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Vado a Timbuctù

Era una città prospera, piena di cultura e traffici. Oggi è assediata dal deserto, impoverita, ma a suo modo bella e misteriosa. E il mito continua

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Non so neanche scriverne il nome: Timbuctu (con l'accento o meno?), Toumbouctou, Tomboctou, Tin Buktu, Tambettu. La città del cuore dove andava Paperino. A ben cercare, si trova in Mali.

Il Mali, a detta di chi traversa il Sahara, è così chiamato per via della penuria di beni che lo contraddistingue. Pertanto, onde mantenere lo stile, giunsi a Timbuctù a ripetizione: da sud in piroga a motore, tra merci e puzze; da nord a piedi, con la carovana del sale.

La notte prima di arrivare, seguendo i dromedari puntammo due stelle all'orizzonte, tenendo l'occhio sopra la spalla sinistra. "Sono quasi sempre lì", diceva per consolarmi Andrahmed il conduttore, "sopra Timbuctù". "Sai una cosa?", chiesi. "Quando chiudo gli occhi, vedo un culo di cammello. E quando li ria-pro, pure. Cammina".

Entrammo in città, tra le casupole di terra impastata con paglia e sterco solo per scoprire che il prezzo del sale era crollato. Infatti i cavatori di sale avevano avuto la pensata di evitare la mediazione dei carovanieri e dei Tuareg affittando un autocarro, con cui avevano portato a Timbuctù del sale di troppo.

Visto l'autocarro, era una sorta di miracolo. Il sale, non l'oro, l'avorio, le stoffe o gli schiavi è il segreto della fortuna di Timbuctù. Il sale, trasportato per millenni dalle carovane, è fondamentale per gli agricoltori, i neri del sud. Si calcola, per un adulto che lavori nelle condizioni di semiumidità del Sahel, la fascia sotto il deserto, un fabbisogno di 12-15 grammi di sale al giorno, senza il quale la capacità di lavorare si riduce di molto.

Così, scaricate con orgoglio le lastre di sale, andai a dormire sul tappetino, nella casupola ad Abarajù. È il quartiere dei fabbri cui nessuno dovrebbe parlare, per via della loro impurità. Si trova convenientemente a nord della città: da qui partono le carovane per il deserto.

Per me, che detesto il bailamme della Place de l'Indépendance o del Grand Marché, è un luogo che dà tranquillità, anche se è fuorilegge alloggiare in case private: al tramonto si vela dei colori dell'alba e sembra un'albicocca. Mangiando spiedini di capra comprati sulla via (non ne potevo più di quella broda di miglio, acqua e farina di baobab che è l'alimento del cammelliere), guardai il bracciale d'argento che mi aveva dato Saleh sid Ahmed prima che cominciassimo a battere 102 passi al minuto sulla sabbia, per stare dietro ai 72 dei dromedari.

Temeva mi perdessi. Infatti, la bindella è proprio una mappa: le losanghe in diagonale, sottolineate da onde, sono le tende tra le dune; la croce a X, i cui bracci sono contornati da serpentine, è l'oasi di Araouane, a una settimana di cammino da Timbuctù. "È un incrocio di vie e di acque", mi aveva insegnato Saleh.

Il centro del monile è un campo in cui si apre una croce a linee e curve, con quattro cerchi. "Timbuctù dai quattro quartieri", disse Saleh, "con i quattro pozzi scavati intorno".

Se andate dalle parti dell'Hotel Bouctou vi troverete pozzi a forma di imbuto. Hanno diametri di 50 metri e più, circondati da orti che, per via del colore, sembrano campi da golf. Per una scalinata si scende fino a una pozza. Pare servire appena per bere, ma così funziona l'idraulica del Sahara, per inversione di dimensioni. Per sopravvivere, dal grande si arriva al piccolo, con opera di minimalismo.

Analoga è la funzione di Timbuctù: prendere la geografia e l'economia del deserto per ridurle a un punto: la città-porto che unisce il Mediterraneo all'Africa dei neri. Un proverbio di questo Sudan ("il Paese dei neri") afferma: "Il sale viene dal nord; l'oro dal sud e l'argento dai Paesi dei bianchi; ma le parole di Dio, le cose dotte, le storie e i racconti del cuore non si trovano che a Timbuctù".

Si narra che la città sia stata fondata da pastori e carovanieri tuareg nel 1100 attorno a una micro-oasi. Il pozzo (tin) era gestito da una donna dai seni come meloni (non quelli che san di fiele, le colochinte dei fiumi senz'acqua del Sahara, ma quelli che colano sugo nelle oasi) e da un ombelico (buktu) di dimensioni fuori del comune.

La donna doveva avere doti di seduzione mica da ridere, sì che alcuni nomadi, che avevano guadagnato nobiltà e islamismo nel loro vagare per il deserto, decisero di metter su casa vicino al suo pozzo. Al di là della leggenda, un addetto del museo di etnografia, nel cui cortile si troverebbe il pozzo di Buctù, mi spiegò come il nome significhi semplicemente il "luogo dove si lasciano gli arredi delle donne" (baktawan) prima delle carovane di commercio, cui non partecipano mai le famiglie.

Comunque, la città non piace ai nomadi: le carovane sono sempre scaricate fuori dalla cinta. Anche il Niger, terminale delle merci che provengono dal sud, scorre un po' lontano da Timbuctù, apposta. I Tuareg non si fidano di tutta quell'acqua.

Un cronista di queste parti scrisse nel 1300: "Timbuctù è il punto d'incontro tra quelli che viaggiano in piroga e quelli che si muovono sul cammello". Bisognava pur provare.

Così andai in taxi-brousse (il collettivo da trasporto senza cui non esisterebbe l'Africa di oggi) fino al porto di Mopti e chiesi un passaggio a pagamento su una pinasse, la barca che dà vita a tutto il commercio sul Niger. Da Mopti, il fiume si allarga nel Pondo, un delta interno dove acqua e terra hanno dimensioni che si scambiano continuamente.

Ho visto un asino così perfettamente riflesso che pareva camminare sulle acque: lo so perché mi sono messo a testa in giù, sfiorando il fiume con i capelli, per guardarlo. Facemmo soste su spiagge dalle curve di donna.

Vedemmo passare barche dalle vele di sacco, attraverso cui, in trasparenza, c'era la notte; sul ponte i fuochi fatui della carbonella dal profumo d'acacia lasciavano strisce negli occhi. Mangiai pesce fatto seccare e poi cotto nel riso.

Pisciai dai parabordi, chiedendo scusa al fiume che, comunque, aveva altro cui pensare. Il Niger tenta di sfondare il deserto a nordest, da queste parti. Poi incontra Timbuctù, si spaventa o forse, ricordando ombelichi e tette, viene preso dalla nostalgia per le donne del sud. E svolta a mezzogiorno.

Scesi al porto di Korioumé, dove, tra luglio e novembre, arrivano anche i battelli fluviali per passeggeri della Compagnia Maliena di Navigazione. Da lì camminai fino a Timbuctù. Fu difficile: tutti volevano darmi un passaggio.

Avete mai marciato dentro la testa di un gigante di sabbia? Vedete, tutto il territorio di queste parti è considerato, pensato e vissuto a forma di uomo. Noi guardiamo una mappa del Mali e dintorni.

I pastori islamici ci vedono una persona a gambe all'aria. Nella moschea di Tegheza c'è il piede sinistro; nelle cave di sale di Taoudeni, quello destro; tra le case a colori di Oualata, in Mauritania, il sesso (laggiù le pittrici mi dissero che la scrittura dell'arabo non fa altro che rimembrare le curve delle donne); cuore e coraggio sono a Djenné e Mopti; le mani a Sofara e San. La testa è a Timbuctù.

Per arrivare fin qui avevo pestato piedi e ombelichi, oltre ad aver fatto cose che era meglio scordare. Andai a pregare, non si sa mai. A Timbuctù ci sono tre moschee di importanza, tutte in terra cruda.

Djinguere-ber, la maggiore, ha un nucleo risalente al 1200. La moschea di Sankoré ha visto nascere l'impero del Mali e quella di Sidi Yahya è stata edificata nel 1440. Per chi abita a Timbuctù, Sidi Yahya è il maschio, l'elemento di centro.

Sankoré è la donna-sposa, color tortora, simbolo di intelletto e religione, con il minareto-testa rivolto a sud, il ventre nella sala di centro e gli arti nella corte. Sankoré è legata a tutto ciò che è magia: passarle accanto di notte porta pericoli. Djinguere-ber è la donna del villaggio, dalla pelle color notte e un sesso come l'ombelico di Buctù.

È la fondatrice della città: a lei si collega la discendenza per via materna che è fondamento della società dei pastori del Sahara. Djinguere-ber ha la testa verso nord, ad aspettar le carovane. È il simbolo della fertilità e, attorno a essa, le donne si radunano per il Maulidi (la festa della nascita del Profeta).

Sankoré rappresenta l'albero del cielo e Djinguere-ber quello del sottoterra. I due alberi ruotano in senso inverso attorno al pilastro di Sidi Yahya, l'uomo, il centro.

Mi sentii meglio dentro, dopo la visita alle moschee. Così andai a mangiare in un chiosco dietro il mercato. Guardai dentro un bidone da nafta in cui brasava un cosciotto d'agnello.

Profumo di vita, morte e proteine: la dieta del nomade. "Signore", disse compunto un cameriere che doveva aver servito sotto i francesi (e perso il posto), "oggi abbiamo il Timbuctù special". Non potevo rifiutare.

Così mi trovai ingozzato da una specie di gnocchi: doveva essere il ticassou della tradizione del luogo, solo che avevano levato la carne. "Troppa carne fa male, signore", spiegò il maître. L'età l'aveva rincoglionito, oppure era un ex schiavo che i Tuareg s'erano scordati di giustiziare, malheuresement: tutto il territorio, la città, le moschee, le case, tutto è fatto di carne attorno a Timbuctù.

Così andai a baciare il muro della casupola del fabbro di Abarajiù. Perlomeno non sognai ombelichi: gli gnocchi di Timbuctù non furono indigesti. Adesso, se avete voglia, rileggete: in tutto il testo non c'è un aggettivo qualificativo (a parte questo): Timbuctù non ne ha, per nessuno.