✕

Come in uno specchio

Una terra di pianure coltivate intensamente, interrotte da montagne spettacolari o da colline terrazzate. Il paesaggio in Cina è un'esperienza estetica. Dove natura e arte coincidono
4 minuti di lettura
Mi chiesero anni fa degli amici che mai avevano messo piede in Cina se la Cina era o non era bella. Feci fatica a rispondere anche se, certo, la Cina è bella, bellissima.
Ma mi trovai a spiegare questa bellezza in termini assolutamente umani, non paesaggistici: raccontai così dei grandi monumenti del passato, delle risaie terrazzate che solcano in perfetta geometria i fianchi di monti e colline; raccontai di campagne coltivate dove quei lievi cumuli che vedi sono le sepolture degli avi che mai e poi mai devono essere profanate, nemmeno per rendere agevole il cammino di un trattore.

Ma, me ne rendevo conto, non avevo risposto alla domanda nel senso in cui era stata posta dai miei amici che da questa curiosità erano stati punti all'improvviso, forse perché sazi di sentire parlare di Cina, unicamente in termini di economia, di sviluppo, di concorrenza. Non erano soddisfatti delle informazioni che si trovano sui testi di geografia, aridi testi che però …

Mi chiesero anni fa degli amici che mai avevano messo piede in Cina se la Cina era o non era bella. Feci fatica a rispondere anche se, certo, la Cina è bella, bellissima.
Ma mi trovai a spiegare questa bellezza in termini assolutamente umani, non paesaggistici: raccontai così dei grandi monumenti del passato, delle risaie terrazzate che solcano in perfetta geometria i fianchi di monti e colline; raccontai di campagne coltivate dove quei lievi cumuli che vedi sono le sepolture degli avi che mai e poi mai devono essere profanate, nemmeno per rendere agevole il cammino di un trattore.

Ma, me ne rendevo conto, non avevo risposto alla domanda nel senso in cui era stata posta dai miei amici che da questa curiosità erano stati punti all'improvviso, forse perché sazi di sentire parlare di Cina, unicamente in termini di economia, di sviluppo, di concorrenza. Non erano soddisfatti delle informazioni che si trovano sui testi di geografia, aridi testi che però sono gli unici, a quanto mi risulta, a offrire descrizioni fisiche di quel Paese. Ma già dire Paese riferendosi alla Cina ha poco senso, è meglio dire di quella civiltà.

E allora, come si fa a descrivere fisicamente una Civiltà?
Anche i testi di geografia, quando affrontano la Cina, la affrontano in termini umani, come se quella terra proprio non potesse essere concepita disabitata, cioè disabitata non sarebbe la Cina, un Paese che è stato fatto a mano da uomini che prima non erano sapientes ma che poi lo sono diventati, di modo che il legame tra uomo e terra è là, più che altrove, indissolubile.
Lo ha ben espresso Robert Payne quando ha scritto che i cinesi sono un popolo le cui ceneri sono così frammiste con la terra che essi costituiscono, forse, la sola nazione che non si senta estranea alla materialità della terra, al punto che persino montagne e fiumi e deserti non sono mai soltanto presenze fisiche ma dilatazioni dello spirito umano.

Tuttavia, gli amici mai stati in Cina che mi chiedevano se la Cina era bella, in realtà si attendevano una risposta in armonia con la nostra concezione romantica di paesaggio naturale, quella concezione che i viaggiatori nostrani hanno introdotto nel Settecento, quando viaggiare significava scalare vette incontaminate, addentrarsi in foreste tenebrose, cimentarsi con la forza delle acque di un fiume in piena, insomma conquistare una veduta, provare una emozione mai da altri prima provata.

La natura doveva essere vergine per essere svelata: doveva essere selvaggia perché valesse la pena di cimentarsi nella sua conquista. Inoltre, la "voglia di natura", in Europa, era voglia di esperienze di contrasto rispetto alla vita urbana, era prima di tutto una metafora culturale e politica. Insomma, da noi natura e cultura venivano poste in contrasto e ci si inventava una natura che prima non c'era, cioè c'era ma non era percepita come ambiente rigenerante e come "paesaggio estetico". Quando il Romanticismo trionfò si ebbe anche il trionfo della natura intesa come paesaggio pittoresco, tale da suscitare emozioni nel viandante; un viandante che, strada facendo, ha subito una grande metamorfosi, è diventato il turista dei nostri giorni, essendo stato prima missionario, esploratore, antropologo, avventuriero.

Ecco, finalmente avevo capito: la domanda dei miei amici che volevano sapere se la Cina era o non era bella, era una domanda da turisti. In ogni turista cova un romantico, un uomo che ha il desiderio di "perdersi" magari per poi rigenerarsi.
Ma che significa "perdersi"?
Diciamo che significa non essere più in grado di orientarsi perché orientarsi, nel suo senso più ampio e originario, è un'attività di conoscenza di luoghi e di organizzazione di essi in una trama di riferimenti visibili e no.

La domanda dei miei amici esigeva una risposta sulla bellezza della Cina che doveva assolutamente possedere paesaggi "pittoreschi e esotici": già lo sapevano, già li avevano in testa questi paesaggi.
Ma cosa significa "pittoresco e esotico"?
Ero incapace di rispondere in quei termini perché incapace di vedere e quindi descrivere la Cina con occhi occidentali, cioè occhi che hanno già impresso nella retina il "pittoresco e esotico". Non è che me ne faccia un vanto, è che si tratta di concetti estranei alla cultura cinese, non rientrano nella trama di riferimenti di quella cultura.

Quindi tenterò di dare qualche coordinata per non "perdersi" nel paesaggio cinese. Le coordinate sono ovviamente culturali, solo che per descrivere questa varietà di paesaggi, i sussidi sono scarsi e non perché i cinesi non amino la natura ma perché la intendono come cultura, non come luogo del selvaggio, e così nella loro concezione non c'è nessun "buon selvaggio": buono è soltanto l'uomo civilizzato, per questo sia la letteratura sia le arti figurative hanno sempre un aggancio umano, c'è sempre un uomo o un richiamo all'uomo in un poema o in una pittura.

Da sempre il paesaggio è stato in Cina luogo privilegiato di comunione estetica con la natura ma è rarissima l'ansia di dominarla, piuttosto, in questa natura che è già stata meticolosamente umanizzata, cioè addomesticata, ci si situa in contemplazione, ci si confonde in osmosi.

La natura ostile, regno dell'ignoto, terrorizza. Forse la poesia ci aiuta a scoprire come la visione tradizionale di una terra di pianure alluvionali intensamente coltivate, interrotte qua e là da montagne spettacolari o da colline meticolosamente terrazzate, pur essendo l'ambiente in cui si colloca la maggior parte della popolazione cinese, non è detto che sia il luogo privilegiato di comunione spirituale con la natura.

Tuttavia detto così è troppo semplice: in realtà in Cina il macrocosmo si riproduce in numerosi microcosmi, cioè il mondo nella sua totalità non soltanto appare raffigurato ma è realmente presente in una qualsiasi area ritualmente delimitata.
Così la cultura cinese ha privilegiato, rispetto al grande paesaggio, il paesaggio in miniatura, arrivando a elaborare un'estetica tutta particolare del "paesaggio in vasca", alla cui creazione concorrono intendimenti sia artistici sia filosofici.

Osservando uno di questi "paesaggi in vasca" o un "giardino in miniatura", se si ha una sensibilità estetica cinese, cioè se si è cinesi, si prova la stessa emozione che si proverebbe se si contemplasse un paesaggio a grandezza naturale. La sensibilità cinese preferisce l'artificiale al naturale e, tra gli scenari naturali, privilegia quelli in cui la natura si è inconsapevolmente comportata come un maestro giardiniere, dosando con arte inconsapevolmente sapiente fiori, piante, montagne e acque.

Tanti sono i luoghi canonizzati del paesaggio cantato dai poeti o immortalato dai pittori, dai quali la vista spazia su scenari suggestivi: si ha come la sensazione che il paesaggio stesso assurga a dignità divina, essendogli dedicati templi, padiglioni e iscrizioni in versi che lo onorano e lo celebrano.
Qui il pellegrino cinese che appartiene a una cultura eminentemente pratica e razionalista, si concede finalmente evasioni mistiche: si annienta, ovvero si perde, nel paesaggio naturale. Ma il brivido della perdizione è momentaneo, ritrovarsi non è difficile in un ambiente che è tutto segnato dall'uomo. Shan-shuei, cioè acque e montagne, due ideogrammi uniti che in cinese significano "paesaggio": lao shan-shuei, cioè vecchio di acque e montagne, tre ideogrammi per dire viaggiatore o viandante.

È una definizione indefinita: acque e montagne, il paesaggio naturale rimane, immutato ma variabile a seconda delle stagioni, dell'ora, del sole, della pioggia, del salire di nebbie sottili, dell'addensarsi di nuvole in vetta a un picco.

Questo è il paesaggio cinese che la pittura colta ha sempre esaltato nel capolavoro o reso stereotipo nel manierismo. Un paesaggio dove l'uomo c'è sempre anche se spesso si fa fatica a trovarlo perché capita che sia un puntino quasi indistinguibile ai piedi di una roccia che lo sovrasta; oppure lo si indovina sperso in lontananza nella corrente di un fiume, su una barca che è un fuscello, un nulla.

Il puntino uomo non appare mai come antagonista del paesaggio ma parte armoniosa, sia pure minima, del tutto. Perché, senza l'uomo, chi potrebbe mai dire che quello è un paesaggio? (Le fotografie sono dell'ag. Rapho/G. Neri)