Il futuro è un buco nero che risucchia il presente trascinandolo giù, come l'acqua nello scarico di un lavandino. Oppure il futuro è una luminosa possibilità pieno di tutto quello che ora non c'è.
Sul futuro delle città, per molti, scende catastrofico il velo del nulla, destinate come sono a scomporsi, dicono, a frammentarsi fino a diventare un'incontrollabile, ingovernabile massa di cellule tumorali senza un vero centro e con un unico obbiettivo: annientare l'essere umano.
Il futuro delle città insomma sarà la cancellazione delle città stesse. Lo si vede in tanti film di fantascienza, un genere che spesso prevede quello che accadrà o che proietta paure diffuse e condivise. Una cosa è certa: siamo lontani dalle utopie novecentesche che vedevano nella città la possibilità di realizzazione del welfare, dello stato sociale.
E che con l'edificazione di asili, ostelli, ritrovi, ospedali, parchi, giardini, terreni, attrezzature per lo sport, tentavano di far diventare pubblico tutto ciò che era sempre stato privato. Oggi le città non sono più e non sono ancora. Stanno in un limbo, in un luogo strano - il presente - e aspettano.
"Gran parte delle città nelle quali abitiamo" afferma Bernardo Secchi, docente di urbanistica all'università di Venezia, autore del saggio La città del ventesimo secolo, "è stata costruita in epoche precedenti, per persone e società che avevano stili di vita, esigenze e desideri assai distanti dai nostri.
Le abitiamo con disinvoltura, riusiamo i loro materiali costitutivi, diamo loro nuovi ruoli e un nuovo senso. Entro queste parti di città, durante tutto il secolo, abbiamo lavorato aggiungendo e togliendo qualcosa, dando loro un nuovo assetto, un nuovo modo di funzionare, spesso anche una nuova immagine, costruendo un intarsio che non può essere immediatamente ricondotto a un unico principio ordinatore".
Eppure, lo dice lo stesso Secchi, sono migliaia le città costruite ex novo nel ventesimo secolo. Quelle stesse che oggi esplodono o meglio implodono: sovraccariche di esseri umani e di storia. E anche di nuovo.
Nuovi grattacieli, nuovi agglomerati, nuove periferie che si moltiplicano senza criterio. Tutto mescolato e sovrapposto. Molto di quello che si vede sembra messo lì, senza pensare a cosa ne sarebbe uscito fuori. Anche perché, come dice l'architetto François Burkhardt, direttore della rivista internazionale Rassegna, "l'urbanistica è ormai pura economia, reddito, vendita e rivendita.
Il centro delle città è in mano alle multinazionali, la gente comune non può che vivere in periferia, il centro è diventato luogo di profitto. L'economia sta facendo implodere le città, nel senso che nessuno vi abiterà più in futuro, ma le fa anche esplodere come succede a Shanghai, duemila torri costruire in pochi anni".
Non solo Shanghai, ma anche Pechino e molte città dell'Asia, vera fucina di sperimentazioni forsennate, hanno subito o stanno subendo la stessa sorte: megacostruzioni e centinaia di grattacieli costruiti a ritmi forsennati che nel giro di un decennio ne hanno cancellato l'antica fisionomia e ne hanno fatto megalopoli da 20-30 milioni di abitanti che producono inquinamento e che soffocano l'uno addossato all'altro.
Non è un caso allora che proprio il governo di Pechino abbia dato il via a un cantiere di 30 mila operai nella provincia di Henan per costruire la Nuova Zhengzhou, una città che nel giro di un decennio accoglierà un milione e mezzo di persone. Come Antinopoli nell'antichità, voluta dall'imperatore Adriano in onore del suo favorito, Antinoo.
O come San Pietroburgo eretta da Pietro il Grande (costò la vita a 30 mila persone) che voleva una nuova capitale per la Russia. O come Brasilia che negli anni Sessanta doveva diventare la nuova Rio de Janeiro.
Così oggi la Nuova Zhengzhou rappresenterà tutto quello che Zhengzhou Vecchia e le altre megalopoli del mondo non sono più o non sono mai state.
Oggi, in un'era in cui ci si sta chiedendo dove porterà il nostro stile di vita, in cui ci si interroga sulla fine delle risorse, sui rischi dell'inquinamento, sulla pochezza di una vita trascorsa in un ambiente che produce nevrosi e infelicità, ecco arrivare l'elisir.
Una città con oasi d'acqua e giardini, parchi e fiumi, con aria pulita, vicoli stretti dove le auto non passeranno, case familiari a un piano, decine e decine di canali, grattacieli, certo, ma disposti in modo tale che di notte, illuminati, faranno vedere a chi transiterà di lassù un ideogramma, riyu. L'appagamento dei sensi. La felicità. Che a quanto pare nel futuro dovrà passare di qui.
Sul futuro delle città, per molti, scende catastrofico il velo del nulla, destinate come sono a scomporsi, dicono, a frammentarsi fino a diventare un'incontrollabile, ingovernabile massa di cellule tumorali senza un vero centro e con un unico obbiettivo: annientare l'essere umano.
Il futuro delle città insomma sarà la cancellazione delle città stesse. Lo si vede in tanti film di fantascienza, un genere che spesso prevede quello che accadrà o che proietta paure diffuse e condivise. Una cosa è certa: siamo lontani dalle utopie novecentesche che vedevano nella città la possibilità di realizzazione del welfare, dello stato sociale.
E che con l'edificazione di asili, ostelli, ritrovi, ospedali, parchi, giardini, terreni, attrezzature per lo sport, tentavano di far diventare pubblico tutto ciò che era sempre stato privato. Oggi le città non sono più e non sono ancora. Stanno in un limbo, in un luogo strano - il presente - e aspettano.
"Gran parte delle città nelle quali abitiamo" afferma Bernardo Secchi, docente di urbanistica all'università di Venezia, autore del saggio La città del ventesimo secolo, "è stata costruita in epoche precedenti, per persone e società che avevano stili di vita, esigenze e desideri assai distanti dai nostri.
Le abitiamo con disinvoltura, riusiamo i loro materiali costitutivi, diamo loro nuovi ruoli e un nuovo senso. Entro queste parti di città, durante tutto il secolo, abbiamo lavorato aggiungendo e togliendo qualcosa, dando loro un nuovo assetto, un nuovo modo di funzionare, spesso anche una nuova immagine, costruendo un intarsio che non può essere immediatamente ricondotto a un unico principio ordinatore".
Eppure, lo dice lo stesso Secchi, sono migliaia le città costruite ex novo nel ventesimo secolo. Quelle stesse che oggi esplodono o meglio implodono: sovraccariche di esseri umani e di storia. E anche di nuovo.
Nuovi grattacieli, nuovi agglomerati, nuove periferie che si moltiplicano senza criterio. Tutto mescolato e sovrapposto. Molto di quello che si vede sembra messo lì, senza pensare a cosa ne sarebbe uscito fuori. Anche perché, come dice l'architetto François Burkhardt, direttore della rivista internazionale Rassegna, "l'urbanistica è ormai pura economia, reddito, vendita e rivendita.
Il centro delle città è in mano alle multinazionali, la gente comune non può che vivere in periferia, il centro è diventato luogo di profitto. L'economia sta facendo implodere le città, nel senso che nessuno vi abiterà più in futuro, ma le fa anche esplodere come succede a Shanghai, duemila torri costruire in pochi anni".
Non solo Shanghai, ma anche Pechino e molte città dell'Asia, vera fucina di sperimentazioni forsennate, hanno subito o stanno subendo la stessa sorte: megacostruzioni e centinaia di grattacieli costruiti a ritmi forsennati che nel giro di un decennio ne hanno cancellato l'antica fisionomia e ne hanno fatto megalopoli da 20-30 milioni di abitanti che producono inquinamento e che soffocano l'uno addossato all'altro.
Non è un caso allora che proprio il governo di Pechino abbia dato il via a un cantiere di 30 mila operai nella provincia di Henan per costruire la Nuova Zhengzhou, una città che nel giro di un decennio accoglierà un milione e mezzo di persone. Come Antinopoli nell'antichità, voluta dall'imperatore Adriano in onore del suo favorito, Antinoo.
O come San Pietroburgo eretta da Pietro il Grande (costò la vita a 30 mila persone) che voleva una nuova capitale per la Russia. O come Brasilia che negli anni Sessanta doveva diventare la nuova Rio de Janeiro.
Così oggi la Nuova Zhengzhou rappresenterà tutto quello che Zhengzhou Vecchia e le altre megalopoli del mondo non sono più o non sono mai state.
Oggi, in un'era in cui ci si sta chiedendo dove porterà il nostro stile di vita, in cui ci si interroga sulla fine delle risorse, sui rischi dell'inquinamento, sulla pochezza di una vita trascorsa in un ambiente che produce nevrosi e infelicità, ecco arrivare l'elisir.
Una città con oasi d'acqua e giardini, parchi e fiumi, con aria pulita, vicoli stretti dove le auto non passeranno, case familiari a un piano, decine e decine di canali, grattacieli, certo, ma disposti in modo tale che di notte, illuminati, faranno vedere a chi transiterà di lassù un ideogramma, riyu. L'appagamento dei sensi. La felicità. Che a quanto pare nel futuro dovrà passare di qui.