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Cosa dice il deserto

I paesaggi e le solitudini grandiose dell'Atacama raccontano la storia del Cile contemporaneo. Come scopre on the road un grande scrittore ex esule

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Ci troviamo, Lautaro, Carolina, Angelica e il sottoscritto, su una duna desertica battuta dal vento, a pochi chilometri da San Pedro de Atacama, un'incantevole oasi dove l'uomo abitava da millenni, prima che Pedro de Valdivia passasse da queste parti nel 1540, nella sua marcia verso il sud alla conquista di un Paese che già all'epoca si chiamava Cile; siamo venuti ad ammirare il tramonto in questo punto particolare nel deserto di Atacama perché sotto i nostri piedi, secondo Lautaro Núñez, la massima autorità cilena in materia di archeologia, è sepolto il villaggio di Beter, un pueblo de indios costruito dagli spagnoli nel XVII secolo per segregare e asservire i discendenti di quegli uomini che avevano cacciato, lavorato i campi e costruito vasellame e utensili in questa valle per migliaia e migliaia di anni.

Avremmo potuto visitare altre rovine che fossero almeno visibili.
Avremmo potuto arrampicarci sulla fortezza di Quitor, su una collina poco distante da qui, dove gli indios cercarono di opporre resistenza al clangore dei soldati di Valdivia sui loro destrieri, andando incontro a una terribile sconfitta.

Avremmo potuto goderci gli ultimi raggi di sole sulla sommità della fortezza di Pukará, risalente al XII secolo, dove trecento capi indigeni furono decapitati dopo essersi arresi agli spagnoli. (...) O, meglio ancora, lungo il tragitto che ci avrebbe portati dall'altra parte della valle, per ammirare le straordinarie formazioni rocciose della Valle della Luna, avremmo potuto fare tappa a Tulor, risalente a ottocento anni prima di Cristo, dove dalla sabbia sono emersi parzialmente i resti del più vecchio villaggio mai scoperto nella regione (...). Oppure, se avessimo voluto visitare qualche altra comunità indigena, ayllus, che coltiva ogni centimetro quadrato di questa vasta oasi, saremmo potuti arrivarci ripercorrendo a ritroso la strada verso Valle de la Muerte, che abbiamo dovuto attraversare per giungere a San Pedro.

Avremmo potuto indugiare sui fianchi di quegli immensi e impressionanti spuntoni di roccia che incombono sulla strada come se fossero numi tutelari che proteggono queste terre dallo sguardo di occhi indiscreti, per salvaguardare un passato che solo essi hanno visto.

Ma il mio vecchio amico Lautaro ha voluto a tutti i costi che facessimo un pellegrinaggio a un pueblo de indios, ed è inutile discutere con lui o con Carolina Agüero (...), l'unica archeologa della nostra famiglia allargata (...).

Abbiamo appena finito di consumare un lungo e lauto pranzo nella casa di Lautaro a San Pedro, dove tutto è talmente intriso di retaggi del passato che una volta, durante alcuni lavori di ristrutturazione, scoprì nel suo giardino il corpo mummificato di un indio.

Lautaro riuscì a determinare quali fossero le origini dell'uomo (l'altro versante della cordigliera, in quella che corrisponde all'odierna Argentina), che professione esercitasse (comprava e vendeva mercanzie) e secondo quali riti fosse stato sepolto dato il periodo in cui era vissuto (era morto intorno all'anno 800 d.C.), e invitò amici e colleghi a un pranzo in onore del defunto, e lo sotterrò di nuovo con i suoi oggetti personali e con tutto il rispetto che gli era dovuto.

Era stato forse il racconto di quest'episodio (...) a farlo alzare di scatto da tavola e a fargli proporre questa visita a Beter, dove, ci aveva assicurato, non va mai nessuno. E aveva ragione. Non si vede un turista in giro.
Ma neppure un rudere da fotografare, l'ombra di un'abitazione, anche se a un certo punto, procedendo attraverso la sterpaglia, si incominciano a distinguere delle pietre che sporgono ordinatamente dalla sabbia, appartenenti, secondo quanto afferma Carolina, al tetto di una casa che attende di essere riportata alla luce se i fondi un giorno si materializzeranno, e un po' più avanti, quella che sembra essere una croce conficcata nel terreno, a indicare il luogo in cui abitavano gli unici bianchi della regione, i missionari inviati dal re di Spagna per evangelizzare gli indigeni.

Ciò rispondeva alla politica del viceré Toledo nel XVII secolo: segregare la popolazione indigena dagli spagnoli e dai meticci, in una sorta di apartheid dell'epoca, ed erigere villaggi dove gli indigeni potessero essere più facilmente indottrinati, controllati, e fatti lavorare. (...).

La città sulla quale ci aggiriamo, sepolta a diversi metri sotto i nostri piedi, con la sua rete di strade di cui resta a malapena traccia, fu concepita come gemella di San Pedro. In tutto il Norte Grande, in ogni oasi, si possono distinguere due comunità, una accanto all'altra, come Pica e Mantilla, San Lorenzo de Tarapacá e Huarasí.

Quegli altri pueblo de indios, però, non furono abbandonati come questo, non mostrano la vita come doveva essere all'epoca, in quel particolare momento della storia dell'America Latina in cui conquistatori e conquistati incominciavano a stabilire una cultura comune. (...) Lautaro ci ha spiegato, questo pomeriggio, che l'intera storia del Cile si dipana come un'epopea militare, un'incessante guerra di conquista da parte degli invasori e di resistenza da parte degli indigeni, cosa che è avvenuta sostanzialmente nel sud del Paese, dove i mapuche si sono opposti agli spagnoli fin quasi alla fine del XIX secolo.

Ma c'è un'altra, forse più avvincente, storia che può essere svelata in un luogo come questo pueblo de indios che stiamo visitando. Sarebbe solo necessario scavare qualche metro, e verrebbero alla luce ossa di animali, piume di volatili e resti di gusci d'uovo, a ricordarci che i conquistatori non vennero qui solo con la spada e la croce, ma anche con gli animali domestici e i frutti della loro terra.

A Beter, per esempio, gli indios furono costretti a coltivare il grano, un cereale importato, per sfamare gli uomini che lavoravano in miniera nei territori lontani, ma gli attrezzi agricoli erano stati costruiti con tecniche di fusione risalenti all'epoca precolombiana. Il che significa che la vita veniva forgiata giorno dopo giorno nel crogiuolo culturale del XVII secolo, attraverso la pacifica coesistenza, piuttosto che la collisione di due civiltà che discutevano pacatamente su ciò che andava salvato o cambiato delle rispettive tradizioni.

Ed è nel deserto, nel più arido degli aridi dei luoghi, che questi e altri segreti del passato possono essere svelati, semplicemente perché in un luogo come questo non sono mai veramente andati perduti. Essi attendono solamente la mano giusta, l'occhio giusto, la domanda giusta che li riporti in vita.

Ci sono lezioni che il deserto ci può insegnare se solo sappiamo cosa cercare, se solo diamo a noi stessi la possibilità di porre le domande alle quali gli uomini e le donne che prosperavano originariamente qui avevano saputo dare le risposte, se ci lasciamo ispirare, come dice Lautaro, dal mondo in cui le popolazioni indigene del passato più lontano, con meno risorse a loro disposizione di quante ne abbiamo noi oggi, sono state in grado di risolvere i problemi posti loro da un ambiente desolato e apparentemente inospitale.

Come molti altri intellettuali e attivisti che ho incontrato nel resto del globo, impegnati con quelle che sono state definite "comunità tradizionali", Lautaro ritiene che quei nostri antenati possono spronarci, con il loro esempio, a rivedere il nostro sviluppo sociale ed economico, a trovare il modo per incoraggiare le persone dotate di scarsi mezzi e disponibilità a sconfiggere la povertà, a contenere la tecnologia nell'ambito degli effettivi bisogni dell'uomo.

Le civiltà che fiorirono in queste regioni vedevano il deserto in modo talmente diverso da come lo vediamo noi, con la nostra incessante e frenetica ricerca di risorse minerarie che non tiene assolutamente conto dei danni ambientali, con la nostra indifferenza quasi criminale verso le sofferenze umane causate da un tale processo.

Senza voler idealizzare gli indios, Lautaro e i suoi colleghi ritengono che quei popoli che per primi si stabilirono in questa regione del Sudamerica erano in grado di considerare il deserto come una serie di ambienti complementari e contrastanti. (...). "Devi essere tu a chiedere alla terra come fa ricrescere quegli alberi che una volta fiorivano qui, le migliaia di ettari di tamarugos tagliati per farne legna da ardere.

I laghi sono qui, sugli altipiani, poco più su di San Pedro e in tutto il resto delle Ande, ma non abbiamo mai chiesto loro che tipo di vita riescono a sopportare. Noi pensiamo solo a prosciugare i loro bacini per inviare acqua alle miniere e ai porti dai quali parte il frutto di ciò che viene estratto dalle miniere stesse. (...) Per non parlare dell'energia eolica o solare, che gli indios già conoscevano e usavano per la raffinazione del rame".

Secondo Lautaro, queste domande non sono mai state poste, perché ogni volta che nella società cilena si è verificata una crisi si è sempre trovato un materiale, prima l'argento, poi il nitrato, e ora il rame, che ha permesso ai potenti di turno di continuare a condurre la loro vita brillante e nascondere il problema; il che equivale, in un certo senso, a nascondere lo specchio che il Cile deve rivolgere verso il deserto per fargli cessare di essere un enigma.

San Pedro, in questo crocevia di civiltà andine, dove storie e culture si sono avvicendate, prima con gli atacameños, poi con gli incas e poi ancora con tutti gli altri, gli spagnoli alla ricerca dell'oro, i mercanti dalla Bolivia, i mandriani dall'Argentina, che rifornivano di carne le salitreras, tutti sono passati per questa oasi, come me in questo momento, diretti altrove.

A tarda sera in albergo accendo il registratore portatile per tentare di trascrivere alcune delle frasi che i nostri amici hanno detto durante la gita al pueblo de indios. Non si riesce a distinguere una parola. Il vento è soffiato nel microfono frantumando le voci e coprendole, come se la statica fosse fatta di sabbia e non di suono. Lugubre e sinistro, penso tra me e me, visto che la nostra conversazione in quella città fantasma verteva sulle difficoltà di riportare alla luce il passato, di recuperare lentamente ciò che esso nasconde.

Naturalmente c'è un passaggio - come poteva non esserci? - in cui riesco a cogliere un lungo gemito che non somiglia al vento, ma piuttosto a un lamento umano, come se un sabba di fantasmi avesse usato questo strumento per farmi sentire ciò che un orecchio umano non riesce normalmente a percepire.

Forse è questa la voce che chiamava Lautaro da bambino, sapendo che avrebbe lavorato nel deserto per svelare i suoi segreti, forse è la stessa voce che aveva svegliato Carolina nel cuore della notte sull'Atlantico, spingendola a cambiare il suo destino.

Forse il vero motivo per cui Angelica e io dovevamo venire a San Pedro de Atacama era per ascoltare ciò che quelle voci stanno cercando di dirci e che ancora non siamo in grado di comprendere.