Ma neppure un cent all'isola di argilla smarrita nell'Oceano Indiano, protagonista del cartoon che ha sbaragliato i botteghini. Sono migliaia le piante straordinarie che crescono qui. Un autentico tesoro verde che fa gola ai cacciatori di piante che arrivano da tutto il mondo. Nella riserva naturale di Lakobé, a Nosy Be, isoletta all'estremo nord, in un arabesco di acqua e mangrovie, distese di arbusti contorti di fiori di ylang ylang forniscono la materia prima ai maestri profumieri internazionali: 40 chili di fiori per ottenere 700 grammi di essenza.
Già nel 1930 le grandi foreste della valle di Mandrare, attorno alla capitale, furono rase al suolo per far posto a una delle fonti di sopravvivenza, le immense piantagioni di agavi da cui si ricava la fibra di sisal. Ancora oggi tavy, taglia e brucia, è la parola d'ordine: tagliare gli alberi e bruciare la boscaglia per ottenere terra coltivabile e pascolo per 10 milioni di zebù.
Nonostante la protezione del Wwf e di Conservation International, potente fondazione di Washington, il 90% delle foreste ha lasciato il posto al deserto rosso dove scorrono fiumi color sangue, una ferita che non si rimarginerà mai. Ma milioni di anni di isolamento dal continente africano, l'assenza di grandi predatori e dell'uomo, arrivato appena duemila anni fa, hanno consegnato al XXI secolo un mondo a parte.
Un'arca di Noè spinta nell'oceano con il suo carico di vita centosettanta milioni di anni fa, quando andò in pezzi. Diciotto etnie, cinquanta specie di lemuridi, nuvole di farfalle (più di tremila specie) inebriate da piante grasse, eleganti calici gialli che catturano insetti, minuscole rane colorate che sembrano gioielli, camaleonti, serpenti, tartarughe giganti e coccodrilli vivono tra laghi vulcanici, foresta pluviale, savana brulla, spiagge bianche come il latte, canyon da Far West come le Cirque Rouge sulla costa ovest.
Il cuore africano batte nella sfilata di baobab maestosi che sfidano il cielo azzurro dove galoppano nuvole bianche, nei flamboyant dai fiori scarlatti, nelle orchidee, un ottimo affare per gli orticoltori occidentali che le clonano per i collezionisti.
Una sorta di torre di Babele abita sotto il cielo morbido e umido. Sono africani i guerrieri delle savane, i pastori dell'interno, gli zebù che arrancano trascinando immensi carri colmi di tutto. Ma il tantara, la tradizione orale malgascia, racconta che a Port Dauphin, sull'estrema punta meridionale, approdarono popolazioni dell'Indonesia e della Polinesia.
Le tracce di quello sbarco si ritrovano nel culto dei morti analogo a quello praticato in Borneo, nelle risaie, nei risciò, nei tratti somatici degli abitanti, soprattutto i Merina dell'altopiano centrale, la "borghesia del Paese", nelle lagune e nelle acque dalle sfumature polinesiane. Come gli aborigeni australiani, i malgasci credono negli spiriti, si perdono nei riti animisti, hanno seminato il loro territorio di luoghi sacri.
E guardano con ironia i vasaha, gli stranieri irriverenti che non tengono conto dei luoghi fady, tabù. Come le compagnie alberghiere che si ostinano a ricostruire un hotel in una terra proibita sull'isola di Nosy Be, nonostante le alluvioni e le sventure che si abbattono di volta in volta sull'edificio.
Tra Tulear e Saint Augustin, lungo la costa ovest spazzata dai venti e dalle onde tenute a bada dalla barriera corallina, cinquantamila Vezo, i nomadi del mare, si spostano per decine di chilometri con le laka, le piroghe a bilanciere, cacciando gli squali, inseguendo branchi di grossi sgombri e di acciughe giganti. Le loro case sono tende fatte con le vele, a volte con stoffe colorate, i lamba, l'abito nazionale malgascio.
In mezzo al villaggio di Anakao, c'è l'anjomba, la casa degli uccelli, una sorta di centro culturale, piena di ex voto marini, scaglie di tartaruga, alghe, coralli, perline infilate in una cordicella, il cosiddetto filo della vita. Al tramonto, sedute sulle dune di sabbia bianca, donne con il cesto sulla testa attendono il rientro dei pescatori, tra aironi, granchi e miriadi di conchiglie.
Nella stagione delle piogge non si pesca: il mare è troppo pericoloso per le fragili barche. Un fermo biologico non rispettato dai grandi battelli giapponesi che fanno razzia di ogni forma di vita in modo forsennato distruggendo i fondali. Tra Salary e Tsiandmba, dune spettacolari scendono verso la spiaggia, protetta dall'immenso reef.
Una miniera per i malacologi di tutto il mondo che setacciano anche il mercato di Tulear: una distesa di conchiglie in bella mostra tra fossili rari, geodi giganteschi e i giocattoli di latta costruiti dai bambini con vecchie bombolette di insetticida.
Dai Grandi Altipiani si scende ad Ambalavao: i balconi delle case sono in legno intagliato, sui telai si tessono i lamba arindrano, cangianti scialli in seta. Mentre la Fabrique du Papier Antaimoro ricava dall'arbusto di avoha la preziosa carta intessuta di petali di fiori. Un'arte introdotta dagli arabi e tramandata alla tribù degli Antanaimoro. I pousse pousse, i rikshaw si muovono come lucciole illuminati da una candela nella parte posteriore.
Il silenzio avvolge le savane deserte dell'Orombé e al Parco nazionale dell'Isalo, famoso per le piramidi naturali in pietra: notti magiche nelle camere con zanzariere bianche del Relais de la Reine, in pietra e legno, affacciato sulla foresta di pinnacoli. A Ilakaka, una città di 100 mila abitanti sorta in pochi mesi, al posto di un pugno di capanne, l'oro blu ha spodestato l'oro verde.
Il paesaggio lunare trafitto da migliaia di buche è la terra promessa di vatomanga, lo zaffiro: l'occhio di gatto, o fiore di prugna, com'è stato ribattezzato, è l'oggetto del desiderio. Qui i contadini hanno venduto gli zebù, abbandonato le famiglie. La speranza in una vita migliore si chiama Gfi, Gropu Felapeso Ilakaka, la società che ha in esclusiva la concessione.
Il prezzo di mercato di un grammo di zaffiro è 3.000 euro, poche manciate di ariary è il salario delle migliaia di minatori che rischiano la vita ogni giorno per le pietre blu.
Monumenti colorati, con recinti in muratura, sparsi nella boscaglia attorno a Betioky, annunciano il profondo Sud: sono le grandi tombe animiste dei Mahafaly, ricoperte di cumuli di pietre e, infilate tra un ciottolo e l'altro, decine di corna di animali. Qua e là scritte variopinte dichiarano il costo della costruzione e il numero degli zebù sacrificati al momento della dipartita.
La vita del defunto è raccontata in modo allegro, con pitture e sculture naïf. Una donna è raffigurata mentre prepara la cena, un contadino dietro l'aratro, un aviatore accanto al suo aereo. Cactus enormi solcano l'aria calda con le dita affilate, le strade sono piste. Ai primi dell'800, Re Radama I diceva: "Se costruisco le strade, i bianchi verranno a conquistare il mio Paese".
All'estremo sud, a Fort Dauphin, nel '500, i portoghesi piantarono il primo accampamento europeo in Madagascar. È ancora notte quando si lascia la cittadina e con un barcone lento ci si infila in un arabesco di acqua e palme. Lo spettacolo è al di là del promontorio: gigantesche scogliere di granito scuro e levigato, spiagge a perdita d'occhio, gruppi di pescatori.
Sulla costa est, la città di Vatomandry si allunga tra le lagune sospese tra cielo e terra. La strada si insinua tra torrenti e laghetti verso i canali di Panganales, creati dai francesi per navigare in acque tranquille. Le piroghe scivolano tra le case con i tetti appesantiti dai sacchi di sabbia per difenderle dal ciclone. Immersi a metà nell'acqua, i ragazzini dagli occhi neri danno la caccia al teky teky, un mollusco prelibato.
Ma il luogo più sperduto, dove far perdere le tracce per un giorno o una vita, è Nosy Boraha, l'isola di Sainte Marie. Uno scampolo di giungla, con palme, fiori e prati che lambiscono la spiagge bianche e deserte davanti a un mare smeraldo popolato di megattere che arrivano dall'Antartide tra giugno e ottobre. I sub scoprono un giardino di coralli, pesci colorati, tartarughe, stelle marine rosso fuoco sopra i due relitti che giacciono all'estremo nord e lungo la costa orientale, nei pressi di Sahasifotra. E il galeone del XVII secolo scoperto vicino al porto. L'Europa lontana è un vecchio, stinto acquarello, noce invecchiata senza linfa e sapore.