Ha inventato qualcosa che non esisteva, una forma originale e unica di spettacolo: danza, musiche del mondo,
arte equestre, body-performance, meditazione, silenzi, gioco. Un linguaggio alla frontiera di molte arti, fatto
di prodezze tecniche e ricerca estetica. Con il cavallo - suo fratello, suo doppio, suo specchio - al centro della
scena. E il mondo sullo sfondo.
Clèment Marty, alias Bartabas ("pellegrino e gitano, scudiero, sciamano, capo di un circo, di una truppa", come è stato definito in una biografia-romanzo a lui dedicata in Francia) ama gli orizzonti lontani, ama attraversare territori ai margini delle culture dominanti, arricchirsi nel confronto con codici espressivi diversi e raccontare infine storie, frutto di mille incroci e rituali, con la sua compagnia, il Théâtre Equestre Zingaro, una carovana multietnica (oggi con una ventina di artisti e trenta cavalli) da lui fondata nel 1984.
Il suo è una specie di racconto di viaggio ininterrotto, al ritmo di una nuova creazione ogni tre anni. Prima, c'erano state le tribù di cavalieri e cantori berberi e caucasici dell'Opéra Équestre e i suoni e le leggende dei popoli nomadi del Rajasthan di Chimère. Poi, i canti coreani di Eclipse e i cavalli che danzavano sulle musiche di Stravinskj e Boulez di Triptyk.
L'ultima opera prosegue il viaggio in Oriente: Loungta, i cavalli di vento, ispirata alla cultura buddhista del Tibet, dopo tre anni di tournée trionfale tra Europa, Stati Uniti e Giappone, approda in Italia, all'Ippodromo di Tor di Valle di Roma, dal 30 settembre al 19 ottobre prossimi, evento speciale della 20 edizione del Romaeuropa Festival.
Omaggio a una cultura secolare che rischia di scomparire, un po' cerimonia rituale, un po' iniziazione enigmatica, un po' festa pagana in maschera e costume, Loungta è ispirato al Bardo Thodol, il Libro dei morti tibetano e in una successione di tableaux evoca la nascita, la morte, le varie fasi della reincarnazione.
Per Bartabas il buddhismo è una concezione dell'universo che - a differenza di altre - dà spazio alla natura e agli animali. Nella cultura tibetana il cavallo è simbolo di grande fedeltà e potenza, portatore di fortuna, chiamato anche "vento della libertà". Loungta sono appunto le bandiere di preghiera tibetane: "cavalli (ta) di vento (loung)", rettangoli di differenti colori, infilati su lunghe corde; su alcuni sono stampati mantra e segni astrologici, su altri sono disegnati draghi, tigri e cavalli.
Loungta è uno spettacolo silenzioso (non vi sono parole, in nessuna lingua: "lo spettacolo deve parlare da solo", aspirazione a un linguaggio universale), solo il fruscio dei movimenti di cavalli e cavalieri e lo straordinario tappeto sonoro prodotto dai monaci di Gyuto, famosi per la qualità del loro canto, piazzati su due tribunette opposte, impassibili nei loro vestiti di cerimonia arancio e porpora, con trombe e campanelli.
Il loro "canto del bufalo" con cui si emettono due suoni contemporaneamente, grave, lento, circolare, ipnotico, accompagna tutto lo spettacolo. La vibrazione profonda dell'om, la sillaba sacra che "contiene il mondo", mette in uno stato di percezione differente, riempie lo spazio, non con funzione ornamentale ma di invito alla meditazione, trasmette una sensazione di rallentamento del tempo, "ha una ripercussione sugli artisti e sul cavallo attraverso il suo cavaliere", dice Bartabas, "e su chi ascolta".
Un'esperienza sensoriale e spirituale di un'ora e tre quarti, visiva ed emotiva. Solo musica, solo azione. Presenza solenne del cavallo. Rifiuto dei movimenti superflui o dell'effetto troppo facile, ricerca invece dei movimenti contenuti, lenti, quasi impercettibili, apparentemente semplici, ma più virtuosi.
A movimenti minimi, per sottrazione, in avanti e indietro, attorno al proprio asse, si alternano acrobazie fluide e galoppate oniriche. Ad apparizioni di creature mascherate, clown divini e figure di scheletri, sciamani che danzano e cantano, demoni a cavallo lanciati in volteggi sfrenati, cortei di oche ammaestrate dietro uno stallone bianco, seguono momenti in cui Bartabas è da solo in pista con il suo cavallo.
Allora si consuma l'unione, prende forma l'essere unico, l'artista fa corpo con l'animale, diventa centauro, mostro mitologico con testa e busto umani e corpo di cavallo, un esempio di arte equestre in cui se si sa che è l'uomo ad addestrare si intuisce pure che è l'animale a dettare. Tecnica e amore, grammatica di gesti e movimenti, vocabolario comune, complicità, grazia.
"Il centauro, per me, non è un mostro", dice Bartabas, "è un sogno. Quello dell'incontro dell'istinto e dell'intelletto. Solo l'uomo, che ne è parte, ha potuto insegnargli a tendere un arco. Ma è il suo corpo di cavallo che gli permette di essere veramente conquistatore. L'alleanza dell'uomo e del cavallo non è stata all'origine di tutte le conquiste?".
Ma non è solo entrando nel tendone da circo, altro simbolo di nomadismo, che ospita i suoi spettacoli che ci si può accostare al mondo di Bartabas. Vi sono due luoghi fissi, strano a dirsi per l'anima nomade di uno zingaro, creati da Bartabas attorno a Parigi.
Il primo è ad Aubervilliers, quartier generale dal 1989 del Théâtre Equestre Zingaro, nella periferia nord-est di Parigi, oltre La Villette, approdo della compagnia tra una tappa e l'altra delle tournée.
Un campo-base che si vuole anche "un luogo dell'utopia", un "luogo del rituale", un villaggio di roulotte rosse e verdi e casette smontabili dove vivono una cinquantina di persone con le proprie famiglie e una sessantina di cavalli, con maneggio e uno spazio che Bartabas chiama "la struttura", un curioso teatro in legno, a metà tra cattedrale, mercato coperto e castello con torri e giochi di prospettiva alla Escher.
Qui la compagnia mette in scena ogni anno i propri spettacoli. Qui si entra veramente nel mondo di Zingaro, qui - come gli altri componenti della sua compagnia - vive Bartabas "in una roulotte", come ha scritto Jerome Garcin, suo biografo, "che non chiede altro che di essere spostata".
Il secondo luogo è dall'altra parte della metropoli, a sud, a Versailles, dove nel 2003 Bartabas, grazie al prestigio e al carisma acquisiti sul campo, ha potuto creare con l'appoggio di istituzioni pubbliche un'accademia che non ha eguali al mondo proprio perché diretta da un artista: l'Accademia dello spettacolo equestre, ospitata nelle grandi scuderie del castello di Versailles che un tempo accoglievano i 600 cavalli di Luigi XIV, grande appassionato di corse e spettacoli equestri, e che oggi ospitano una trentina di cavalli lusitani e andalusi, arabi e argentini.
L'accademia è un centro di formazione per cavallerizzi di alto livello, dove accanto all'arte dell'equitazione si insegnano arti plastiche, danza, canto, scherma, il tutto finalizzato all'uso del cavallo negli spettacoli. Alcune lezioni sono aperte al pubblico e poi, durante i weekend in particolare, gli allievi propongono esibizioni, lezioni di dressage e scherma con accompagnamento musicale, anche in notturna, caroselli e improvvisazioni equestri.
Fa una certa impressione vedere Bartabas, lo zingaro geniale e irriverente, di fronte alla statua a cavallo di Luigi XIV che campeggia nel cortile d'ingresso della più fastosa residenza reale d'Europa. Potenza del cavallo. Ma la vera vocazione di Bartabas è la strada.
Sta già preparando il prossimo spettacolo, che sarà ispirato alla cultura dei Rom dell'Europa dell'Est, alle loro musiche tzigane e a quelle gitane di Spagna. La ricerca, il viaggio continua. In fondo, la natura degli zingari è di non fermarsi mai.
Clèment Marty, alias Bartabas ("pellegrino e gitano, scudiero, sciamano, capo di un circo, di una truppa", come è stato definito in una biografia-romanzo a lui dedicata in Francia) ama gli orizzonti lontani, ama attraversare territori ai margini delle culture dominanti, arricchirsi nel confronto con codici espressivi diversi e raccontare infine storie, frutto di mille incroci e rituali, con la sua compagnia, il Théâtre Equestre Zingaro, una carovana multietnica (oggi con una ventina di artisti e trenta cavalli) da lui fondata nel 1984.
Il suo è una specie di racconto di viaggio ininterrotto, al ritmo di una nuova creazione ogni tre anni. Prima, c'erano state le tribù di cavalieri e cantori berberi e caucasici dell'Opéra Équestre e i suoni e le leggende dei popoli nomadi del Rajasthan di Chimère. Poi, i canti coreani di Eclipse e i cavalli che danzavano sulle musiche di Stravinskj e Boulez di Triptyk.
L'ultima opera prosegue il viaggio in Oriente: Loungta, i cavalli di vento, ispirata alla cultura buddhista del Tibet, dopo tre anni di tournée trionfale tra Europa, Stati Uniti e Giappone, approda in Italia, all'Ippodromo di Tor di Valle di Roma, dal 30 settembre al 19 ottobre prossimi, evento speciale della 20 edizione del Romaeuropa Festival.
Omaggio a una cultura secolare che rischia di scomparire, un po' cerimonia rituale, un po' iniziazione enigmatica, un po' festa pagana in maschera e costume, Loungta è ispirato al Bardo Thodol, il Libro dei morti tibetano e in una successione di tableaux evoca la nascita, la morte, le varie fasi della reincarnazione.
Per Bartabas il buddhismo è una concezione dell'universo che - a differenza di altre - dà spazio alla natura e agli animali. Nella cultura tibetana il cavallo è simbolo di grande fedeltà e potenza, portatore di fortuna, chiamato anche "vento della libertà". Loungta sono appunto le bandiere di preghiera tibetane: "cavalli (ta) di vento (loung)", rettangoli di differenti colori, infilati su lunghe corde; su alcuni sono stampati mantra e segni astrologici, su altri sono disegnati draghi, tigri e cavalli.
Loungta è uno spettacolo silenzioso (non vi sono parole, in nessuna lingua: "lo spettacolo deve parlare da solo", aspirazione a un linguaggio universale), solo il fruscio dei movimenti di cavalli e cavalieri e lo straordinario tappeto sonoro prodotto dai monaci di Gyuto, famosi per la qualità del loro canto, piazzati su due tribunette opposte, impassibili nei loro vestiti di cerimonia arancio e porpora, con trombe e campanelli.
Il loro "canto del bufalo" con cui si emettono due suoni contemporaneamente, grave, lento, circolare, ipnotico, accompagna tutto lo spettacolo. La vibrazione profonda dell'om, la sillaba sacra che "contiene il mondo", mette in uno stato di percezione differente, riempie lo spazio, non con funzione ornamentale ma di invito alla meditazione, trasmette una sensazione di rallentamento del tempo, "ha una ripercussione sugli artisti e sul cavallo attraverso il suo cavaliere", dice Bartabas, "e su chi ascolta".
Un'esperienza sensoriale e spirituale di un'ora e tre quarti, visiva ed emotiva. Solo musica, solo azione. Presenza solenne del cavallo. Rifiuto dei movimenti superflui o dell'effetto troppo facile, ricerca invece dei movimenti contenuti, lenti, quasi impercettibili, apparentemente semplici, ma più virtuosi.
A movimenti minimi, per sottrazione, in avanti e indietro, attorno al proprio asse, si alternano acrobazie fluide e galoppate oniriche. Ad apparizioni di creature mascherate, clown divini e figure di scheletri, sciamani che danzano e cantano, demoni a cavallo lanciati in volteggi sfrenati, cortei di oche ammaestrate dietro uno stallone bianco, seguono momenti in cui Bartabas è da solo in pista con il suo cavallo.
Allora si consuma l'unione, prende forma l'essere unico, l'artista fa corpo con l'animale, diventa centauro, mostro mitologico con testa e busto umani e corpo di cavallo, un esempio di arte equestre in cui se si sa che è l'uomo ad addestrare si intuisce pure che è l'animale a dettare. Tecnica e amore, grammatica di gesti e movimenti, vocabolario comune, complicità, grazia.
"Il centauro, per me, non è un mostro", dice Bartabas, "è un sogno. Quello dell'incontro dell'istinto e dell'intelletto. Solo l'uomo, che ne è parte, ha potuto insegnargli a tendere un arco. Ma è il suo corpo di cavallo che gli permette di essere veramente conquistatore. L'alleanza dell'uomo e del cavallo non è stata all'origine di tutte le conquiste?".
Ma non è solo entrando nel tendone da circo, altro simbolo di nomadismo, che ospita i suoi spettacoli che ci si può accostare al mondo di Bartabas. Vi sono due luoghi fissi, strano a dirsi per l'anima nomade di uno zingaro, creati da Bartabas attorno a Parigi.
Il primo è ad Aubervilliers, quartier generale dal 1989 del Théâtre Equestre Zingaro, nella periferia nord-est di Parigi, oltre La Villette, approdo della compagnia tra una tappa e l'altra delle tournée.
Un campo-base che si vuole anche "un luogo dell'utopia", un "luogo del rituale", un villaggio di roulotte rosse e verdi e casette smontabili dove vivono una cinquantina di persone con le proprie famiglie e una sessantina di cavalli, con maneggio e uno spazio che Bartabas chiama "la struttura", un curioso teatro in legno, a metà tra cattedrale, mercato coperto e castello con torri e giochi di prospettiva alla Escher.
Qui la compagnia mette in scena ogni anno i propri spettacoli. Qui si entra veramente nel mondo di Zingaro, qui - come gli altri componenti della sua compagnia - vive Bartabas "in una roulotte", come ha scritto Jerome Garcin, suo biografo, "che non chiede altro che di essere spostata".
Il secondo luogo è dall'altra parte della metropoli, a sud, a Versailles, dove nel 2003 Bartabas, grazie al prestigio e al carisma acquisiti sul campo, ha potuto creare con l'appoggio di istituzioni pubbliche un'accademia che non ha eguali al mondo proprio perché diretta da un artista: l'Accademia dello spettacolo equestre, ospitata nelle grandi scuderie del castello di Versailles che un tempo accoglievano i 600 cavalli di Luigi XIV, grande appassionato di corse e spettacoli equestri, e che oggi ospitano una trentina di cavalli lusitani e andalusi, arabi e argentini.
L'accademia è un centro di formazione per cavallerizzi di alto livello, dove accanto all'arte dell'equitazione si insegnano arti plastiche, danza, canto, scherma, il tutto finalizzato all'uso del cavallo negli spettacoli. Alcune lezioni sono aperte al pubblico e poi, durante i weekend in particolare, gli allievi propongono esibizioni, lezioni di dressage e scherma con accompagnamento musicale, anche in notturna, caroselli e improvvisazioni equestri.
Fa una certa impressione vedere Bartabas, lo zingaro geniale e irriverente, di fronte alla statua a cavallo di Luigi XIV che campeggia nel cortile d'ingresso della più fastosa residenza reale d'Europa. Potenza del cavallo. Ma la vera vocazione di Bartabas è la strada.
Sta già preparando il prossimo spettacolo, che sarà ispirato alla cultura dei Rom dell'Europa dell'Est, alle loro musiche tzigane e a quelle gitane di Spagna. La ricerca, il viaggio continua. In fondo, la natura degli zingari è di non fermarsi mai.