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Cultura "Pianura Padana"

Al di là del fiume

Ermanno Olmi ha quasi completato di girare il suo ultimo film, "Cento chiodi". La pellicola è un omaggio al Po, alla sua gente e ai suoi luoghi. Il regista guarda con preoccupazione all'equilibrio naturale che rischia di essere compromesso

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San Benedetto Po, riva mantovana. Ermanno Olmi torna "lungo il fiume" (così si intitolava il bel documentario da lui diretto per la RAI nel 1992) per girare Cento chiodi, la cui uscita nelle sale è prevista per il prossimo inverno.

"In realtà - spiega Olmi al termine di una giornata di riprese - ho cominciato a frequentare e conoscere i fiumi quando facevo il documentarista per la società elettrica Edison.

Quando sulle montagne guardavo gli invasi delle dighe, pensavo che fossero parte dell'inesorabile cammino verso il mare di un corso d'acqua.

Il fiume assomiglia molto allo sviluppo della creazione della vita. È un processo di trasformazione continua.
Il mare è il cosmo. Infinito, ma fermo. Un'entità smisurata che finisce con l'adagiarsi sulla riva per poi morire. Il fiume invece è un cammino lento, continuo, inesorabile".

L'esperienza del documentario industriale (su cui la Edison e l'editore Federico Motta stanno preparando un volume) ha lasciato in eredità a Olmi una viva attenzione per il lavoro dell'uomo, inteso come creatività, come fatica, ma anche come rispetto dell'ambiente.

"Nel dialetto delle mie parti, il bergamasco, piantare un chiodo significa piantare un debito.

Quando da ragazzi andavamo in bottega e non avevamo i soldi per pagare, il negoziante infilava un foglio in un uncino e il debito rimaneva attaccato lì. Ma il titolo del film non si spiega solo con questo ricordo. Rimanda a quegli spaventosi debiti che tutti abbiamo fatto con la vita e soprattutto con la natura.

Debiti di cui mi vergogno e che soprattutto non riusciremo mai a pagare". Dopo aver dato a Bud Spencer il più grande ruolo della sua carriera in Cantando dietro i paraventi, Olmi offre il ruolo del protagonista a Raz Degan, che nel film abbandona la città per per vivere nel rispetto della natura. "Siamo assediati da cose che ci obbligano a un'esistenza già scritta. Siamo soggetti a condizionamenti... Ecco, su tutti quegli obblighi, quei "si deve" che vanno dal telefonino all'orologio, bisognerebbe imparare a piantare un chiodo.

Nel cascinale in riva al fiume, Degan impara a vivere con lentezza, a entrare in sintonia con la natura e con le persone che abitano le rive del Po".

Zavattini diceva che il Po uno se lo porta addosso come un vestito. "Il Po è il fiume per eccellenza.

Tutti gli sputano addosso, gli pisciano sopra, gli fanno ogni genere di cose. Ma lui continua il suo corso, tranquillo, portando tutto con sé fino al mare.

In pochi anni abbiamo ucciso la vita così ricca e variegata che animava le sue acque. Non sono più tornati gli storioni che venivano qui a prolificare. Per la gente del fiume era una festa vedere pesci di due quintali saltare nell'acqua. Poi con i rifiuti è arrivato il pesce siluro che sta distruggendo ogni cosa".

Se l'uomo ha cambiato la natura, adesso tocca all'ambiente cambiare la gente che vive sul fiume. "Le facce delle persone non sono più quelle di una volta. Quelli che hanno più o meno la mia età vivono ancora un contatto intenso con il fiume.

Se si cammina lungo gli argini si possono ancora vedere casotti di legno, tavolini dove nella bella stagione gli anziani giocano a carte. Poco più in là una bicicletta appoggiata a un albero, un'Ape parcheggiata con un cane che fa la guardia.

Ma se si oltrepassa l'argine che divide il fiume da quella che una volta era la campagna padana, oggi c'è una realtà industriale.

Il mondo agricolo non è più la campagna dei contadini, ma un'azienda come un'altra. Per quei vecchi però che come me hanno ancora negli occhi il salto degli storioni, il Po non è cambiato e gli vogliono bene lo stesso. Proprio come me".