Sceso dalla Poderosa ormai da parecchi lustri (la Norton 500 che portò lui ed Ernesto per 10 mila chilometri da Buenos Aires all'Amazzonia peruviana), Alberto e la sua tribù si sono stabiliti da molti anni nella zona verde de L'Avana, oltre la Boca de La Chorrera, la foce dell'Almendares, lontani dal Malecón e dai 2 milioni di turisti che arrivano in città ogni anno.
Un viale tranquillo come le notti del Caribe e una casetta vicino all'asilo di quartiere. Alberto junior, baffi neri e sguardo attento (lui si occupa di cultura afro-cubana, niente medicina), stappa un paio di birre Bucaneros Fuerte gelate, tanto per sciacquarsi la gola dall'umido della sera habanera. Mi racconta di suo padre che deve rientrare a giorni dall'Italia.
Dopo il documentario e il film I diari della Motocicletta che ha raccontato il loro mirabolante vagabondaggio, il nonno è diventato ormai una celebrità. Si diverte ancora a viaggiare, a più di 80 anni, per raccontare le sue avventure sudamericane con il Che. Alberto senior è stato un biologo e, prima in Venezuela e poi a Cuba, negli anni della rivoluzione, divenne un pioniere della medicina. Lavorò molti anni nel sud dell'isola aprendo ospedali, formando giovani medici e infermieri e collaborando all'organizzazione sanitaria e culturale dell'isola. Ormai qui è un'istituzione.
Figlie, generi, fidanzati, amici e ospiti vari intanto continuano a passare tutti nella grande cucina aperta sul patio, salutando e baciandosi sulle guance. C'è una piccola festa per il compleanno di una delle nipoti e la casa è affollata e rumorosa. Spunta una torta mentre un merengue leggero comincia a suonare sotto le jacarande in fiore. Ci sono ragazzi che chiacchierano e scherzano intorno alla radio. Arrivano altri amici, giovani e meno giovani. Bottiglie alla mano.
Un roncito non si nega mai a nessuno...
La famiglia Granado è il paradigma dell'isola. Ci s'incontra a più livelli, ci si aiuta tutte le volte che si può. Ci si conosce bene. I legami familiari incollano la struttura sociale della città e del Paese intero e cambiano con essa. Castro sorveglia.
Non è politica. Piuttosto un'organizzazione tribale. Facile da incrociare ogni qual volta ci si mette a parlare con qualcuno. Ai giardini di fronte al convento di San Francisco, per esempio, Lazara, capelli corti ricci, occhi neri e lingua lunga, chiacchiera volentieri a ruota libera di prostitute e conservazione ideologica, battaglie passate, rivoluzione, educazione femminile e razzismo. Lei è stata la prima donna corrispondente di guerra durante i momenti difficili di Angola, Guinea Bissau e Congo.
È nata a Las Positas, nel quartiere di Marianao nel 1941, e ha vissuto la politica estera cubana in prima persona raccontando l'economia, lo sviluppo dell'isola e dei suoi alleati storici per un trentennio. Oggi vive in centro ed è presidente degli ex corrispondenti. Ha una casa labirintica e una memoria storica di ferro. "L'esodo dalle campagne verso L'Avana continua. Specialmente dall'ovest, alimentando situazioni urbane instabili. Il centro storico è in fermento. Ci sono lavori poderosi di riqualificazione e salvaguardia. Ed è un bene. Ma bisogna stare attenti a non creare sacche vuote. Tutta l'area urbana deve vivere. Non solo le zone turistiche. La parte coloniale è oggi protetta dall'Unesco, ma forse dovrebbero proteggere anche gente come me...". Sorride verso il sole.
Le chiedo se secondo lei L'Avana sta diventando una metropoli in senso occidentale. "La città è un insieme di quartieri, di isole comunicanti che vivono di vita propria. Non è omogenea. Il barrio coloniale per esempio, un volta ristrutturato e ripulito, diventerà un non-luogo, scenografico e bellissimo. Ma avrà forse poco a che fare con il resto dell'urbanizzazione odierna. In fondo L'Avana ha 500 anni, ma ne dimostra 150. Ci vorrà tempo per riorganizzare tutto".
Ci spostiamo lungo le vie ingombre di cantieri aperti, camminando su lastroni di pietra rivoltati, cumuli di sabbia e impianti elettrici volanti che sono un'opera d'arte. Alcune zone sembrano terminate e scintillano nella luce tagliente del primo pomeriggio. Arriva una carrozza con gli sposi freschi di giornata. Parenti venuti dal nord e piccole fotocamere digitali incorniciano il vestito bianco della bellissima sposa che svolazza tra la cattedrale e i magazzini del porto. A breve seguirà una corsa, una sfilata, su una decappottabile d'epoca lungo il Malecón con clacson e saluti per tutti.
Noi per ora guardiamo i tavolini dei caffè affollati e le bancarelle con memorabilia di ogni genere. Libri, monete, bandiere, spille. Finiamo a bere una cioccolata fredda in un nuovo locale del centro dedicato al cacao. Design coloniale e aria condizionata. Passatempo per turisti da due dollari a tazza. Ci raggiunge una funzionaria dell'Oficina de l'Historiador che sta organizzando gli eventi della cultura afro-cubana del 2006. L'Historiador è il rappresentante governativo che si occupa del patrimonio culturale del Paese.
A L'Avana è l'autorità superiore responsabile dei progetti di ristrutturazione e di tutto quello che succede nel quartiere coloniale. Insieme a "Casa de Africa" il dipartimento ha curato le esposizioni, mostre e taller culturali (atelier, stage e conferenze di antropologia) in programma per tutto gennaio. "Casa de Africa", diretta oggi dal giovane Alberto Granado, fu fondata nel 1986. Si trova in un magnifico palazzo di Avana Vieja e conserva testimonianze artistiche di 27 Paesi africani provenienti dalle collezioni di Fernando Ortiz (ricercatore e divulgatore storico, colui che coniò il termine afro-cubano) e di Fidel Castro, che ha donato al popolo i regali e gli oggetti d'arte frutto degli scambi di cooperazione internazionale. Ci sono maschere, sculture, monili e feticci. Ma non è solamente un museo. È più un laboratorio dove nascono idee e progetti e intorno al quale vivono realtà diverse. Tribù di intellettuali e artisti, collegamenti con il resto del mondo e invenzioni funamboliche per mettere insieme i fondi necessari sono gli impegni quotidiani di Alberto.
Lazara ci saluta di fronte a Plaza Real e fila via verso l'Avenida Maceo. La vorremmo accompagnare in taxi, ma lei rifiuta sghignazzando. Dice che preferisce tornare con la guagua (il bus del servizio locale). "Mi piace l'idea di infilarmi in un camion colorato di rosa, con i finestrini spalancati, lento e affollato. Per continuare a essere una buona compagna rivoluzionaria devo mortificare il corpo e fortificare la mente. Voglio essere una vera figlia del popolo. Sempre". Autoironia a livelli eccelsi.
Io invece monto su una Mercury rossa degli anni '50 e, da buon turista, salgo verso il Castillo del Morro per godermi il panorama del fronte mare dall'alto. Un paio di navi da carico cinesi stanno uscendo dal porto mentre il Malecón si srotola verso nord-est. Migliaia di facciate corrose dalla salsedine se ne stanno li, in attesa di tempi migliori.
Filippo, l'altro fotografo, mi raggiunge con una meno vistosa auto a noleggio. Insieme decidiamo di scendere verso il quartiere di Casa Blanca.
Tra binari in disuso e stazioncine fantasma, ci mettiamo a fotografare alberi fioriti, cani e panchine abbandonate. Giochiamo con le ombre, la gente che passa, i movimenti delle auto che risalgono la collina e il lunghissimo fronte del porto. Potremmo rientrare al Vedado evitando il tunnel che corre sotto la baia. Ma ci metteremmo l'intero giorno a ritrovare la strada, circumnavigando la città e il golfo passando dai quartieri meridionali. Dobbiamo invece tornare verso Casa Granado per cena. Stasera ci sono piatti speciali preparati da Magali, la moglie di Alberto, cordiale e affilata come solo le latinoamericane sanno essere. Luna piena, rum e chiacchiere di santeria.
Il mattino successivo abbiamo invece un appuntamento con Graziella Pogolotti dentro la magnifica sede dell'"Unione degli Artisti e Scrittori di Cuba". Lei è la nipote di Dino Pogolotti, un visionario imprenditore italiano che, partito ragazzo e nullatenente dalla provincia di Torino, ai primi del '900, fece fortuna a Cuba dopo aver sposato la figlia di un ricco newyorkese ed essere diventato un costruttore e un punto di riferimento nella giovanissima industria isolana.
Un quartiere intero venne costruito per i suoi operai, e addirittura una ferrovia privata collegava il Barrio Pogolotti con la zona costiera di L'Avana. Graziella ci riceve assistita da un suo studente. Ormai è anziana ma è ancora uno dei monumenti della cultura della città. Ci racconta la sua infanzia quando la famiglia aveva una tipografia a Giaveno e abitava a Torino. Suo padre fu un pittore che lavorò a lungo con i futuristi. Poi le peripezie cubane della sua famiglia sradicarono le abitudini sabaude. Seduta alla scrivania, tra un caffè e un raggio di luce che le casca dritto negli occhi, rivive oggi i fasti, le lotte e gli obiettivi ideologici, economici e culturali della sua isola. Avventure che noi non ci sogniamo nemmeno.
Uscendo, sbircio tra le sale della casa degli scrittori. A un tavolo stanno riuniti i talenti, giovani e no, della cultura cubana di questo ultimo decennio. In piedi a parlare s'intravede anche Liborio Noval, il fotografo ufficiale di Castro. In un altro salotto si spiegano romanzi. All'ingresso c'è un bel viavai di ragazzi che salgono le scale di marmo, scivolando lungo i corrimano di legno e le boiserie dell'atrio.
Fuori, Cuba, intanto, respira come al solito aria d'oceano. L'Avana è tiepida nel mezzogiorno caraibico. Arrivano i camion di frutta per il mercato rionale. Vecchi Ford americani belli come sculture pop. I ragazzini corrono a scaricare. Magari compro un ananas e un paio di manghi. Domani, alla spiaggia di Jibacoa, potranno tornare utili.