L'ho capito subito, ero in ritardo di 55 anni. Alcune delle cose che mi incuriosivano e che mi avevano spinto fin qui non esistevano più. I segreti svelati da Fosco Maraini si erano disciolti, quel paese agreste e pastorale sembrava un lontano ricordo.
Un paese senza. Cancellato dal tempo, dall'arroganza, dalla violenza, dal potere, dal business. Giuseppe Tucci, pellegrino nelle terre del cielo, accostò più volte il suo respiro di esploratore ai cuori semplici del popolo del sorriso. I suoi incontri con i lama, gli odori votivi, i suoi racconti hanno soggiornato per anni nelle nostre menti occidentali.
Ci hanno cullato, emozionato, hanno idealmente disegnato un paese più vicino al sole. Sono trascorsi 55 anni, da allora numerose nuvole hanno sorvolato questa terra e alcuni uomini sono caduti nel tempo, sciupando quel pizzico di eternità che il luogo prometteva
Quel Tibet che noi occidentali abbiamo imparato ad amare sui libri e attraverso i racconti dei viaggiatori sembra non esistere più. Come se una mano scellerata avesse strappato quelle pagine, avesse cancellato con un semplice tratto di matita quei racconti. Un paese senza. Senza passato, senza religione, senza fedeli, senza il suo capo spirituale e re.
Lhasa, la città sacra, sembra un souvenir da impacchettare, un prezioso oggetto imprigionato in una palla di vetro che l'impero cinese muove a suo piacimento con la sola logica del business.
È la città dove sorge il Potala, l'ex residenza-fortezza del Dalai lama, uno degli edifici più importanti e imponenti di tutta l'Asia. Arroccato sul Marpori, la montagna rossa, il Potala viene raggiunto ogni giorno da migliaia di fedeli provenienti dalle campagne del paese.
Fedeli che si soffermano davanti agli altari porgendo doni e recitando preghiere, stanchi per aver attraversato le montagne e le pianure a piedi. Mi sono mescolato a loro, ne ho osservato gli sguardi, i contenuti movimenti.
Con lentezza meditativa e con rispetto entrano ed escono dalle porte di questo monastero dalle mille stanze scontrandosi con i pellegrini dell'occidente e con i nuovi borghesi della repubblica popolare cinese. Non mostrano fastidio perchè non sono abituati a manifestarlo.
Sorridono, timidamente, ma senza abbassare gli occhi. Sorridono ai maleducati che scambiano un monastero con un luna park, ai figli della tecnologia occidentale che giocano con le suonerie dei telefonini, ai tanti figli della nuova opulenza che vivono il pellegrinaggio come un reality televisivo.
Ogni giorno migliaia di pellegrini scendono dalle loro case dislocate tra le montagne e raggiungono Lhasa. I loro volti segnati dal sole e dalla fatica, la serenità dello sguardo, le vesti della semplicità mi hanno convinto ad abbandonare il luogo sacro più ufficiale per raggiungere le montagne.
In un viaggio a ritroso, in senso opposto al pellegrinaggio. Appena fuori da questo trionfo del turismo di massa, le cose cambiano. Ed è al monastero di Ganden, raggiunto a 4.500 metri di altezza dopo aver attraversato una tortuosa e spettacolare strada sterrata che sembra svelarsi d'improvviso il Tibet, quello raccontato da Maraini e Tucci.
A Ganden resiste ancora lo spazio per la scoperta. Anche per il viaggiatore tecnologico del Duemila, abituato a mettere le parole nel computer, a tagliarle, sezionarle, accentarle. E le sorprese, per quel viaggiatore cresciuto sui testi greci e latini e sulla nave di Omero, non mancano.
Monaci, contadini, pastori qui sono ancora custodi della loro cultura e tradizione spirituale. E l'atmosfera che si respira ha un altro profumo. È inutile inserire nel computer parole per spiegare immagini e sensazioni. Qui tra le montagne ad altezze difficili per l'umanità dove i panorami sono senza fine, diventa onnipotente la musica.
Via le parole, via il culto della parola. Il suono degli strumenti a fiato, a percussione e, soprattutto, delle voci mi accoglie all'entrata del monastero di Ganden in un mattino pungente di gioia. Come un tibetano migratore mi lascio catturare. Seguo il filo che unisce uomini e cose dal 500 avanti Cristo e mi lascio guidare da numerose e variopinte statue del Buddha appoggiate alla parete alla mia destra.
Ad ogni passo il suono si fa più vicino. Ad ogni passo cresce la mia curiosità e la mia voglia di emozione. È un pò buio, mi guardo intorno. Vedo solo alcuni lumi votivi e le offerte di burro di yak.
Ma continuo a sentire, ora con maggiore chiarezza, il suono. Giro da una stanza all'altra con attenzione. È ancora buio e sto attento a non inciampare. Salgo anche delle scale, poi mi fermo per riprendere fiato. Proprio in quel momento quando il cuore chiede un momento di riflessione, si rivelano, nella penombra, i monaci del sorriso, riuniti, con trombe e tamburi, in una preghiera collettiva.
Sono senza fiato. L'altezza, la velocità che ho messo nel salire le scale e l'immagine dei monaci in preghiera che ho davanti agli occhi mi lascia senza fiato.
La loro cantilena, il suono delle voci e degli strumenti hanno trasportato le mie emozioni in un angolo indefinito della nostra esistenza. Sono stupefatto dalla leggerezza dei miei pensieri e dalla facilità di pensarne un'infinità in un tempo terreno fatto di momenti. Il "paese senza" incontrato a Lhasa era scomparso.
Qui la popolazione tibetana vive in una natura imponente e di rara bellezza, lontana da città come Lhasa, Shigatze e Gyantze, e conduce una vita semplice. I villaggi che si incontrano lungo il corso del fiume fino a Tzedang, all'imbocco della valle dello Yarlung, culla della civiltà tibetana, sono abitati da vecchi, bambini e donne che posseggono poco o nulla ma che sono pronti ad offrire al viaggiatore occidentale il tè salato, la carne di yak o il burro.
Gli uomini di giorno non ci sono. O sono nei campi a lavorare l'orzo o sono nelle città a guadagnare yuan. O tornano la sera stanchi e affamati o dopo una settimana, un mese con le "gioie" acquistate nei moderni supermercati. Sono sette milioni i tibetani, in parte nomadi e sono sette milioni e mezzo i cinesi di etnia han che dominano il paese.
Quando scendo la valle dello Yarlung, raggiungo il castello medievale Yumbu Lakhang e mi incammino verso il monastero di Mindolin, mi accorgo che alla mia destra, di fronte al fiume, le montagne impetuose sono "ornate" da dune di sabbia, elegantemente modellate dalla spinta del vento. Siamo a circa 3000 metri d'altezza, le dune aggiungono una ennesima singolarità ad un paesaggio mai visto in altri luoghi e mai immaginato.
Siamo vicini ad un'altra zona sacra amata dai tibetani. Uno dei laghi cristallini sulla cui superficie i Lama, si diceva, sapevano leggere il futuro. Per arrivarci l'autista ha dovuto superare cantieri e cantieri di operai e ingegneri cinesi intenti a costruire strade, ponti e ferrovie. Opere di ingegneria che, secondo i tibetani, interrompono il filo sacro promessa di felicità.
Ma che per i cinesi sono straordinarie realizzazioni ingegneristiche in grado di richiamare migliaia di turisti e nuova ricchezza. La ferrovia più alta del mondo, già in costruzione, che unirà Golmud con Lhasa attraverserà i sentieri di pascolo e di migrazione delle antilopi tibetane e dello yak selvaggio.
Sfiorerà villaggi e campi di orzo. Regalerà al Tibet un nuovo passaggio nella cosiddetta modernità. Il "paese senza" delle grandi città rischia di crescere tra le montagne e la natura, custodi della meditazione e della spiritualità. Da Ganden a Mindolin resiste il respiro del passato.
Lo si avverte nei suoni degli strumenti a fiato, lo si intuisce nei campi dove i contadini lavorano l'orzo, lo si afferra nei passi più alti dove la montagna sembra riposare, festosamente coccolata dall'allegro rumore dei mandala, le colorate bandierine votive, animate dal soffio del vento.
Ho capito subito che ero in ritardo di 55 anni, ma ho capito, subito dopo, che il mito sopravvive e che il Tibet è il simbolo della civiltà dello spirito martoriato dal materialismo moderno. Il Tibet è ancora oggi un paese variopinto. È rosso, giallo, bianco, verde come i colori dei mandala strettamente annodati l'uno all'altro sulle montagne. Nella speranza che il vento non li strappi via.
Un paese senza. Cancellato dal tempo, dall'arroganza, dalla violenza, dal potere, dal business. Giuseppe Tucci, pellegrino nelle terre del cielo, accostò più volte il suo respiro di esploratore ai cuori semplici del popolo del sorriso. I suoi incontri con i lama, gli odori votivi, i suoi racconti hanno soggiornato per anni nelle nostre menti occidentali.
Ci hanno cullato, emozionato, hanno idealmente disegnato un paese più vicino al sole. Sono trascorsi 55 anni, da allora numerose nuvole hanno sorvolato questa terra e alcuni uomini sono caduti nel tempo, sciupando quel pizzico di eternità che il luogo prometteva
Quel Tibet che noi occidentali abbiamo imparato ad amare sui libri e attraverso i racconti dei viaggiatori sembra non esistere più. Come se una mano scellerata avesse strappato quelle pagine, avesse cancellato con un semplice tratto di matita quei racconti. Un paese senza. Senza passato, senza religione, senza fedeli, senza il suo capo spirituale e re.
Lhasa, la città sacra, sembra un souvenir da impacchettare, un prezioso oggetto imprigionato in una palla di vetro che l'impero cinese muove a suo piacimento con la sola logica del business.
È la città dove sorge il Potala, l'ex residenza-fortezza del Dalai lama, uno degli edifici più importanti e imponenti di tutta l'Asia. Arroccato sul Marpori, la montagna rossa, il Potala viene raggiunto ogni giorno da migliaia di fedeli provenienti dalle campagne del paese.
Fedeli che si soffermano davanti agli altari porgendo doni e recitando preghiere, stanchi per aver attraversato le montagne e le pianure a piedi. Mi sono mescolato a loro, ne ho osservato gli sguardi, i contenuti movimenti.
Con lentezza meditativa e con rispetto entrano ed escono dalle porte di questo monastero dalle mille stanze scontrandosi con i pellegrini dell'occidente e con i nuovi borghesi della repubblica popolare cinese. Non mostrano fastidio perchè non sono abituati a manifestarlo.
Sorridono, timidamente, ma senza abbassare gli occhi. Sorridono ai maleducati che scambiano un monastero con un luna park, ai figli della tecnologia occidentale che giocano con le suonerie dei telefonini, ai tanti figli della nuova opulenza che vivono il pellegrinaggio come un reality televisivo.
Ogni giorno migliaia di pellegrini scendono dalle loro case dislocate tra le montagne e raggiungono Lhasa. I loro volti segnati dal sole e dalla fatica, la serenità dello sguardo, le vesti della semplicità mi hanno convinto ad abbandonare il luogo sacro più ufficiale per raggiungere le montagne.
In un viaggio a ritroso, in senso opposto al pellegrinaggio. Appena fuori da questo trionfo del turismo di massa, le cose cambiano. Ed è al monastero di Ganden, raggiunto a 4.500 metri di altezza dopo aver attraversato una tortuosa e spettacolare strada sterrata che sembra svelarsi d'improvviso il Tibet, quello raccontato da Maraini e Tucci.
A Ganden resiste ancora lo spazio per la scoperta. Anche per il viaggiatore tecnologico del Duemila, abituato a mettere le parole nel computer, a tagliarle, sezionarle, accentarle. E le sorprese, per quel viaggiatore cresciuto sui testi greci e latini e sulla nave di Omero, non mancano.
Monaci, contadini, pastori qui sono ancora custodi della loro cultura e tradizione spirituale. E l'atmosfera che si respira ha un altro profumo. È inutile inserire nel computer parole per spiegare immagini e sensazioni. Qui tra le montagne ad altezze difficili per l'umanità dove i panorami sono senza fine, diventa onnipotente la musica.
Via le parole, via il culto della parola. Il suono degli strumenti a fiato, a percussione e, soprattutto, delle voci mi accoglie all'entrata del monastero di Ganden in un mattino pungente di gioia. Come un tibetano migratore mi lascio catturare. Seguo il filo che unisce uomini e cose dal 500 avanti Cristo e mi lascio guidare da numerose e variopinte statue del Buddha appoggiate alla parete alla mia destra.
Ad ogni passo il suono si fa più vicino. Ad ogni passo cresce la mia curiosità e la mia voglia di emozione. È un pò buio, mi guardo intorno. Vedo solo alcuni lumi votivi e le offerte di burro di yak.
Ma continuo a sentire, ora con maggiore chiarezza, il suono. Giro da una stanza all'altra con attenzione. È ancora buio e sto attento a non inciampare. Salgo anche delle scale, poi mi fermo per riprendere fiato. Proprio in quel momento quando il cuore chiede un momento di riflessione, si rivelano, nella penombra, i monaci del sorriso, riuniti, con trombe e tamburi, in una preghiera collettiva.
Sono senza fiato. L'altezza, la velocità che ho messo nel salire le scale e l'immagine dei monaci in preghiera che ho davanti agli occhi mi lascia senza fiato.
La loro cantilena, il suono delle voci e degli strumenti hanno trasportato le mie emozioni in un angolo indefinito della nostra esistenza. Sono stupefatto dalla leggerezza dei miei pensieri e dalla facilità di pensarne un'infinità in un tempo terreno fatto di momenti. Il "paese senza" incontrato a Lhasa era scomparso.
Qui la popolazione tibetana vive in una natura imponente e di rara bellezza, lontana da città come Lhasa, Shigatze e Gyantze, e conduce una vita semplice. I villaggi che si incontrano lungo il corso del fiume fino a Tzedang, all'imbocco della valle dello Yarlung, culla della civiltà tibetana, sono abitati da vecchi, bambini e donne che posseggono poco o nulla ma che sono pronti ad offrire al viaggiatore occidentale il tè salato, la carne di yak o il burro.
Gli uomini di giorno non ci sono. O sono nei campi a lavorare l'orzo o sono nelle città a guadagnare yuan. O tornano la sera stanchi e affamati o dopo una settimana, un mese con le "gioie" acquistate nei moderni supermercati. Sono sette milioni i tibetani, in parte nomadi e sono sette milioni e mezzo i cinesi di etnia han che dominano il paese.
Quando scendo la valle dello Yarlung, raggiungo il castello medievale Yumbu Lakhang e mi incammino verso il monastero di Mindolin, mi accorgo che alla mia destra, di fronte al fiume, le montagne impetuose sono "ornate" da dune di sabbia, elegantemente modellate dalla spinta del vento. Siamo a circa 3000 metri d'altezza, le dune aggiungono una ennesima singolarità ad un paesaggio mai visto in altri luoghi e mai immaginato.
Siamo vicini ad un'altra zona sacra amata dai tibetani. Uno dei laghi cristallini sulla cui superficie i Lama, si diceva, sapevano leggere il futuro. Per arrivarci l'autista ha dovuto superare cantieri e cantieri di operai e ingegneri cinesi intenti a costruire strade, ponti e ferrovie. Opere di ingegneria che, secondo i tibetani, interrompono il filo sacro promessa di felicità.
Ma che per i cinesi sono straordinarie realizzazioni ingegneristiche in grado di richiamare migliaia di turisti e nuova ricchezza. La ferrovia più alta del mondo, già in costruzione, che unirà Golmud con Lhasa attraverserà i sentieri di pascolo e di migrazione delle antilopi tibetane e dello yak selvaggio.
Sfiorerà villaggi e campi di orzo. Regalerà al Tibet un nuovo passaggio nella cosiddetta modernità. Il "paese senza" delle grandi città rischia di crescere tra le montagne e la natura, custodi della meditazione e della spiritualità. Da Ganden a Mindolin resiste il respiro del passato.
Lo si avverte nei suoni degli strumenti a fiato, lo si intuisce nei campi dove i contadini lavorano l'orzo, lo si afferra nei passi più alti dove la montagna sembra riposare, festosamente coccolata dall'allegro rumore dei mandala, le colorate bandierine votive, animate dal soffio del vento.
Ho capito subito che ero in ritardo di 55 anni, ma ho capito, subito dopo, che il mito sopravvive e che il Tibet è il simbolo della civiltà dello spirito martoriato dal materialismo moderno. Il Tibet è ancora oggi un paese variopinto. È rosso, giallo, bianco, verde come i colori dei mandala strettamente annodati l'uno all'altro sulle montagne. Nella speranza che il vento non li strappi via.