Quella mattina c'era un gattino che si trastullava con uno scarto di rosa, riverso sul dorso e le zampe in aria, acquattato dietro una botte, in plaza de Las Flores. Il mercato dei fiori stava sbaraccando. Il vento soffiava da giorni e giorni, e il centro storico di Cadice lo raccoglieva tutto, tanto da sembrare vela, piuttosto che città.
Ero stato sul lungomare, nei pressi del Castillo San Sebastián, a guardare l'Atlantico perdersi nell'azzurro dell'orizzonte. È nel quartiere di La Viña che si può trovare la vera anima di Cadice, dove uomini e case sono corrosi dal sale, dove la notte si entra e si esce dalle taverne che servono il miglior vino della costa, dove i vecchi si mescolano ai giovani e dove c'è "Casa Manteca", la taberna per eccellenza.
Cadice resiste fiera all'Oceano, piantata com'è, su quel costone di scogli, dove hanno deciso di piazzarla i Fenici tremila anni fa, arrivati qui chissà come, a bordo delle loro lunghe navi. Sarà per questo che Cadice rassomiglia in tutto e per tutto a un veliero. Pare ci sia la terra sotto Cadice Vecchia.
A me sembra un bastimento alla fonda nel porto moderno, e per questo a volte ondeggia: dicono che a viverci tanto, rientrando sul continente si soffra di mal di terra. Si dicono tante cose nei vicoli della Città Vecchia.
Raccontano anche che fu proprio a Cadice, quando era questore della Spagna Ulteriore, che Cesare giurò, ai piedi della statua di Alessandro Magno, di eguagliare le gesta del Macedone. Cadice: la più antica città d'Europa.
Gli antichi palazzi trasudano umidità e sale, hanno uno stile ibrido, ispanico-portoghese, barocco eppure lineare, come avessero fuso Lisbona a L'Avana. I caditani sono festosi e riservati, un po' conti e un po' pirati, rintronati dal vento e dalle onde tutto l'anno, si accendono per un nonnulla, imprecano e offrono da bere, si picchiano e poi tutti a mangiare il pesce la domenica al "Romerijo" di Puerto Santa Maria, Tiffany dei frutti di mare a prezzi stracciati. E non è un caso che l'ultimo vero carnevale si svolga a Cadice: in quei giorni pare di vivere a Isla Tortuga.
Imbocco calle Sacramento, una delle più vecchie strade della città, un labirinto di piazze fiorite e locali sempre nuovi. Piantato in mezzo al vicolo il vecchio Juan seduto sulla sua sedia squama le orate. "Non portar mai fiori alle donne", dice, "es mala suerte". Porta sfortuna. Ma è anche vero che il grande amore di Juan - stando a quello che dice Roberto - è scappata 40 anni fa imbarcandosi su un mercantile battente bandiera panamense. Erano altri tempi e altre donne.
Tiro dritto e m'infilo nel portone di casa. Per buona pace di Juan, i fiori li ho comprati per la ragazza di Roberto per ringraziarla della splendida ospitalità. Gente disponibile, la gente di Cadiz. Ho in programma di passare a salutare gli altri amici che vivono sulla Costa de la Luz e Roberto può darmi uno strappo fino a Vejer de la Frontera.
Imbocchiamo la statale N340 e puntiamo verso Tarifa. Sfilano Chiclana della Frontera, Cabo Roche e Conil de la Frontera. È un tratto di costa, un centinaio di chilometri, quasi vergine, benché gli speculatori edilizi stiano già provando a massacrarla come hanno fatto con la Costa del Sol. Speriamo l'oceano glielo impedisca
Per ora è un susseguirsi di litorali bassi e sabbiosi lunghi chilometri, interrotti qua e là da banchi di rocce frastagliate; alle spalle cespugli spinosi e poi pini marittimi, resti archeologici romani, arabi, e nel mare relitti e tesori. Il vento che soffia costante ha trasformato questa zona nel regno del kitesurf e del weekend lontano dal caos delle città: negli ultimi anni sono sorti come funghi hotel de charme ricavati da antiche dimore storiche, e oggi la Costa de la Luz è uno dei luoghi emergenti nei gusti degli spagnoli più eleganti e delle celebrities, pur mantenendo quell'understatement che la contraddistingue da sempre.
Vejer de la Frontera, arroccata su di uno sperone di roccia, domina la piana che giunge fino al Cabo de Trafalgar, dove nel 1805 ebbe luogo la celebre battaglia tra Orazio Nelson e la flotta napoleonica, in cui l'ammiraglio trovò la vittoria e la morte. È un pueblo blanco medievale pieno di fascino da dove si riesce ad acciuffare l'aria fresca dell'Atlantico.
Un tempo faceva parte della cintura difensiva che i Re Cattolici, dopo la "reconquista", avevano eretto per combattere i Mori: ora pullula di inglesi e tedeschi che lo hanno scelto come buen retiro, o per investire in una seconda casa. Quando arriviamo c'è una placida atmosfera da due del pomeriggio: poca gente per la strada, grida sbiadite, risate nei bares, un cane che dorme tirato sotto il campanile, il muso all'ombra e la coda al sole.
Vejer mostra con orgoglio la sua mescolanza di stili, gotico, arabesco e mudejar, in un trionfo di vicoli imbiancati a calce, spruzzati qua e là dal viola delle bouganvillee. Al culmine la juderia, l'antico ghetto ebraico, lastricato in pietra, silenzioso. Prima che Roberto prosegua per Arcos de la Frontera, beviamo una birra e mangiamo una papas ali-oli, patate fritte all'aglio e chorizo, salsiccia, al "Chirino", bar-ritrovo di tutta Vejer nella piazza centrale, dove i vecchi giocano a carte e guardano la corrida alla televisione.
Aspetto il bus che fa la spola con la costa. Amit, un israeliano da anni errante per le contrade di Spagna, mi aspetta a Los Caños de Meca. La prima volta che Amit mi ha invitato a casa sua mi fece percorrere la statale che taglia le colline parallele alla costa. Al culmine fermò l'auto e disse solo "mira", guarda: d'improvviso l'Africa.
Lo stretto di Gibilterra sembra un fiordo, tanto è sottile, e da là in cima, la prua bruna del continente africano sembra un immane mercantile in transito nello Stretto: l'acqua del Mediterraneo, più scura, si mescola, si struscia e si fonde con quella più chiara dell'Atlantico. A Los Caños sono stato mille volte, a cercare di perdere il senso del tempo, diviso tra acqua, terra e cielo, viño verde sulla spiaggia, pesce nei baracchini, e tante tante chiacchiere con Amit, i suoi amici e gli avventori del "Levante", uno dei locali che va per la maggiore.
Il padrone è un milanese in fuga, uno dei padri fondatori della comunità di Los Caños: Amit è in società con lui e hanno trasformato il locale in una sorta di centro culturale dove proiettano film, si ascolta musica lounge, si mangia un falafel che sembra sbucato fuori da un vicolo di Gerusalemme e si beve il miglior mojito della Costa. È un po' California e un po' paese dei mangiatori di loto, Los Caños: stanchi di Kathmandu, i figli dei fiori anni Sessanta, si sono trasferiti qui, da tutto il mondo, una trentina di anni fa, e hanno costruito, restaurato, improvvisato.
Non c'è un vero centro. È un'accozzaglia di costruzioni basse e fantasiose. Poi sono arrivati gli speculatori di Franco e un paio di mostri sono riusciti a costruirli: ma fortunatamente non ce l'hanno fatta a distruggere tutto. Ora i vecchi hippy, che si erano ritirati qui a vedere l'oceano e il mare da appena un lustro si sono ritrovati in mano una fiorente professione: il turismo.
E infatti d'estate a Los Caños c'è una bella movida, ma di gente a modo: surfisti, saccopelisti, ragazzi da Interail, qualche madrileno e intellettuali a riposo. La serata se ne va con la musica e le parole, con il sole che poco convinto si getta nello stretto e si gioca a vedere il raggio verde, una cena a un'ora tanto tarda da non saper più se chiamarla cena.
Per raggiungere Tarifa io e Amit prendiamo la strada più breve, quella che passa in mezzo a Barbate, un posto orribile. Un agglomerato di cemento e asfalto, acqua sporca e motociclette. Ufficialmente è il paese con il più alto tasso di disoccupazione in Andalusia ma curiosamente ha la più alta quantità d'immatricolazioni d'auto e moto di lusso.
In effetti si nota un certo agio per le strade. I maligni insinuano che la floridità di Barbate derivi da attività poco lecite, connesse con il traffico di hashish che si sviluppa prospero grazie alla vicinanza con il Marocco. La Guardia Civil ha il suo bel da fare qui. Altri dicono che gli abitanti di Barbate in realtà non tessono chissà quali trame oscure: semplicemente si siedono sulla spiaggia, aspettano che qualche disgraziato sbarchi con il suo fagotto di stracci e di "fumo", girino a chi di dovere il carico, e poi rinforcano la motocicletta.
Hanno tutte le fortune, quelli di Barbate. Uomini duri, che da generazioni si prendono a remate con i loro colleghi marocchini per il controllo della pesca al tonno. Ma ora sono arrivati i superpescherecci giapponesi a far parte della partita: pare che barbatesi e marocchini, forti della lunga esperienza, prendano entrambi a remate il terzo incomodo. Ma sono voci. Voci dello stretto.
Dopo Zahara de los Atunes lasciamo la costa per riprendere la N340. A monte sfilano i mulini a vento del terzo millennio: bianchi, stretti, slanciati, giganteschi. Macinano giri su giri, stiracchiando il vento con le loro immense pale, producendo farina aggiornata ai tempi: elettricità. Pulita. Appollaiata alle spalle di punta Europa c'è Tarifa, la Taormina della Costa de la Luz: un antichissimo borgo di pescatori, da sempre luogo strategico perché esattamente al centro dello stretto di Gibilterra
Una delle due celeberrime colonne, le colonne d'Ercole, non poteva che essere qui. Ha un primato interessante: è la città più ventosa d'Europa. Si respira un'aria internazionale niente male, per le strette vie di Tarifa, reticolo intricato che difende dal vento e dal mare i suoi abitanti stagionali e abituali. Oltrepassata la Puerta de Jerez, cancello d'ingresso del centro storico, quello che un tempo era la medina dei mori, d'improvviso appare un dedalo di calles, reso chiassoso da strusciare di sandali e richiami in mille idiomi.
I vicoli discendono ripidi verso la parte bassa della città, ed è un fiorire di bar alla moda, negozietti di gingilli più o meno trendy, e centri dedicati agli sport acquatici: le bianche case stile Vejer lasciano spazio a palazzotti istoriati con balconi in ferro battuto che ricordano Cadice. Alla sera i vicoli di Tarifa si fanno pieni di luci soffuse e dolci bisbocce. Amit dovrebbe tornare a casa, ma forse anche no.
Non è difficile trovare qualcuno da salutare, una storia da raccontare, un aneddoto da sentire... E mentre i locali di Tarifa prendono a sparpagliare le molte musiche che conoscono, seduti al "Café Central", proviamo a farci convincere dalle olive che in fondo abbiamo ancora tempo per un'altra birra e un'altra storia. C'è tutto il tempo che vuoi, a Tarifa.
Ero stato sul lungomare, nei pressi del Castillo San Sebastián, a guardare l'Atlantico perdersi nell'azzurro dell'orizzonte. È nel quartiere di La Viña che si può trovare la vera anima di Cadice, dove uomini e case sono corrosi dal sale, dove la notte si entra e si esce dalle taverne che servono il miglior vino della costa, dove i vecchi si mescolano ai giovani e dove c'è "Casa Manteca", la taberna per eccellenza.
Cadice resiste fiera all'Oceano, piantata com'è, su quel costone di scogli, dove hanno deciso di piazzarla i Fenici tremila anni fa, arrivati qui chissà come, a bordo delle loro lunghe navi. Sarà per questo che Cadice rassomiglia in tutto e per tutto a un veliero. Pare ci sia la terra sotto Cadice Vecchia.
A me sembra un bastimento alla fonda nel porto moderno, e per questo a volte ondeggia: dicono che a viverci tanto, rientrando sul continente si soffra di mal di terra. Si dicono tante cose nei vicoli della Città Vecchia.
Raccontano anche che fu proprio a Cadice, quando era questore della Spagna Ulteriore, che Cesare giurò, ai piedi della statua di Alessandro Magno, di eguagliare le gesta del Macedone. Cadice: la più antica città d'Europa.
Gli antichi palazzi trasudano umidità e sale, hanno uno stile ibrido, ispanico-portoghese, barocco eppure lineare, come avessero fuso Lisbona a L'Avana. I caditani sono festosi e riservati, un po' conti e un po' pirati, rintronati dal vento e dalle onde tutto l'anno, si accendono per un nonnulla, imprecano e offrono da bere, si picchiano e poi tutti a mangiare il pesce la domenica al "Romerijo" di Puerto Santa Maria, Tiffany dei frutti di mare a prezzi stracciati. E non è un caso che l'ultimo vero carnevale si svolga a Cadice: in quei giorni pare di vivere a Isla Tortuga.
Imbocco calle Sacramento, una delle più vecchie strade della città, un labirinto di piazze fiorite e locali sempre nuovi. Piantato in mezzo al vicolo il vecchio Juan seduto sulla sua sedia squama le orate. "Non portar mai fiori alle donne", dice, "es mala suerte". Porta sfortuna. Ma è anche vero che il grande amore di Juan - stando a quello che dice Roberto - è scappata 40 anni fa imbarcandosi su un mercantile battente bandiera panamense. Erano altri tempi e altre donne.
Tiro dritto e m'infilo nel portone di casa. Per buona pace di Juan, i fiori li ho comprati per la ragazza di Roberto per ringraziarla della splendida ospitalità. Gente disponibile, la gente di Cadiz. Ho in programma di passare a salutare gli altri amici che vivono sulla Costa de la Luz e Roberto può darmi uno strappo fino a Vejer de la Frontera.
Imbocchiamo la statale N340 e puntiamo verso Tarifa. Sfilano Chiclana della Frontera, Cabo Roche e Conil de la Frontera. È un tratto di costa, un centinaio di chilometri, quasi vergine, benché gli speculatori edilizi stiano già provando a massacrarla come hanno fatto con la Costa del Sol. Speriamo l'oceano glielo impedisca
Per ora è un susseguirsi di litorali bassi e sabbiosi lunghi chilometri, interrotti qua e là da banchi di rocce frastagliate; alle spalle cespugli spinosi e poi pini marittimi, resti archeologici romani, arabi, e nel mare relitti e tesori. Il vento che soffia costante ha trasformato questa zona nel regno del kitesurf e del weekend lontano dal caos delle città: negli ultimi anni sono sorti come funghi hotel de charme ricavati da antiche dimore storiche, e oggi la Costa de la Luz è uno dei luoghi emergenti nei gusti degli spagnoli più eleganti e delle celebrities, pur mantenendo quell'understatement che la contraddistingue da sempre.
Vejer de la Frontera, arroccata su di uno sperone di roccia, domina la piana che giunge fino al Cabo de Trafalgar, dove nel 1805 ebbe luogo la celebre battaglia tra Orazio Nelson e la flotta napoleonica, in cui l'ammiraglio trovò la vittoria e la morte. È un pueblo blanco medievale pieno di fascino da dove si riesce ad acciuffare l'aria fresca dell'Atlantico.
Un tempo faceva parte della cintura difensiva che i Re Cattolici, dopo la "reconquista", avevano eretto per combattere i Mori: ora pullula di inglesi e tedeschi che lo hanno scelto come buen retiro, o per investire in una seconda casa. Quando arriviamo c'è una placida atmosfera da due del pomeriggio: poca gente per la strada, grida sbiadite, risate nei bares, un cane che dorme tirato sotto il campanile, il muso all'ombra e la coda al sole.
Vejer mostra con orgoglio la sua mescolanza di stili, gotico, arabesco e mudejar, in un trionfo di vicoli imbiancati a calce, spruzzati qua e là dal viola delle bouganvillee. Al culmine la juderia, l'antico ghetto ebraico, lastricato in pietra, silenzioso. Prima che Roberto prosegua per Arcos de la Frontera, beviamo una birra e mangiamo una papas ali-oli, patate fritte all'aglio e chorizo, salsiccia, al "Chirino", bar-ritrovo di tutta Vejer nella piazza centrale, dove i vecchi giocano a carte e guardano la corrida alla televisione.
Aspetto il bus che fa la spola con la costa. Amit, un israeliano da anni errante per le contrade di Spagna, mi aspetta a Los Caños de Meca. La prima volta che Amit mi ha invitato a casa sua mi fece percorrere la statale che taglia le colline parallele alla costa. Al culmine fermò l'auto e disse solo "mira", guarda: d'improvviso l'Africa.
Lo stretto di Gibilterra sembra un fiordo, tanto è sottile, e da là in cima, la prua bruna del continente africano sembra un immane mercantile in transito nello Stretto: l'acqua del Mediterraneo, più scura, si mescola, si struscia e si fonde con quella più chiara dell'Atlantico. A Los Caños sono stato mille volte, a cercare di perdere il senso del tempo, diviso tra acqua, terra e cielo, viño verde sulla spiaggia, pesce nei baracchini, e tante tante chiacchiere con Amit, i suoi amici e gli avventori del "Levante", uno dei locali che va per la maggiore.
Il padrone è un milanese in fuga, uno dei padri fondatori della comunità di Los Caños: Amit è in società con lui e hanno trasformato il locale in una sorta di centro culturale dove proiettano film, si ascolta musica lounge, si mangia un falafel che sembra sbucato fuori da un vicolo di Gerusalemme e si beve il miglior mojito della Costa. È un po' California e un po' paese dei mangiatori di loto, Los Caños: stanchi di Kathmandu, i figli dei fiori anni Sessanta, si sono trasferiti qui, da tutto il mondo, una trentina di anni fa, e hanno costruito, restaurato, improvvisato.
Non c'è un vero centro. È un'accozzaglia di costruzioni basse e fantasiose. Poi sono arrivati gli speculatori di Franco e un paio di mostri sono riusciti a costruirli: ma fortunatamente non ce l'hanno fatta a distruggere tutto. Ora i vecchi hippy, che si erano ritirati qui a vedere l'oceano e il mare da appena un lustro si sono ritrovati in mano una fiorente professione: il turismo.
E infatti d'estate a Los Caños c'è una bella movida, ma di gente a modo: surfisti, saccopelisti, ragazzi da Interail, qualche madrileno e intellettuali a riposo. La serata se ne va con la musica e le parole, con il sole che poco convinto si getta nello stretto e si gioca a vedere il raggio verde, una cena a un'ora tanto tarda da non saper più se chiamarla cena.
Per raggiungere Tarifa io e Amit prendiamo la strada più breve, quella che passa in mezzo a Barbate, un posto orribile. Un agglomerato di cemento e asfalto, acqua sporca e motociclette. Ufficialmente è il paese con il più alto tasso di disoccupazione in Andalusia ma curiosamente ha la più alta quantità d'immatricolazioni d'auto e moto di lusso.
In effetti si nota un certo agio per le strade. I maligni insinuano che la floridità di Barbate derivi da attività poco lecite, connesse con il traffico di hashish che si sviluppa prospero grazie alla vicinanza con il Marocco. La Guardia Civil ha il suo bel da fare qui. Altri dicono che gli abitanti di Barbate in realtà non tessono chissà quali trame oscure: semplicemente si siedono sulla spiaggia, aspettano che qualche disgraziato sbarchi con il suo fagotto di stracci e di "fumo", girino a chi di dovere il carico, e poi rinforcano la motocicletta.
Hanno tutte le fortune, quelli di Barbate. Uomini duri, che da generazioni si prendono a remate con i loro colleghi marocchini per il controllo della pesca al tonno. Ma ora sono arrivati i superpescherecci giapponesi a far parte della partita: pare che barbatesi e marocchini, forti della lunga esperienza, prendano entrambi a remate il terzo incomodo. Ma sono voci. Voci dello stretto.
Dopo Zahara de los Atunes lasciamo la costa per riprendere la N340. A monte sfilano i mulini a vento del terzo millennio: bianchi, stretti, slanciati, giganteschi. Macinano giri su giri, stiracchiando il vento con le loro immense pale, producendo farina aggiornata ai tempi: elettricità. Pulita. Appollaiata alle spalle di punta Europa c'è Tarifa, la Taormina della Costa de la Luz: un antichissimo borgo di pescatori, da sempre luogo strategico perché esattamente al centro dello stretto di Gibilterra
Una delle due celeberrime colonne, le colonne d'Ercole, non poteva che essere qui. Ha un primato interessante: è la città più ventosa d'Europa. Si respira un'aria internazionale niente male, per le strette vie di Tarifa, reticolo intricato che difende dal vento e dal mare i suoi abitanti stagionali e abituali. Oltrepassata la Puerta de Jerez, cancello d'ingresso del centro storico, quello che un tempo era la medina dei mori, d'improvviso appare un dedalo di calles, reso chiassoso da strusciare di sandali e richiami in mille idiomi.
I vicoli discendono ripidi verso la parte bassa della città, ed è un fiorire di bar alla moda, negozietti di gingilli più o meno trendy, e centri dedicati agli sport acquatici: le bianche case stile Vejer lasciano spazio a palazzotti istoriati con balconi in ferro battuto che ricordano Cadice. Alla sera i vicoli di Tarifa si fanno pieni di luci soffuse e dolci bisbocce. Amit dovrebbe tornare a casa, ma forse anche no.
Non è difficile trovare qualcuno da salutare, una storia da raccontare, un aneddoto da sentire... E mentre i locali di Tarifa prendono a sparpagliare le molte musiche che conoscono, seduti al "Café Central", proviamo a farci convincere dalle olive che in fondo abbiamo ancora tempo per un'altra birra e un'altra storia. C'è tutto il tempo che vuoi, a Tarifa.
(8 ottobre 2005)