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Firenze

Miracolo al Forte

L'artista belga Jean-Michel Folon espone al Belvedere della capitale toscana quasi 300 opere. E intanto alcune sue sculture trovano collocazione permanente in vie e piazze della città

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Una specie di miracolo. Ecco cosa mi sembra aver esposto le mie opere a Firenze, al Palazzo Vecchio e averle ancora in esposizione al Forte di Belvedere" esclama con un sorriso Jean-Michel Folon, l'artista che ha "inventato una luce strana" e che "ha dato un colore alla nebbia", come diceva di lui Federico Fellini.

La mostra di Folon al Forte di Belvedere resterà aperta fino al 2 ottobre: ancora qualche giorno per poter ammirare le quasi 300 opere che facevano sognare Fellini e che dal 18 maggio a oggi hanno totalizzato quasi 50 mila visitatori. "Un sogno, davvero, è un sogno" dice Folon guardando l'architettura del Folte di Belvedere e affacciandosi da lassù ad ammirare la città.

"Anzi di più. È un privilegio. Il Forte Belvedere è luogo magico: proprio qui ho visto le più belle mostre di tutta la mia vita, come quella di Henry Moore. Qui si crea uno straordinario rapporto tra le sculture, lo spazio e la splendida visione di tutte le cupole di Firenze in lontananza".

Ed è davvero bellissimo ammirare da qui quelle forme del sogno, o girare per le sale e vedere le "città blu immaginarie" di cui parlava Fellini. "Niente è più vero di quelle città sulla carta" scriveva il regista in un testo lasciato a Folon e fino a oggi inedito, pubblicato per l'occasione nel catalogo della mostra. "Sono le città che voleva" continua Fellini, "e che le tristi città di oggi non gli avrebbero mai dato. So anche l'inattualità di tutto ciò: i limiti, le ebbrezze che ciò comporta, i rischi pericolosamente romantici.

Per Folon, non conosco alcun altro punto di vista dove si senta a suo agio in accordo con se stesso. Così è per me. Si tratta di immagini e soltanto di immagini. Si tratta di un gioco di cui noi inventiamo le regole. Perché poi, possiamo giocarci. È la nostra libertà".

Eccola la libertà di Folon. In quelle forme di sogno, che si elevano verso il cielo e allo stesso tempo sono ben radicate in terra. Che hanno un'origine terrena ma allo stesso tempo la straniante bellezza del sogno.

Come Partir, scultura in bronzo che ha la forma di una valigia, come una cornice che all'interno ha la sagoma di una nave che solca le acque.

O come Lire: una vasca rettangolare e sul bordo un uomo che legge un libro, con cappello e impermeabile, via di mezzo tra un personaggio di Chandler e Humphrey Bogart in Casablanca. Lunghi pennacchi di marmo come enormi vermi preistorici si confondono con la cupola di Brunelleschi, laggiù, in lontananza, e il Palazzo Vecchio e solcano il cielo blu screziandolo di bianco.

Tutt'intorno, animali di una strana cosmologia, e uomini, teste e forme per una mitologia che si confonde con la pietra del piazzale, con il verde dei prati, con le scale e gli affacci. "Credo che sia molto difficile esporre le sculture" racconta Folon. "Che quando escono dallo studio, devono trovare un luogo con cui si possa instaurare un autentico dialogo: quando questo riesce e perché riesca è un mistero assoluto. Ho l'impressione che questo, il Forte Belvedere, sia uno spazio simile. Quelle vecchie scalinate che servivano ai cavalli o alle carrozze, per esempio, e che hanno conservato una straordinaria bellezza, le sale in pietra, il sali scendi degli spazi: tutto questo dialoga con le mie opere o almeno dovrebbe".

Molte opere di Folon sono "figure del viaggio e del sogno", come scrive la curatrice dell'esposizione Marilena Pasquali, città perdute, barche, strade, ponti, piazze, palazzi. Soprattutto barche: "In questi ultimi venti anni" spiega Folon "ho fatto molte barche per i miei viaggi immaginari. Vivo in un porto e racconto spesso il mare. Anche se adoro le città, soprattutto quelle italiane. Come Firenze, non mi stancherò mai di dirlo.

Quando vengo qui, vado a cercare le ali degli angeli di Beato Angelico: all'epoca di Beato Angelico c'era lo specialista per le ali degli angeli, così come c'era lo specialista per le nuvole, lo specialista per il viso della Vergine. C'erano specialisti che andavano da una bottega all'altra a disegnare la loro specialità. Così, non è dato sapere chi ha fatto cosa. So soltanto che quando guardo le ali degli angeli del Beato Angelico resto assolutamente meravigliato: cerco di copiarle perché sono talmente belle.

E poi vado agli Uffizi: ho un'autentica passione per Giotto, e anche la pittura fiamminga che amo profondamente, come Bruegel, Memling e anche Hieronymus Bosch. Gli Uffizi custodiscono quanto di più bello ha prodotto la storia dell'umanità. L'Italia continua ad essere un luogo di magiche creazioni" continua Folon, "ed è per questo che l'adoro.

Il mio solo rammarico è di non aver potuto realizzare quello che è il sogno di tanti: vivere in Toscana. Così, per riscattarmi ai miei stessi occhi, ogni anno accetto l'invito a esporre in qualche mostra (come a Pietrasanta o a Lucca): quest'anno a Firenze. Firenze: dove amo passeggiare, dove amo mangiare, che amo scoprire nei suoi angoli nascosti, nei volti della sua gente, nella sua lingua. Qui mi piace scrivere, prendere il mio tempo, leggere.

Mi piace andare all'Officina Farmaceutica di Santa Maria Novella, comprare delle bottigliette per i miei amici e portarle loro in regalo quando torno in Francia. Non perché abbiano poteri miracolosi, ma perché questa Farmacia è talmente meravigliosa, è un luogo magico, anche questo, con i suoi profumi, le sue spezie, le sue antiche creazioni, che non posso farne a meno. E poi intorno alla piazza del Duomo cerco i quaderni con la copertina in cuoio, fatti a mano, dove disegno e scrivo".

Si gira Folon. Guarda Firenze, la cupola del Brunelleschi, il Palazzo Vecchio, l'Arno che scorre, il corridoio vasariano sopra il Ponte Vecchio, il verde nascosto. Laggiù tra i vicoli medievali, nelle piccole piazze, tra i palazzi rinascimentali in pietra serena, ci sono alcune sue opere, sculture da sogno che evocano i sogni. Non si vedono da qui, ma la città le percepisce, sogno nel sogno.

"Il cammino di Folon" dice la curatrice della mostra Marilena Pasquali, "la sua arma segreta, è la tensione verso il cielo, l'ansia di volare, un desiderio struggente che lo ha portato ad affermare, in una recente "intervista immaginaria" con Marcel Proust, che, a parte se stesso, vorrebbe essere un uccello, libero come un albatros che vola alto sul mare. E, alla domanda "comment j'aimerais mourir?", egli ha risposto "M'envoler"".

E s'invola Folon. Attraversa la città sulle ali dei suoi omini in bronzo, pesanti come il metallo, leggeri come il pensiero. S'invola. E certe mattine, quando il cielo ha il colore sospeso tra il rosso il rosa e il viola, come nei suoi acquerelli, pare di vederlo, in sella a quei centauri, in attesa, sulla soglia della vita, del sogno, di una città da sogno come Firenze, per sempre nei cuori di tutti quelli che l'hanno conosciuta.