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A Chernobyl in gita

A quasi vent'anni dall'incidente atomico più grave della storia, la centrale è meta di uno strano turismo: 220 dollari per il giro dei locali devastati e della città deserta. O quasi: Masha, 6 anni, vive ancora con mamma e papà a 30 chilometri dal mostro che dorme

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Alla fine, la foto che si fanno tutti è quella sul misuratore di contaminazione. Un attrezzo metallico stile sovietico, di quelli che devono dare l'impressione di solidità eterna, di affidabilità sovrumana. Montano sopra, mettendo i piedi nei due alloggiamenti. Abbracciano la parte superiore, toccando con le mani altri due sensori. Un secondo, e si accende la lampadina del risultato. Verde, tutto bene. Sorridono nervosi all'obiettivo. Sospettano che sia sempre verde, e che la macchina sia tarata apposta per rassicurare. Però la guida dice che a volte si accende la lampadina rossa. In quel caso il malcapitato viene trasferito in ospedale, in isolamento.

Ma è capitato solo a lavoratori di Chernobyl, non ai turisti che vengono a visitare il fondo dell'abisso nucleare, l'eterno cimitero radioattivo dove sonnecchia il mostro della centrale. Dove ti dicono che, adesso, la radioattività è sotto controllo, addirittura inferiore a quella di un normale jet ad alta quota. Quello che non ti dicono è che il mostro sonnecchia, ma potrebbe risvegliarsi, mandare in frantumi il suo sarcofago di cemento e acciaio, esplodere di nuovo.

Chernobyl, in Ucraina a 16 chilometri dal confine bielorusso. Foreste di abeti, pioppi e betulle. Distese di prati verdi. Un fiume tranquillo. Case di legno in mezzo alla campagna: abbandonate. Da tre anni il governo ucraino ha creato un'agenzia - Chernobylinterinform - per accogliere i visitatori, per organizzare escursioni guidate alla centrale e alle zone "di esclusione". Una, più interna, ha un raggio di 10 chilometri dall'edificio del reattore. L'altra arriva a 30 chilometri. Qui si entra solo con l'autorizzazione governativa, militari sorvegliano i posti di blocco. Ma i turisti, pagando circa 200 euro al giorno pasti e trasporto compresi, ci possono venire. Chi vuole può fermarsi per la notte, in una specie di albergo che ospita anche gli addetti alla manutenzione. L'anno scorso ne sono arrivati 870. Quest'anno già quasi mille.

Che cosa muove questa sorta di turismo dell'orrore, di inclusive tour sul teatro della catastrofe? Qualche visitatore dice, semplicemente, "curiosità". E si pensa a chi si ferma a guardare gli incidenti stradali, temendo e sperando di vedere sangue e corpi straziati. Non sempre è così, spesso è una curiosità meno morbosa, quasi nobile. Di chi vuole scrutare in un temuto ma non impossibile futuro. O di chi è parte del gioco, perché da anni ospita bambini di Chernobyl.

Solo in Italia ne arrivano 35 mila ogni anno, ed è il Paese europeo più attivo in questa attività: il prossimo agosto verrà qui dalla Brianza una comitiva di 100 motociclisti dell'associazione Centovillaggi. Oppure c'è gente che viene qui perché vuole documentarsi sulle misure di sicurezza, perché collabora agli aiuti internazionali. Ma quando arrivano, sbarcando dai pulmini carichi di macchine fotografiche e contatori Geiger, sembrano tutti uguali: l'aria preoccupata, e una certa fretta di andarsene.

Il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl esplose il 26 aprile del 1986: fra poco saranno vent'anni. Lo fecero esplodere, praticamente. Durante una prova di sicurezza, spensero alcuni circuiti di emergenza e l'impianto di raffreddamento. Il reattore andò fuori controllo, lo scoppio liberò nell'aria tonnellate di materiali radioattivi. Mandarono i pompieri, ma tennero nascosto il disastro. Se ne accorsero gli svedesi. L'incidente rilasciò radiazioni 400 volte superiori alla bomba di Hiroshima. Le autorità sovietiche cominciarono a evacuare la popolazione con 36 ore di ritardo. Circa 120 mila persone, nel raggio di 30 chilometri, abbandonarono in fretta e furia le loro case.

Anatoly e Evgenya sono russi, lui di Mosca e lei di San Pietroburgo, hanno 31 e 27 anni. Arrivano intorno alle 11 del mattino alla sbarra del controllo, su un van con autista. Si sono comprati un'escursione in giornata. Hanno l'aspetto danaroso, magliette alla moda, telefonini e fotocamera ultimo modello. Lui è producer televisivo, lei pure lavora nel settore. Rimma, la guida-interprete, li soppesa con uno sguardo: "Si possono permettere di pagare 200 euro a testa. Io certo non spenderei tanti soldi per una visita qui, andrei a farmi qualche giorno sul mar Nero".

Fanno foto a raffica. Al posto di blocco, all'insegna Chernobyl, ai cartelli di pericolo, all'orribile monumento di cemento argentato dedicato ai pompieri, molti dei quali morirono subito. Poi, nei locali della Chernobylinterinform, Rimma somministra la rituale spiegazione con carte e diagrammi.

Il giro turistico ha tappe e ritmi codificati. Sulla strada per la centrale, sosta a quel che resta del villaggio di Kopaci, che venne distrutto dall'esplosione e dal successivo incendio. Rimangono solo l'ufficio postale e la scuola materna, che ha le finestre dipinte di azzurro. Dentro, si cammina sui detriti.

La guida raccomanda di non toccare niente, di non uscire dal sentiero, soprattutto di non addentrarsi nel boschetto. Le aree verdi sono quelle più contaminate. Solo la paura del contagio ha impedito che sparissero, portati via come lugubri souvenir, i segni della vita quotidiana dei bambini di vent'anni fa. Chissà quanti di quei bambini sono ancora vivi, e sono in salute.

Ecco i lettini a castello, le pantofole impolverate, i giocattoli. Le coperte, i cuscini, i quaderni, i disegni colorati a pastello, gli spartiti musicali e il pianoforte sgangherato. I bambini sono state le prime vittime, colpite da cancro alla tiroide. Oggi nell'area contaminata non ci sono né bambini né ragazzi: vietato l'ingresso a chi ha meno di 17 anni.

Ma una bambina, una sola nel raggio di 30 chilometri, c'è ancora. Andiamo a trovarla senza turisti: lei non fa parte del giro organizzato. Si chiama Masha, ha 6 anni, è bionda e vivace. Vive coi genitori in una dacia proprio accanto al fiume Pripyat: gioca sempre da sola, nuota nel fiume. La polizia sta tentando di convincere Mihail e Lydia, padre e madre, a portarla via: "Ma noi non sappiamo dove andare, e poi questo posto ci piace. Hanno misurato la radioattività qui intorno, e hanno detto che è abbastanza normale".

Lui, biondo e triste, era minatore. Poi lavorò alla costruzione della città di Pripyat, che ospitava i lavoratori della centrale. È stato uno dei "liquidatori", quelli che vennero spediti a fermare la catastrofe: senza protezioni adeguate, con addosso dosimetri fuori uso. Stavano sul posto un minuto, e poi via. Lei era ingegnere, poi amministratrice di una cantina, poi commessa. Ora vivono della pensione minima (50 euro al mese), della campagna: l'orto, le galline, la mucca. Non lasciano che la bambina venga fotografata: hanno un contratto con una rete tv inglese, forse si farà un documentario sulla piccola.

Fa un gran caldo, ci sono zanzare a centinaia. L'area di esclusione è un deserto verde. E il fatto che la natura sia così placida e tranquilla aumenta l'inquietudine. Il pericolo non si vede. Una specie di paradiso deserto: strade vuote, case abbandonate, finestre coi vetri rotti. Molti turisti cercano di misurare la contaminazione invisibile, con i rilevatori: è sempre tutto abbastanza normale, salvo che nell'erba.

La guida mostra alberi che portano i segni di una mutazione genetica: abeti con gli aghi che vanno nella direzione sbagliata, che sono troppo lunghi o troppo corti. Gli animali, dicono, stanno benone: si vedono tracce di cinghiali e volpi, e c'è anche chi viene qui a fare bird-watching. Nelle ex vasche di raffreddamento, vicino alla centrale, nuotano enormi e inquietanti pesci gatto. Gli si dà del pane, portato apposta dagli autisti.

Nel paese di Chernobyl, dove vivevano 40 mila persone, ora ci sono 2700 lavoratori. Prendono l'equivalente di 200 dollari al mese. Fanno turni 2+2, cioè due settimane di lavoro e due a casa. Oppure 4+3, quattro giorni di lavoro e tre di riposo. La sera si rintanano a guardare la tv. Oppure vanno a farsi una birra in uno dei tre bar ancora funzionanti.

L'anno scorso, racconta la guida Rimma, sono arrivati 600 ebrei hassidim dagli Stati Uniti, in pellegrinaggio: "Prima della rivoluzione, il 70 per cento degli abitanti di Chernobyl erano ebrei ortodossi. Lo zar aveva ordinato che gli ebrei non potessero vivere a meno di 100 chilometri dalle grandi città: Kiev è a 110 chilometri". Gli hassidim hanno cercato il luogo dell'antico cimitero ebraico, che era stato asfaltato per costruire una scuola. Hanno identificato, con dei rilevatori, la tomba del saggio Menachem Nakhum e della sua famiglia. Hanno pregato, e sono ripartiti.

La visita alla centrale è il clou dell'escursione. Fra gli ultimi ci sono venuti cinque inglesi (i coniugi Susan e John Sanderson con la figlia Louise e i coniugi Michael e Mary Wright) e una comitiva di sei finlandesi accompagnati da un giornalista del New York Times. Gli inglesi, tutti pensionati meno Louise che lavora a una centrale nucleare nel suo Paese, viaggiavano con l'agenzia Artex, tour operator che offre anche l'escursione a Chernobyl. Un giorno, dalle 9 alle 19: fanno 220 dollari a persona, ma in gruppo si risparmia. Alla centrale c'è una sala informazioni, con il plastico dettagliatissimo della centrale: gli omini con il casco rosa, i detriti ingabbiati dal sarcofago. Pare un gioco per bambini Ma si tratta di lavori in corso: il sarcofago - questo non te lo dicono - invecchia male, bisogna rinforzare la protezione perché, un giorno, non salti di nuovo per aria.

Poi tutti a Rassokha, a vedere il cimitero dei mezzi usati per i soccorsi: camion, auto, autobotti, cingolati, aerei, elicotteri M12 "Mikayan", i più grandi del mondo. I turisti saltano la rete, per fotografare da vicino. La guida si arrabbia. E, infine, ecco Pripyat, la città fantasma. Quella che l'agenzia Artex presenta così nel suo dépliant: "Provate la pace e la quiete della città abbandonata di Pripyat".

Cominciarono a costruirla nel '70, insieme alla centrale, per accogliere i lavoratori. Grandi palazzoni da 15 piani, edilizia sovietica. Qui abitavano 50 mila persone. Alle 2 di pomeriggio del 27 aprile '86 - ben 36 ore dopo l'esplosione - vennero evacuati di corsa con mille autobus. Lasciarono tutto. Due mesi più tardi, quando anche alla burocrazia fu chiaro che nessuno sarebbe mai potuto tornare, vennero degli operai a sgomberare gli appartamenti: i mobili furono accatastati e bruciati. Per evitare lo sciacallaggio. Ora la vegetazione sta mangiandosi il cemento, crescono betulle dai muri.

Si sale fino al quindicesimo piano, a piedi, per guardare il panorama: dalle case hanno smontato anche gli ascensori e i corrimano sulle scale. Ci sono biancospini in fiore e un parco dei divertimenti che era stato montato per festeggiare il primo maggio. La grande ruota panoramica ha i vagoncini arrugginiti che dondolano al vento.

Un deserto silenzioso e allucinante. I turisti ripartono. Chiedono se ci sono ricordini in vendita, magliette, cappellini, cose del genere. Non ancora, gli dicono. Solo opuscoli patinati, quanto mai ottimistici, sui lavori di messa in sicurezza. Al posto di blocco li fanno salire sul misuratore di radioattività. È quasi consolante, sulla bacheca, la prova di un orrore visibile: accanto alle foto dei ricercati, quella della testa di un uomo. La trovarono nei campi, e ancora aspettano di sapere chi fosse il proprietario.