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Seguendo Leonardo

Il genio del Rinascimento fu chiamato nella città lombarda nel 1482 da Ludovico il Moro. Qui curò allestimenti scenici per spettacoli della corte e dipinse alcuni dei suoi capolavori. Realizzò anche una serie di opere di ingegneria idraulica e architettura nel territorio urbano ed extraurbano, studiò a fondo la natura e i paesaggi
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"Nobile milanese, primo ingegnere, pittore e architetto del re, meccanico di Stato". Sono i primi giorni di maggio del 1519. Leonardo, il genio da Vinci è morto da poco, lontano dalla sua terra, in quella Francia dove era arrivato chiamato dal re, preceduto dalla fama conquistata con i suoi progetti e i suoi dipinti.

Francesco Melzi, allievo prediletto, che quasi sempre l'aveva seguito nei suoi spostamenti fra le corti, fa scrivere questa frase sull'atto di inumazione del suo maestro. Un'epigrafe strana, ma soltanto in apparenza. Perché se è vero che Leonardo era toscano di nascita (e cittadino del mondo per i suoi frequenti viaggi), è altrettanto vero che a Milano e in Lombardia visse anni cruciali per la sua produzione artistica e la sua elaborazione teorica.

E con Milano ebbe probabilmente un rapporto conflittuale, ambivalente (nel Codice Atlantico non esita a esprimere il suo disgusto per una città dove gli uomini si affollano "…
"Nobile milanese, primo ingegnere, pittore e architetto del re, meccanico di Stato". Sono i primi giorni di maggio del 1519. Leonardo, il genio da Vinci è morto da poco, lontano dalla sua terra, in quella Francia dove era arrivato chiamato dal re, preceduto dalla fama conquistata con i suoi progetti e i suoi dipinti.

Francesco Melzi, allievo prediletto, che quasi sempre l'aveva seguito nei suoi spostamenti fra le corti, fa scrivere questa frase sull'atto di inumazione del suo maestro. Un'epigrafe strana, ma soltanto in apparenza. Perché se è vero che Leonardo era toscano di nascita (e cittadino del mondo per i suoi frequenti viaggi), è altrettanto vero che a Milano e in Lombardia visse anni cruciali per la sua produzione artistica e la sua elaborazione teorica.

E con Milano ebbe probabilmente un rapporto conflittuale, ambivalente (nel Codice Atlantico non esita a esprimere il suo disgusto per una città dove gli uomini si affollano "a modo di torme di capre"): la comunità artistica lombarda inizialmente non lo accettò, i primi anni furono duri, ma resta il fatto che nel periodo milanese trovò la possibilità di esprimere nel modo più compiuto la sua genialità.

Nel Cenacolo, ma non solo: nelle feste organizzate per Ludovico il Moro come nella progettazione di macchine da guerra, nella Vergine delle Rocce come negli studi sulle bonifiche e nel trattato sulla città ideale e persino nell'incredibilmente eccessivo monumento equestre a gloria di Francesco Sforza, un gigante mai realizzato per i grandi problemi tecnici che avrebbe comportato la sua fusione (ma anche perché le settanta tonnellate di bronzo che erano state messe da parte per l'opera servirono invece per le armi da utilizzare per la difesa della città dall'assedio dei francesi di Carlo VIII).

In ogni caso, con un sillogismo forse imperfetto ma affascinante, se Milano è il Cenacolo e Leonardo è il Cenacolo, allora Leonardo è Milano. Anche se in città il genio di Vinci arriva non tanto per le sue doti di pittore, ma come ingegnere.

Nella lettera con cui si presenta a Ludovico il Moro Leonardo infatti promette di realizzare macchine da guerra inedite e imbattibili, per combattere per terra e per mare. Soltanto al decimo punto della lettera racconta di essere anche un pittore, cresciuto a Firenze alla bottega del Verrocchio.

Dal 1482 comunque è a Milano, dove si stabilisce nel quartiere di Porta Ticinese con i fratelli De Predis. E con loro un anno dopo riceve la sua prima commessa: la Confraternita della Concezione gli commissiona una pala d'altare. Chiare erano le richieste: il dipinto avrebbe dovuto contenere Dio nella parte superiore, la Madonna con Gesù bambino al centro, montagne e rocce in basso.

E subito Leonardo dà un'idea del suo modo di lavorare: non rispetta né i tempi di consegna né il tipo di composizione ma dalle sue mani esce un capolavoro come La Vergine delle Rocce (nelle due versioni conservate a Parigi, interamente di mano di Leonardo, e a Londra). Che già dà un'idea di quanto il Toscano sia rimasto impressionato dal paesaggio lombardo: gli esperti concordano sul fatto che lo sfondo che compare nel dipinto sia stato ispirato dalla natura prepotente della zona dell'Adda, dove Leonardo soggiornerà spesso.

Ma Leonardo a Milano è soprattutto quello del Refettorio di Santa Maria delle Grazie, chiesa che porta in una parte la firma del suo amico Bramante, che spesso gli sollecitò aiuto e consiglio. L'Ultima Cena è anche uno dei pochi segni visibili in città del Leonardo milanese: come si sa le sue opere pittoriche hanno subìto una diaspora che le ha portate nei musei di tutto il mondo (a Milano rimane il Musico, custodito alla Pinacoteca Ambrosiana).

Comunque, Leonardo comincia a lavorare al Cenacolo nel 1495, e contemporaneamente prepara la decorazione dei Camerini del Castello Sforzesco (di cui è rimasta traccia solo nell'affresco del soffitto della Sala delle Asse). Ancora una volta, come ricorda Vasari, i lavori procedono a rilento; il priore del convento se ne lamenta con il Duca, ma Leonardo non cambia i suoi programmi e alla fine avrà ancora una volta ragione.

L'Ultima cena, soprattutto dopo la conclusione del restauro firmato da Pinin Brambilla, è una delle produzioni più affascinanti e al tempo stesso enigmatiche e inquietanti delle cultura occidentale.

Meno fortuna ebbe con l'altra grande opera che avrebbe dovuto segnare la sua permanenza milanese: il monumento equestre in onore di Francesco Sforza. Leonardo era affascinato dall'idea di rendere la perfezione del movimento dell'animale, che aveva studiato minuziosamente e voleva qualcosa di veramente rivoluzionario.

 


Un monumento enorme, con il cavallo appoggiato soltanto alle zampe posteriori. Probabilmente riuscì a realizzarne una copia in terra, ma mai la fusione in bronzo. Colpa delle difficoltà tecniche dell'impresa, ma anche dell'assedio che i francesi di Carlo VIII portarono a Milano nel 1495.

Le settanta tonnellate di bronzo accantonate per il monumento dovettero essere utilizzate per fini ben più normali, le armi necessarie a resistere all'assedio. Il cavallo non vide mai la luce ("Il duca ha perso lo Stato, la roba e la libertà e null'opera si finì per lui", scrisse Leonardo quando nel 1498 Ludovico il Moro fu sconfitto dai francesi e abbandonò la città), ma qualche anno fa un gruppo di privati americani rispolverarono il progetto.

Sulla base dei disegni di Leonardo realizzarono la statua in bronzo, che fu donata alla città di Milano e che si trova adesso davanti all'ingresso dell'Ippodromo di San Siro.

Ma il rapporto di Leonardo con la Lombardia non fu solo quello dell'artista che trae ispirazione dall'ambiente per la sua arte. Leonardo studiò in profondità il paesaggio e le caratteristiche geologiche soprattutto di due zone: il corso dell'Adda, nei pressi di Trezzo e la Lomellina, attorno alla Sforzesca, la villa del Moro nei dintorni di Vigevano.

Basta arrivare nella zona attorno a Vaprio e Trezzo per capire il perché Leonardo fosse affascinato da questo paesaggio: qui il fiume Adda scorre impetuoso in gole che in alcuni punti sono profonde anche 80 metri, con una natura selvaggia. Un paesaggio ideale come fonte di ispirazione pittorica ma anche come spunto per il Leonardo inventore e studioso.

I vari appunti disseminati nei Codici dimostrano come Leonardo abbia studiato la possibilità di deviare il fiume e canalizzarlo per facilitare la navigazione e abbia "inventato" uno strumento per attraversarlo utilizzato ancora oggi. A Imbersago c'è infatti un traghetto, recentemente restaurato e ancora attivo, che collega le due rive del fiume sfruttando l'azione della corrente.

Un traghetto assolutamente identico a quello che appare in un disegno del 1513, conservato nella biblioteca reale di Windsor. Sull'Adda Leonardo arrivò grazie all'amicizia con Francesco Melzi, suo discepolo preferito, al quale lascerà in eredità tutti i suoi scritti. Melzi ospitò spesso Leonardo nella sua villa, ancora oggi di proprietà della famiglia Melzi, che domina Vaprio d'Adda, all'interno della quale c'è un tondo chiamato il Madonnone, probabilmente realizzato dallo stesso Melzi su ispirazione leonardesca.

Anche la bella villa d'Aragona Rey a Inzago, esempio della moda delle ville di delizie fuori città lanciata in quegli anni da Ludovico il Moro, è in qualche modo legata alla presenza in zona di Leonardo: la tradizione vuole infatti che la struttura originaria sia stata pensata dal genio di Vinci.

Sempre l'acqua portò Leonardo a Vigevano e in Lomellina, dove Ludovico il Moro aveva una delle sue residenze, la Sforzesca. Per questo il Moro volle coinvolgere Leonardo nel progetto di bonifica e nell'introduzione della coltura del riso.

Qui Leonardo studiò l'utilizzo di "scale", scavate nel terreno, per favorire l'irrigazione e la bonifica delle zone paludose. Appena fuori Vigevano, in un complesso che prende il nome di Mulino di Mora Bassa (regalo di nozze di Ludovico il Moro a Beatrice d'Este) sono state riunite una serie di riproduzioni funzionanti delle macchine inventate da Leonardo: 40 modelli e la riproduzione di una parte del Codice Atlantico.

Forse il più bell'esempio del pensiero leonardesco è in un'opera non sua, ma certamente dal genio fortemente influenzata: la piazza Ducale di Vigevano. A ispirare questo bellissimo esempio di urbanistica rinascimentale, una delle poche piazze nate con un progetto unitario per coronare il sogno di Ludovico il Moro di realizzare la "Città ideale" fu Donato Bramante.

Ma è difficile non vederne in qualche modo anche la mano del genio, la sua idea di città come punto di incontro fra la dimensione umana e il mondo. Troppi interessi, troppe attività impedirono forse al genio del Da Vinci di sistematizzare, di concretizzare le sue intuizioni architettoniche e urbanistiche, o anche soltanto di mettere per iscritto le sue teorie in trattati completi.

Ma l'influenza della sua genialità fu forse ancora più profonda di quanto lo sarebbe stato con un corpus di opere più ricco e certo. Basta un giro in Lombardia per rendersene conto.