Uno scrigno per tre
Marco ScatagliniQuando la porta si apre e una lama di luce polverosa irrompe nella piccola chiesa, è come se tutti i colori di un mondo remoto erompessero dalle pareti per rimbalzarci negli occhi. Eccola, l'Icona Passatora, una piccola edicola un tempo collocata sui sentieri percorsi da carbonai, contadini, pastori e che per aver esaudito miracolosamente le preghiere dei passanti si è col tempo meritata una più degna cornice: un tetto a spioventi e mura affrescate con meravigliosi dipinti.
Questi splendidi affreschi, ricchi, colorati, curati, che non sfigurerebbero certo sulle auguste pareti di qualche importante chiesa di città, sono invece stati realizzati tra i boschi e i pascoli poco sopra Amatrice a uso e consumo di umili viandanti e non solo di nobili o ricchi possidenti. Per non commuoversi dinanzi alle figure sacre dell'Icona Passatora, occorre davvero essere fatti della stessa roccia del Monte Gorzano, la vetta più alta della catena di montagne che chiude l'orizzonte sopra la chi…
Quando la porta si apre e una lama di luce polverosa irrompe nella piccola chiesa, è come se tutti i colori di un mondo remoto erompessero dalle pareti per rimbalzarci negli occhi. Eccola, l'Icona Passatora, una piccola edicola un tempo collocata sui sentieri percorsi da carbonai, contadini, pastori e che per aver esaudito miracolosamente le preghiere dei passanti si è col tempo meritata una più degna cornice: un tetto a spioventi e mura affrescate con meravigliosi dipinti.
Questi splendidi affreschi, ricchi, colorati, curati, che non sfigurerebbero certo sulle auguste pareti di qualche importante chiesa di città, sono invece stati realizzati tra i boschi e i pascoli poco sopra Amatrice a uso e consumo di umili viandanti e non solo di nobili o ricchi possidenti. Per non commuoversi dinanzi alle figure sacre dell'Icona Passatora, occorre davvero essere fatti della stessa roccia del Monte Gorzano, la vetta più alta della catena di montagne che chiude l'orizzonte sopra la chiesa.
Montagne diverse da qualunque altro gruppo appenninico: sono infatti una delle ultime, autentiche aree "wilderness" del centro Italia, con vette che si innalzano per oltre 2.400 metri e foreste intricate ed intatte dove accanto al faggio fa la sua comparsa il raro abete bianco e dove posano il loro passo felpato e accorto i lupi, gli orsi, le martore.
Anche la roccia che le compone è diversa da quella calcarea dei gruppi montuosi circostanti. La si riconosce subito: è di un caldo color ocra chiaro, porosa, composta da una moltitudine di granelli di sabbia depositatosi per milioni di anni sul fondo di un ampio mare in cui sfociano innumerevoli torrenti, ed è soprattutto impermeabile, cosicché l'acqua può scorrere libera e gorgogliante sui fianchi del Gorzano, del Cima Lepri, della Macera della Morte, del Pizzo di Sevo, della Laghetta, sino a formare impetuosi torrenti e spettacolari cascate.
Ce ne sono decine, centinaia in certi periodi dell'anno: è lo spettacolo più grandioso che la natura sappia offrire a sud delle Alpi. Eccolo spiegato il fascino irresistibile della Laga, l'essere contemporaneamente uno scrigno segreto e poco conosciuto di straordinarie opere d'arte e una fonte inesauribile di indimenticabili scenari naturali, in grado di accontentare qualunque amante della montagna e dell'escursionismo.
D'altronde siamo nel cuore dell'Appennino, laddove tre regioni si incontrano: Lazio, Abruzzo e Marche. Ad unificare questo territorio concorrono il fiume Tronto, che nasce poco sopra Campotosto e separa il gruppo della Laga da quello dei Monti Sibillini, e la Via Salaria che ne segue la stretta e profonda valle. Utilizzando quest'ultima consolare si può percorrere un itinerario di enorme interesse.
È Campotosto a fornire un punto di partenza ideale: un tempo parte dei possedimenti di Amatrice, è uno dei paesi più alti dell'Appennino (circa 1.400 metri) e si affaccia dal suo colle sulle limpide acque dell'omonimo lago. Che in realtà è di origine artificiale: per riempirlo si son dovute captare numerose sorgenti della Laga con un notevole danno ecologico ma, come in una sorta di contrappasso dantesco, lo specchio d'acqua è oggi ricchissimo di fauna e già prima che venisse istituito il Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga che lo comprende, vi era stata istituita una Riserva Naturale Statale.
Campotosto è anche la patria delle mitiche mortadelline, conosciute ormai ovunque col soprannome di "cojoni di mulo", dato loro dagli abitanti di Roma che si vedevano arrivare in città questi singolari salumi legati a coppia e dalla forma effettivamente molto ammiccante. Nella zona è stato istituito un presidio slow food per salvaguardare un prodotto che sembrava destinato alla definitiva scomparsa: "Troppe imitazioni di scarsa qualità circolano oggi in mezza Italia. Le mortadelline devono necessariamente essere artigianali: la lavorazione è lunga e complessa, occorrono molta cura e soprattutto passione", ci racconta Ernesto Berardi, che col fratello Fabrizio cura un piccolo salumificio a Poggio Cancelli dove prendono forma (è il caso di dirlo) anche altre bontà tradizionali: "Da queste parti il maiale era un bene prezioso e se ne ricavavano prelibatezze destinate a sfamare le famiglie per lunghi mesi, che noi continuiamo a produrre come un tempo: le salsicce di fegato, la ventricina, la schiacciata, il guanciale" conclude Ernesto.
Da Campotosto, passando appunto per Poggio Cancelli, la strada si dirige verso Amatrice, rivelando scenari emozionanti. La cittadina, che pure ha subìto numerosi danni nel corso dei secoli da parte degli uomini e degli eventi naturali, ha conservato un centro storico grazioso dove si trovano diversi palazzi antichi e alcune chiese, come quella di S. Francesco e S. Agostino, ricche di affreschi e opere d'arte.
Nei dintorni non si possono non visitare le chiese campestri: oltre alla citata Icona Passatora, ci sono la chiesa di S. Martino e quella di Maria SS. di Filetta - riccamente affrescata - molto amata dagli amatriciani e mèta di una suggestiva processione il giorno dell'Ascensione. "Queste chiese in passato sono state oggetto di atti vandalici, a causa dell'abbandono.
Credo però costituiscano una parte fondamentale della nostra storia e della nostra memoria, per questo faccio del mio meglio per renderle e conservarle fruibili": a Luciana Brunamonte trema sempre un po' la voce quando illustra ai visitatori i tesori dell'Icona o di S. Martino. Svolge il suo compito di guida come volontaria a titolo gratuito e ha verso questi monumenti un atteggiamento protettivo, ma non di chiusura: in effetti vi porterà a visitarle con lo stesso orgoglio di una padrona di casa che centellini le meraviglie del proprio salotto. (Per contattarla: tel. 333-4533008).
Ben nota è anche la propensione degli abitanti di Amatrice per la gastronomia: non è un caso se una buona percentuale dei più famosi ristoratori italiani vanti origini amatriciane. Gli spaghetti (o fettuccine? la questione è tutt'ora aperta) all'amatriciana, con guanciale, pomodoro e pecorino, piatto inventato dai pastori nei lunghi soggiorni sui pascoli della Laga, è oggi uno dei piatti nazionali più famosi al mondo.
Da Amatrice si scende poi verso la Salaria, non prima di aver dato un'occhiata al bel laghetto artificiale di Scandarello, si passa Accumuli con i suoi palazzotti a vigilare il ripido corso centrale, e si entra nella provincia di Ascoli Piceno. Qui è tutto un susseguirsi di piccoli e graziosi paesini, in gran parte comodo punto di partenza per le escursioni verso le vette più alte.
Spelonga, frazione di Arquata del Tronto (collocata sul versante opposto della valle), oltre ad offrire ampie viste verso la massa rocciosa del Monte Vettore (la vetta più alta dei Sibillini), conserva, all'interno della chiesa parrocchiale, numerosi affreschi del XVI secolo e una grande bandiera turca, oggetto di devozione da parte degli abitanti del luogo, che le attribuiscono anche una funzione taumaturgica.
Altro interessante paesino è Quintodecimo, il cui nome deriva dall'essere collocato al quindicesimo miglio romano da Ascoli: al borgo si accede grazie a un ardito ponte sul Tronto. Poco più avanti si entra nel paese principale della zona, Acquasanta, località termale molto apprezzata che sfrutta le acque sulfuree che sgorgano copiose da una grotta.
Da qui si può andare facilmente verso l'entroterra, dove una miriade di borghi, spesso composti da pochissime case, stanno aggrappati ai fianchi delle montagne, in splendido isolamento. In gran parte sono stati oggi abbandonati, altri cercano un riscatto grazie al turismo.
Paggese, per esempio, può vantare il prezioso borgo di Luco, col piccolo castello a corte circolare edificato su uno sperone di travertino, e oggi trasformato in struttura ricettiva di charme. Umito, invece, è uno dei centri più frequentati dagli escursionisti, visto che da qui si accede al bellissimo sentiero per le cascate della Volpara.
E in territorio abruzzese, il piccolo centro di Ceppo è un altro punto di partenza importante per le escursioni. Inanellando curve su curve - tenendo conto che il più delle volte dietro ogni curva si nasconde un paesaggio spettacolare e verdissimo - il viaggiatore finirà per innamorarsi di un territorio unico, in cui la malinconia e la solitudine, l'abbandono e il recupero, concorrono a creare un mondo in cui l'uomo sembra aver trovato un equilibrio felice con la natura.
(14 luglio 2005)