triste e ipnotica dell'epica dei gauchos latinoamericani. Marcelo aveva un bel cappello e un coltello alla cintura. Aveva raccontato di risse e conquiste femminili, di cavalli e sbornie colossali fino alle dieci in punto accompagnato dal cuatro venezuelano, una chitarrina dal suono squillante a 4 corde. Poi si era inchinato ed era sparito dietro lo steccato verso i quartieri di servizio. Oggi era un ranger inappuntabile: conosceva le lagune a memoria. Sapeva dove trovare le tane dei caimani, i nidi delle cicogne, gli alberi dove riposano gli stormi di ibis rossi, i canali ricchi di piranha e anguille elettriche (una, si dice, punse persino il piede dell'esploratore-naturalista Von Humboldt lasciandogli un dolore indelebile che si portò sino alla tomba) e i fiori più colorati della regione. Passammo una giornata intera tra zanzare (poche...) e panorami piatti come sogliole. Scovammo tartarughe acquatiche e alligatori affamati.

Sulla via del ritorno incontrammo infine gli altri llaneros che venivano dal pascolo con il bestiame. Dentro il corral (recinto) c'erano tori brama da mezza tonnellata che muggivano di piacere a vedere tutto quel ben di dio andare verso di loro.

Laguna di Maracaibo

Il catatumbo visto dall'amaca fu fenomenale. Un tramonto lieve e senza vento introdusse una sera carica di energia, una notte da guardare da lontano. Stavo dondolando sotto le stelle appeso ai piloni di legno del posto di guardia del Parco Nazionale di Ciénagas de Juan Manuel sulla riva sudovest Lago di Maracaibo, il lago più grande (12.870 kmq) del continente. E il più ricco: all'inizio del secolo scorso infatti furono trovati nel suo fondo i giganteschi giacimenti di petrolio che hanno fatto del Venezuela uno tra i maggiori esportatori di petrolio al mondo.

Ci eravamo arrivati via fiume da Santa Barbara il pomeriggio stesso e ora, dopo un barbecue lacustre con polli e crostacei, i relampagos (i lampi) stavano per cominciare.

Prima di arrivare nello Stato di Zulia, nell'estremità nordoccidentale del Venezuela, mi ero fatto spiegare mille volte il fenomeno da guide e ranger. Avevo letto anche i rapporti degli scienziati che avevano tentato di capire che succedeva tra il cielo, le nuvole e il mare in quest'angolo di Sudamerica.

Persino gli studiosi della Nasa erano venuti a vedere che diavolo fossero quei lampi di calore e luce che ogni notte salivano dalle acque basse e tiepide dell'immensa laguna, al confine con la Colombia e il Mar dei Caraibi, fin verso la stratosfera. Avevano osservato persino le riprese eseguite dai satelliti, ma nessuno ci aveva capito nulla. Avevano classificato la questione come uno scambio energetico spontaneo tra nube e nube a 5 chilometri di altezza che per 10 ore e per 140-160 notti all'anno sprigionava abitualmente circa 400 mila ampère per un totale di quasi un milione 200 mila scariche elettriche. Principalmente il fenomeno sembra dovuto allo scontro tra masse d'aria di temperatura, umidità e pressione diverse che si uniscono alla foce del rio Catatumbo.

Il resto lo farebbero le esalazioni di gas metano che si formano dalla decomposizione di tonnellate di materia organica fluviale (foglie, fusti, alghe, arbusti) che salgono facilmente in quota assieme all'evaporazione e allo scambio di calore notturno tra acqua e cielo.

Una combinazione esplosiva. Sembra persino che questo portentoso flusso elettrico sia anche la maggior fonte di rinnovamento della cappa dell'ozono terrestre.

Troppi numeri e troppe complicazioni.

Io mi accontentai di pensare ai fulmini che salivano verso le nuvole in quantità stupefacente, senza uno schiocco né un rombo, come semplici sfoghi naturali della Terra che cercava di liberarsi di tutte le schifezze che continuiamo da secoli a vomitargli addosso.

Mi godetti una notte intera di fuochi artificiali atmosferici e un ananas dolcissimo.

(28 maggio 2005)