A poco più di tre metri di distanza, spazio ideale per uno studio reciproco, il temibile Lupo appenninico appare così, disarmante e disarmato. Tutto da ammirare in silenzio. Con un leggero, inaspettato batticuore, anche questo forse reciproco. Pagine da un romanzo di Jack London? Vis à vis imprevisto in un'escursione di montagna? Assolutamente no.
L'incontro infatti non è fortuito (imbattersi nei lupi in natura è difficilissimo, data l'indole circospetta) ma fortemente voluto.
Il luogo è una vallata ampia e fitta di boschi, nei pressi di Popoli, in Abruzzo, nel Parco nazionale della Maiella. Qui, alle pendici del monte Morrone, scampati perlopiù a un destino tragico fatto di avvelenamenti, ferite, bracconaggio e detenzione illegale, vivono in semilibertà dodici lupi, ospiti di un centro creato e gestito ad hoc dal Corpo Forestale dello Stato: il Centro del Lupo appunto.
"La sede di Popoli nasce negli anni Ottanta con lo scopo non solo di recuperare gli animali feriti per restituirli, quando possibile, alla vita selvatica, ma anche quello di preservare il patrimonio genetico di un consistente nucleo di individui", racconta Nevio Savini, amministratore dell'Ufficio Foreste Demaniali di Pescara da cui dipende il Centro. In quegli anni infatti il lupo italiano non se la spassa davvero.
Vittima di una avversione secolare, cacciato senza pietà fino al 1971, fino a correre il rischio di estinzione, il canis lupus, progenitore di tutti ma proprio tutti i cani comuni, sopravvive in sparutissimi branchi in alcune zone dell'Appennino, incrociandosi occasionalmente con gruppi di cani inselvatichiti. Nel 1977, in extremis, diventa specie protetta e, nel 1991, con la legge quadro sui Parchi nazionali, può tirare un respiro di sollievo: "La fine delle persecuzioni", spiega ancora Savini, "abbinata ad una potenziata tutela ambientale favorisce un lento e progressivo ripopolamento". Ma il merito, va detto, è soprattutto suo, del lupo. Perché sue sono le peculiarissime armi biologiche messe in atto: e cioè circospezione, diffidenza ed estrema prudenza. Che gli permettono puntualmente, nel corso degli anni, di fiutare, prevedere e aggirare le mille trappole tesegli dall'uomo. E di sopravvivere nel fitto dei boschi, in special modo quelli assai ben conservati delle montagne abruzzesi.
Qualche dato? Si stima che ad oggi, circa 30 esemplari abitino stabilmente il Parco della Maiella, su una popolazione nazionale di circa 500 animali, distribuiti tra Toscana, Calabria e qualche zona delle Alpi. Con la fine dell'emergenza cambia il ruolo del Centro della Forestale: che si trasforma anche in polo di ricerca e progettazione per la conservazione della specie e anche in un' importante sede divulgativa e didattica. Permettendo ai visitatori di conoscere i lupi da vicino, vicinissimo, tramite appositi osservatori posti lungo porzioni di bosco recintato.
Ecco dunque la storia di Lucia, lupa paralizzata agli arti posteriori in seguito ad avvelenamento e recuperata totalmente alla vita normale. Ecco il Bulgaro, mascotte indigena del centro (è uno dei tanti esemplari nati qui) così chiamato per via del suo sangue balcanico. Ed ecco Bianco e Bianca, splendida coppia di lupi artici sequestrati ad un signore che si era messo in testa di tenerli (illegalmente) in casa. Ma anche la storia di quattro orfani abbandonati malati nell'incavo di un albero, e quella di Max, Romeo, Tommaso, Cisco, Stella e Ombra. Fine insomma delle favole con il lupo cattivo? Cappuccetto Rosso bugiarda come Pinocchio? Sì e no. "Il lupo è un predatore, bisogna prenderne atto", spiega Livia Mattei, vicequestore aggiunto del CFS e responsabile scientifico del Progetto Lupo, "ma non per questo va considerato cattivo, anzi.
È un animale sensibilissimo, che ha dimostrato, come nessun altro essere selvatico in Italia, di saper sopravvivere in situazioni estreme. Mettendo a punto, in armonia con l'ambiente, strategie di gruppo nelle quali ogni esemplare aiuta l'altro. Ripeto, è un predatore e, come tale, caccia altre prede. Ma la reintroduzione progressiva nel territorio, in sinergia con il Parco della Maiella, di cinghiali, cervi, caprioli e camosci ha fatto sì che venisse ristabilita la catena alimentare originaria. E avendo queste bestie da predare, il lupo ha finito per attaccare di meno gli animali domestici".
E il rapporto con l'uomo? "In Abruzzo non esistono foreste estesissime e per forza di cose", continua Mattei, "uomini e lupi si sono sempre incontrati. Diciamo che esiste una cultura di convivenza radicata da secoli, che ha portato peraltro a studiare degli accorti metodi di difesa... l'addestramento di cani da pastore ad hoc, oggi in via di recupero, rientra sicuramente tra questi...".
La visita al centro richiede, nel suo complesso, circa tre ore. "In bocca al lupo", è il caso di dirlo. Ma la risposta solita, quella che si pronuncia soprattutto per scaramanzia, una volta usciti dal Centro, non datela più.